lunedì 20 maggio 2013

Perchè leggere poesia oggi

Ha senso leggere poesia oggi? E poi: ha ancora senso scrivere poesie oggi?
Sono domande che spesso mi sono state rivolte: probabilmente perchè ormai oggi esiste solo 'l'intellettuale', mentre prima uno era poeta, scrittore, filosofo, ...; aveva cioè un suo 'fare' specifico, una sua occupazione nelle lettere che lo distingueva dagli altri. A tutto ciò abbiamo preferito la parola 'intellettuale', con la quale in effetti diciamo tutto e niente; nel peggiore dei casi intendiamo una persona ricca che non sapendo come impiegare il suo tempo, si dedica a occupazioni che maschera come impegnative, necessarie, più alte rispetto a quelle degli altri, e per questo incompreso. Nel migliore dei casi con intellettuale intendiamo invece quella figura estenuata e intimamente estenuante, che si muove in giro con le ciabatte, in canottiere sotto il sole dell'estate, col perenne finto raffreddore - chè fa sempre molto chic-  che deambula portando sotto le ascelle il malloppo dei giornali; un intellettuale è allora chi è capace di non distogliere gli occhi dalle moderne lettere, neanche per ammirare la vicina di ombrellone in minicostume, cosicchè quanto più riesce a resistere a queste tentazioni effimere, tanto più è ritenuto di grado superiore,  perchè testimonia la sua serietà nell'occuparsi della sua sola attività: passare con occhio intelligente dalle pagine del Corriere, a quelle della Repubblica, per poi procedere alla Stampa e arrivare dunque al Manifesto. L'essere intellettuale coincide per costui  nella capacità di non farsi coinvolgere da niente e da nessuno, capacità che in qualche modo gli consente di restare super-partes, neutrale, nella battaglia delle parole, consegnandogli il potere di abbracciare una visuale più ampia. Il che in effetti lo rende un inetto della peggior specie, perchè privo di qualsivoglia forma di passione: non riuscendo a scegliere una posizione, perchè non è capace di appassionarsi a niente, sa essere la versione bipede dell'asino di Buridano.
Ma concediamogli ancora qualche forma di animosità: l'unica traccia la possiamo rintracciare in quell'atteggiamento che impersona Novecento quando non riesce a scendere dalla nave perchè non saprebbe scegliere una casa sola, una sposa sola, una strada sola; il che in qualche modo, unito alla sua intima pretesa di essere il surrogato di uomo rinascimentale post-moderno, con un'intima presunzione all'universalismo e uno spiccato atteggiamento intimamente trombone, lo fa essere retrò, un oggetto dei nostalgici del passato, di chi continua a dire che ieri si stava meglio, che i treni erano in orario, e che c'era più educazione. L'intellettuale di oggi vive la nicchia, non la barricata. Non difende idee, men che meno le produce: al massimo difende qualche posizione, ma sempre in ossequio al 'politically correct' assurto a imperativo categorico universale.
Mi si chiede della poesia dunque? Non tutti possono o sanno occuparsi di business plan: che ci siano dunque coloro che producono ricchezza; ma che ci siano anche e soprattutto coloro che producono altro. I poeti? Che producano sogni. Che ci facciano sognare, che ci facciano credere che i ragionieri non salveranno il nostro paese, la nostra generazione, i nostri figli. In fondo un poeta è solo un uomo capace di sopportare i propri sogni.

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