Dante Alighieri, figlio del nobile Alighiero e di donna Bella, di famiglia ignota, nacque in Firenze nel maggio del 1265 ed ebbe per trisavolo il celebre Cacciaguida (Par. XV).
Si sa poco della sua gioventù (Vita Nova), ma pare assodato che si istruì largamente da sè, sotto la guida di Brunetto Latini e secondo gli esempi di Virgilio. Nel 1289, come soldato della Repubblica (Inferno, XXI, 94) combattè a Campaldino (contro Arezzo) e poi a Caprona (contro Pisa), in favore dei Guelfi. Verso il 1290 muore Beatrice, figlia di Folco Portinari e moglie di Simone de' Bardi, per la quale Dante ebbe una forte passione. Nel 1295 sposa Gemma di Manetto Donati e da lei ebbe i figli Pietro, Jacopo, Antonia e Beatrice.
Dal 1295 al 1301 egli prese parte alla vita pubblica di Firenze, dopo essersi iscritto all'Arte degli Speziali e dei Medici, e nel 1296 lo vediamo Consigliere delle Capitudini. Nel 1299 è Ambasciatore a San Gimignano e nel 1300 Priore di Firenze. Ma la fazione dei Bianchi, cioè dei Guelfi moderati a cui Dante apparteneva, fu sconfitta dai Neri aiutati dal cardinale Acquasparta, legato di Bonifacio VIII. Perciò Dante fu prima accusato di essere ghibellino e poi, alla venuta di Carlo di Valois, fautore dei Neri, fu cacciato da Firenze con gli altri Bianchi. Mentre il poeta era a Roma per discolparsi presso Bonifacio VIII, il Podestà Cante de Gabrielli da Gubbio, con decreto del 27 gennaio 1302 lo condannava in contumacia a 5000 fiorini piccoli, a due anni d'esilio e all'esclusione perpetua da ogni ufficio.
Non essendo Dante comparso e non avendo pagato, gli furono confiscati i beni e l'esilio fu mutato in perpetuo; anzi, se fosse caduto in mano del Comune, sarebbe stato arso vivo (decreto del 10 marzo).
Dopo vari tentativi per rientrare in patria (San Godenzo - La Lastra, 1304), disgustato dei compagni di sventura, fattosi "ghibellin fuggiasco" andò a ramingo per le terre d'Italia, propugnando l'idea ed il diritto imperiale e provando "sì come sa di sale / lo pane altrui e com'è duro calle / lo scendere e il salir per l'altrui scale" (Par. XVII, 57).
Fu a Verona "primo rifugio e primo ostello" presso Bartolomeo della Scala (Par. XVII, 70), a Padova, in Lunigiana presso il marchese Francesco Malaspina (Purg. VIII, 137), a Forlì, nel Casentino e forse a Parigi e ad Oxford. Di tratto in tratto crescevano in lui le speranze del rimpatrio e del trionfo ghibellino, come alla discesa di Arrigo VII in Italia (1310) ed al crescere della potenza di Uguccione della Faggiola (1315). Però, morto l'imperatore mentre marciava contro Roberto d'Angiò, riconfermatosi il suo esilio nel 1315, al Poeta non restò altro che di volgere tutte le sue energie alla Commedia. Rifiutò di essere incoronato poeta da altre città che non fosse la sua Firenze (lettere a Giovanni dal Virgilio) e rifiutati del pari sdegnosamente l'amnistia ed il rimpatrio che nel 1316 gli erano stati offerti ad indecorose condizioni, si ritirò presso Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna e nipote di Francesca da Rimini. Che se Cangrande della Scala, signore di Verona, ospitò pure in quel tempo Dante, senza dubbio a Ravenna il poeta trascorse i suoi ultimi anni e qui morì il 14 settembre 1321, per febbri incoltegli nel viaggio di ritorno da una infruttuosa ambasceria di pace, fatta presso la Repubblica Veneta in nome di Guido da Polenta.
Fu sepolto a Ravenna, nella basilica di S. Francesco. Sulla tomba fu scritto (1366):
«I diritti della monarchia, i cieli e le acque del Flegetonte
visitando cantai, finché volle il mio destino mortale.
Ma giacché la mia anima andò ospite in luoghi migliori
e più beata raggiunse fra gli astri il suo Creatore,
qui son racchiuso io, Dante, esule dalla patria terra,
cui generò Firenze, patria di poco amore».
Papa Leone X, fiorentino, su richiesta dei fiorentini, caldeggiata da Michelangelo, diede il permesso di prelevare le ossa del poeta per portarle a Firenze, ma fu trovato il sarcofago vuoto. I frati francescani infatti, poco tempo prima, avevano praticato, dal retrostante chiostro, un buco nel muro per "mettere in salvo" i resti del poeta, che consideravano come uno di essi.
A Firenze, nella speranza che le reliquie fossero restituite, fu eretto nel 1829 un cenotafio fra le arche degli Italiani illustri in Santa Croce recante la dicitura "Onorate l'altissimo poeta", ed un bel monumento sulla piazza di quella stessa chiesa.
