martedì 27 febbraio 2018
20. Cessate il cuoco!
In fondo dobbiamo ammetterlo: il piacere della tavola è di tutte le età e di tutte le condizioni sociali; è così trasversale perfino come piacere che se per caso non riusciamo ad ottenere qualcosa ci rifugiamo nel cibo come ultima consolazione: in qualche modo riesce a consolarci della nostra perdita. E proprio per non far essere lo stomaco solo un organo 'capace' dal punto di vista animalesco, proprio per renderlo 'umano' si è cercato di porre rimedio con le parole: la gola in ebraico si dice 'nefesh' e nelle traduzioni si rende con 'anima'; 'capace' non vuol dire solo 'con spazio' ma vuol dire anche 'abile'; con evidenti traslitterazioni: l''affamato' come 'persona che chiede il pane' non ci colpisce ormai più quanto la citatissima citazione 'siate affamati' di Steve Jobs. Tanto le cose dello stomaco sono finite per essere altro che c'è chi si è chiesto perché diavolo mangiare 3 volte al giorno e chi santamente si è chiesto perché non morire di indigestione, come certi valenti Papi: Paolo II per indigestione di melone, Martino IV per le anguille. S. Agostino ci ha messo una prima pezza: "io non temo l'impurità del cibo, ma l'impurità della concupiscenza" a dire che il problema sei tu e non l'anguille o la parmigiana di mammà. Pare poi che Papa Pio XII avesse tentato di convincere Mussolini a dichiarare l'Italia neutrale suggerendogli che Hitler presto avrebbe sofferto di una violenta indigestione. Ma per il truce mascellone, cresciuto a pane ed acqua, la saggezza popolare valse più di ogni sofisma: "pane per tutti!", e siccome poi "l'appetito vien mangiando" e "l'uomo è ciò che mangia", riuscì a fare degli italiani la prova che Cicerone si sbagliava: bisogna mangiare per vivere e vivere per mangiare. E gli italiani, brava gente, l'hanno subito imparato, specie in politica: mangiare non è la fine del prodotto, ma il fine. Per certuni infatti la politica è l'arte del saper mangiare. E se Mastroianni ne 'La grande abbuffata' vuol finire la vita con un'orgia di cibo e di sesso, ad Arcore hanno diviso le cose: cibo gourmet da una parte e il resto dall'altra. Perché è meglio evitare di fare la fine di Esaù (che rinunciò ai diritti di primogenitura a favore di Giacobbe per un piatto di lenticchie rosse) o peggio ancora quella di Polifemo (accecato dopo il vino) o di Oloferne (a cui Giuditta taglia la testa). Ma non dobbiamo prenderci tanto in giro: l'albero della cuccagna piace a tutti, ai politici che non hanno mai lavorato e ai pensionati che hanno lavorato una vita intera: ai potenti e ai poveri, benché questi si accontentino di issarlo nelle feste di paese. Ma qui il discorso si fa serissimo e dovremmo parlare anche di The Donald e del Koreano che vogliono mangiarsi a vicenda: visto lo spazio a disposizione, non ci resta che finire in altro modo: basta con gli chef executive che ti dicono come mangiare! Mangiamo diversamente! Di-versi, cioè anche 'in altri versi'.
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