giovedì 30 aprile 2026

Globalizzazione vs Classicità.

Da un lato Trump e gli States, dall'altra re Carlo e l'Europa. Da una parte la lingua del business e della globalizzazione, dall'altro quella dei classici.
In un'aula abituata a slogan e tweet, re Carlo ha chiarito le parole, come insegna Platone: ha chiamato le alleanze "commitments" e non "deals" perché conosce il foedus romanum, e l'idea che un patto è sacro prima di essere conveniente: lo ha letto in Livio, quando un foedus si rompe non è mai solo una crisi diplomatica: è sempre, prima di tutto, un venir meno morale. 
Ha scomodato la Magna Carta non per erudizione, ma per ricordare che il potere sopravvive solo quando accetta di essere limitato: lo ha letto in Polibio, nel libro VI delle Storie, laddove spiega che ogni forma di governo degenera e solo la distribuzione del potere tra forze che si bilanciano può interrompere questo ciclo.  Ha parlato di clima senza profezie di sventura e senza negazioni comode: prima i principi, poi la paura, poi la ragione. Come insegna Aristotele: ethoslogospathos. Da cui, prima la credibilità di chi parla, poi l'argomento, poi l'emozione, perché l'argomentazione deve precedere il coinvolgimento, mai il contrario. Chi inverte quell'ordine non persuade: manipola.
Non ha alzato la voce, come da lezione di Plutarco che nella Vita di Catone ricorda che il Censore considerava il silenzio una forma di autorità più efficace dell'eloquenza: "non loqui nisi cum oportet" — non parlare se non quando è necessario. È la gravitas che i classici ti insegnano  e che Tacito ha trasformato in stile: togliere anziché aggiungere, perché il potere si mostra trattenendosi.
Così quando Trump ha ricordato che senza l'America, nella Seconda Guerra Mondiale, "oggi in Europa si parlerebbe tedesco", Carlo ha sorriso e ha risposto che se non fosse stato per gli inglesi, "oggi qui probabilmente si parlerebbe francese". Cicerone, nel libro II del De Oratore, chiama questo sal — il sale del discorso — quell'arguzia capace di colpire senza ferire, che obbliga l'interlocutore ad ammettere di essere stato toccato proprio mentre ride. Quintiliano, nell'Institutio Oratoria, va oltre e teorizza che l'ironia — che chiama illusio — è lo strumento del retore maturo: chi urla ha già perso il controllo della scena; chi sorride, la governa. Anche la battuta sui "250 years ago, or as we say, just the other day" viene da un tempo diverso. Viene da Tucidide che nel proemio della Guerra del Peloponneso promette di consegnare ai posteri non una cronaca, ma un'opera utile "per sempre"ktema es aiei, un possesso eterno, perché la natura umana non muta. In quel registro, duecento anni sono davvero poca cosa.

Ecco a cosa servono gli studi classici. Non a fare citazioni. Servono a insegnarti che lo stare in una società - e ancor più il governarla -  è, prima di tutto, un esercizio della parola. Perché il vero statista - insegna Pericle - non dice alla gente quello che vuole sentire, ma quello che ha bisogno di capire. 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.