Platone ha terrore del potere della maggioranza perché ne ha visto gli effetti nella condanna di Socrate, l'uomo giusto dell'Atene del V secolo. Se ci immaginassimo al di qua del balcone su cui si affacciò Ponzio Pilato, lì dove ci ritrae Antonio Ciseri nel suo Ecce Homo, avremmo la controprova di quanto la turba sia facile da aizzare. La situazione era delicatissima: la città è piena di gente per la Pasqua ebraica e il clima è tesisstimo. L'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme tra gli "osanna" aveva infatti impensierito sia i funzionari del Tempio che quelli romani: il sommo sacerdote Caifa temeva che la turba scatenasse il braccio armato dei Romani, le cui autorità avevano interpretato l'episodio della cacciata dei mercanti dal Tempio come una serissima minaccia all'ordine pubblico.
Secondo la Lex Julia maiestatis, l'accusato poteva essere condannato per alto tradimento, poiché l'essere acclamato "re" in una provincia dell'Impero costituiva un'usurpazione delle attribuzioni imperiali. Per la gente povera a cui Gesù parlava con parabole, l'appellativo "Messia" (tradotto in greco come Christós, ovvero l'unto del Signore) indicava un inviato da Dio con il potere di guarire e cacciare i diavoli; e se usavano questo termine è perché la cultura ebraica attendeva un redentore mandato a radunare nuovamente le dodici tribù d'Israele, mentre solo per gli zeloti come Barabba, il termine aveva un ulteriore significato: quello di un re-profeta e liberatore in armi.
Arrestato da un reparto delle guardie del Tempio al Getsemani, Gesù fu interrogato, di notte, davanti al Sinedrio, in un clima di urgenza. Nonostante non fosse presente il plenum di settantuno membri, vi partecipò la grande maggioranza dei sinedriti, inclusi sadducei e farisei. La seduta iniziò con il tentativo di raccogliere testimonianze, ma i testimoni si rivelarono inattendibili e contraddittori. Faccia a faccia con Caifa, Gesù rispose alla domanda provocatoria del sommo sacerdote — «Se sei tu l’unto del Signore, il Cristo, diccelo» — affermando che da quel momento il «Figlio dell'uomo» sarebbe stato seduto alla destra della potenza di Dio. Fu il momento della rottura: Caifa si stracciò le vesti accusandolo di bestemmia e i presenti lo dichiararono «reo di morte».
Al di là della questione dottrinale, il Sinedrio agì per un crudo realismo politico: il sommo sacerdote temeva infatti che l’autorità di Roma non avrebbe tollerato un agitatore capace di muovere le masse, il che avrebbe avuto come conseguenza la distruzione del Tempio. Per Caifa, la scelta sembrava obbligata: «È meglio che un solo uomo muoia, piuttosto che tutto un popolo».
All'alba del 15 Nisan, Gesù fu dunque condotto al cospetto di Ponzio Pilato, il prefetto romano che deteneva lo ius gladii, ovvero il potere di vita e di morte.
Durante l'interrogatorio a "porte chiuse" nel Pretorio, Pilato cercò inutilmente di cogliere la "verità" dietro quel prigioniero così insolito, chiedendosi scetticamente: «Che cos’è la verità?». Non trovando in lui colpe gravi, il prefetto tentò la carta dello scambio, una consuetudine legata alla festività di Pesach: propose alla folla di scegliere chi graziare tra Gesù e Barabba, un assassino e ribelle zelota.
Fu in quel momento che la turba, abilmente manovrata, rivelò la sua natura instabile. Invece del profeta disarmato, il popolo reclamò a gran voce la libertà per l'uomo d'armi, gridando: «Libera Bar Abbas!». Quando Pilato esitò, la folla scagliò l'ultimo e decisivo ricatto politico: «Se liberi il profeta non sei amico di Cesare».
Terrorizzato dall'idea di una denuncia a Roma e di una rivolta imminente, Pilato compì il gesto simbolico di lavarsi le mani davanti a tutti, dichiarandosi innocente del sangue di quel giusto. Dopo averlo fatto flagellare e mostrato al popolo nell'iconica scena dell'Ecce Homo, lo consegnò infine alla croce, la pena romana riservata ai sediziosi e agli schiavi. Sull’alto del Golgota, il titulus apposto sopra la sua testa — «Gesù Nazareno Re dei Giudei» — sancì definitivamente il paradosso di una condanna politica per un regno che, come Gesù stesso aveva affermato, non era di questo mondo.
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