A parlare di stranieri si finisce sempre col parlare di identità: la paura di soccombere allo straniero è sempre legata all’idea di identità, tanto che nei momenti di crisi le invocazioni all’appartenenza tentano di calmare il senso di angoscia e di smarrimento. Così si tenta di proteggere l’identità (di una città, di una nazione) minacciata nella sua integrità e nella sua storia. Opposto a questo meccanismo necessario del confinare si presenta poi quello dell’apertura, della necessità di oltrepassare il confine. Come il mare, se la vita non sa scavalcare il confine, se non sa muoversi verso la contaminazione con l’altro, fatalmente stagna, si ammala. Spinoza lo diceva: la vita si conserva espandendosi. Ed è lezione della psicoanalisi che la vita che si ammala è quella che resta troppo attaccata a se stessa, la vita ingessata. Così la vita di una nazione: la difesa della purezza identitaria è sempre animata da un fantasma di paura che non lascia spazio allo straniero. Ma a quale straniero? Il nero, l'ebreo, l'extracomunitario? Primo Levi faceva notare come bastasse partire dall’idea che “ogni straniero è nemico” per arrivare di conseguenza al lager.
Un proverbio africano ci ricorda invece: “uno straniero è un fratello mai conosciuto” e ci insegna che lo straniero prima di venire da fuori, abita in noi stessi. Ciascuno di noi porta con sé il proprio "nemico"; ciascuno di noi è Caino, ciascuno di noi è straniero a se stesso. Non si tratta di esaltare un nomadismo senza radici che cancellerebbe le differenze particolari: aveva ragione Deleuze: attenzione al «fascista che siamo noi stessi, che nutriamo e coltiviamo, a cui ci affezioniamo»; attenzione alla spinta cieca alla conservazione di noi stessi che si nasconde nel proclamare una democrazia finalmente realizzata che anziché rendere porosi i suoi confini li sa solo armare. I greci lo dicevano già: “stranieri e mendicanti vengono da Zeus”.
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