giovedì 8 marzo 2018

Aristotele

BIO
Aristotele nasce a Stagira nel 384 a.C. e muore a Calcide nel 322 a.C.
A 18 anni giunse in Atene alla scuola di Platone e vi rimase sino alla morte del maestro (347 a.C.). Andò poi ad Asso nella Troade, alla corte del tiranno Ermia, dove esisteva una comunità filosofico-politica di tipo platonico e a Mitilene. Nel 343 fu chiamato da Filippo re di Macedonia alla corte di Pella come precettore del figlio Alessandro (40 anni prima era stato a quella corte, come medico del re Aminta, il padre di Aristotele, Nicomaco): ad Alessandro egli seppe inculcare l'ideale della superiorità della cultura ellenica e della sua universale capacità di espansione e dominio. Nel 335 tornò ad Atene, dove ormai era prevalso il partito filomacedone, e vi fondò una scuola, il Liceo, così chiamata perchè aveva la sua sede fra i viali intorno al tempio di Apollo Liceo: poichè gli insegnamenti più ristretti venivano tenuti passeggiando per questi viali i filosofi aristotelici vennero anche chiamati peripatetici. Qui insegnò per 13 anni, fino alla morte di Alessandro (323). Accusato d'empietà dal partito antimacedone, fuggì a Calcide, dove morì l'anno dopo.

GLI SCRITTI
Si suole distinguere gli scritti esoterici o acroamatici (destinati ad una ristretta cerchia di discepoli) da quelli essoterici destinati al pubblico. Gli scritti essoterici, che hanno forma dialogica, sono andati tutti perduti: abbiamo solo frammenti di alcune opere giovanili, dell'Eudemo (sul problema dell'immortalità), del Protreptico (esortazione alla filosofia) e dello scritto Sulla filosofia o sul bene. Questi scritti, anche letterariamente ammiratissimi, furono quelli che il gran pubblico conobbe fino al sec. I a.C. quando furono eclissati dagli scritti di scuola, dei quali Andronico di Rodi diede un'edizione sistematica. Si dividono in: 
A. scritti di Logica, indicati tradizionalmente con il nome di Organon: Categorie, Dell'interpretazione, Analitici primi, Analitici secondi, Topici ed Elenchi sofistici;
B. scritti di Fisica, Storia naturale, Psicologia: Fisica, sul Cielo, le Meteore, Sulla generazione e corruzione, Sulle parti degli animali, Sulla trasmigrazione degli animali, Sul movimento degli animali, Sull'anima, Parva Naturalia;
C. la Metafisica, in 14 libri, concernenti le questioni di quella che Aristotele chiamava 'filosofia prima' e che appunto perchè nell'ordinamento di Andronico si trovava dopo i libri di fisica, fu chiamata metafisica;
D. opere di Etica e Politica: Etica Eudemia, Etica a Nicomaco, Grande Etica, Economica, Politica, Costituzione degli Ateniesi;
E. Retorica e Poetica.

A SCUOLA
Di Platone è nota soprattutto la concezione che la vera realtà non è questo mondo sensibile nel quale ora si vive, ma un altro mondo ideale, a cui si deve tendere, staccandosi dagli interessi terreni. E Aristotele negli ammiratissimi ma perduti Dialoghi giovanili, tra cui l'Eudemo o dell'immortalità e il Protreptico o Esortazione alla Filosofia, arrivò a tale repulsione per il corpo fisico, da paragonare la presente unione dell'anima col corpo all'atroce supplizio a cui i pirati etruschi costringevano sulle navi i prigionieri quando li legavano, vivi, ai cadaveri putrescenti di altri prigionieri già morti. Più tardi, nel dialogo Sulla filosofia o sul Bene, e poi nelle opere di scuola, Aristotele giunse ad un'altra concezione, per cui ritenne l'anima "forma" immanente del corpo, e non suo semplice "ospite" eterogeneo. Meno nota è la ragione per la quale Platone giunse a pensare le "idee". Come Socrate, Platone aveva lo sguardo fisso a quel che si dovrebbe essere: giusti, onesti, buoni, ecc. Vedeva il contrasto tra quello che si è effettivamente e quello che si dovrebbe essere. Aristotele a un certo momento dovette criticare e contraddire il maestro: "amicus Plato, sed magis amica veritas". 
Platone e Socrate si erano trovati a vivere in un'epoca di crisi: nella vita culturale greca s'era affermato una sorta di relativismo (sofistica) in cui gli stessi concetti base della vita politica ne furono travolti: si giunse a sostenere che fosse 'giusto' che il più forte di corpo e di mente asservisse i più deboli; Socrate e Platone esigevano invece un concetto unico di 'giustizia' valido per tutti gli uomini e in tutte le circostanze e occasioni. Platone chiamò "l'idea della giustizia" questo concetto unico, che tutti debbono ammettere e riconoscere, e lo concepì come un modello ideale, a cui ci si deve ispirare per essere giusti il più possibile nelle varie situazioni in cui ci si viene a trovare. Aristotele accentuò, piuttosto che la giustizia ideale, la pratica che si fa di tale virtù: in certe famose pagine dell'Etica a Nicomaco distinse i vari compiti della giustizia, "commutativa" quando regola lo scambio delle merci, "distributiva" quando assegna gli onori a chi la merita, "correttiva" quando punisce ed emenda. Ma, pur distinguendo i diversi compiti della giustizia, Aristotele mantenne il concetto di giustizia in universale, a volte presentandola come una delle virtù della vita sociale, e altre volte pensandola addirittura come tutta la virtù che gli uomini debbono praticare nella vita civile (i Greci dicevano 'nella vita politica', perchè 'polis' era per loro la città). Da tali virtù etiche Aristotele distingueva poi le virtù della vita di puro pensiero, la sapienza, l'intelligenza, la scienza: attribuiva loro maggior pregio che alle virtù etiche e riteneva che levandosi ad esse l'uomo gusti, pur discontinuamente e parzialmente, quella beatitudine che propriamente è Dio, la cui vita è puro pensiero.

LA LOGICA.
Platone non aveva ammesso solo idee che sono ideali, come la perfetta giustizia, la perfetta uguaglianza, ecc. ma aveva pensato come idee anche le specie, dicendo per esempio, la specie cane è presente nei vari individui di tale specie, individui che imitano l'idea della specie e sono copie imperfette di quel modello perfetto. Aristotele non solo ammetteva la presenza della specie negli individui, ma nella Fisica e nella Metafisica stabiliva che ogni cosa è un composto ("sinolo") di materia e forma, e forma è appunto l'eidos, la specie. Riteneva però che la forma operi dentro la materia e le sia quindi immanente: quando un albero si sviluppa da un seme che era già quell'albero ma solo in potenza, l'attuazione di tale potenza è il compimento finale di un processo di sviluppo dall'interno del seme. Quando lo scultore traduce in una materia come il bronzo l'idea che ha in mente, tale idea è nella mente dell'artista prima di realizzarsi nella statua; ma ciò significa che quella forma era nella mente dello scultore prima di essere attuata nella statua: cioè l'idea è sempre immanente al processo che essa stessa mette in moto, col concorso o della natura (come nel caso dell'albero), o del lavoro dell'artista (come nel caso della statua). Così l'idea per Aristotele non è mai trascendente e averla immaginata come un modello che le cose reali imitano imperfettamente, è stato un parlare poetico. Aristotele rifiutava il mito platonico del Demiurgo che, guardando alle idee e copiandole nella materia, aveva fabbricato il mondo: nella sua concezione il mondo non ha avuto principio nel tempo, bensì è una catena di processi che perennemente sviluppano atti da potenze.

LE IDEE NON ESISTONO
Il Fedone di Platone predicava il "morire al corpo", cioè il volontario staccarsi dagli interessi sensibili; il Fedro, nella prima parte, concludeva la più acuta fisiologia, psicologia e filosofia dell'amore che sia mai stata scritta: dalla contemplazione delle bellezze sensibili e singole delle persone di cui ci si innamora, ci si eleva a contemplare e ad amare la Bellezza, pura e perfetta, di cui le persone e le cose belle sono imperfettissime imitazioni. La Bellezza-idea, insieme con la Giustizia-idea e con tutte le idee, è in un luogo, in un mondo che è al di sopra di questo nostro mondo sensibile: da una parte il mondo delle idee, con i modelli perfetti ed eterni, dall'altra il mondo delle cose sensibili, imitanti imperfettamente e temporaneamente i modelli da cui prendono nome. (Socrate per esempio prende nome di 'uomo' dalla 'specie umana' a cui appartiene). Ma nella seconda parte del Fedro Platone teorizzava l'operazione logica con cui si divide un genere nelle sue specie, poi si suddivide ogni specie nelle sue sottospecie e così via. Ora se l'idea della 'specie uomo' rientra sotto l'idea del genere "essere vivente" e a sua volta l'idea di "essere vivente" rientra nel più ampio genere di "essere" in generale, quale sarà l'idea che è presente in Socrate, uomo singolo? Sarà l'idea della "specie uomo" o quella "essere vivente" o quella di "essere"? Platone aveva già svolto in altri Dialoghi lunghissime divisioni di concetti per arrivare a definire che cos'è un sofista e che cosa deve essere un uomo politico: è proprio sul procedimento di suddivisione dei concetti che si fonda la 'dialettica', scienza suprema che studia e fissa i rapporti di coordinazione e di subordinazione delle idee. 
Aristotele si chiedeva: se l'idea è, come dice Platone, l'analogo intelligibile dell'uomo singolo sensibilmente vivente, a quale idea sarebbe analogo l'individuo Socrate? All'idea di uomo, forse; ma se l'idea di uomo è compresa nell'idea di vivente, ecc., poichè tali idee costituiscono un nesso inscindibile di idee, nessuna di esse sarà un essere ideale in un mondo intelligibile di cui il nostro mondo sensibile sia copia, ma tutte le idee sono soltanto concetti, che si riferiscono l'uno all'altro; quando di Socrate si predica che è un uomo, del concetto di 'uomo' si dice che rientra nel genere "essere vivente" e del concetto di "essere vivente" si dice che sta sotto il concetto di "essere in generale". Così Aristotele riduce le idee platoniche, essenze sovracelesti, a concetti umani, che si usano per definire ogni specie dal genere a cui appartiene, indicando la differenza che la distingue dalle altre specie del medesimo genere.

L'ANALISI LOGICA
In luogo della dialettica delle idee, Aristotele svolse l'analisi logica dei concetti, i quali indicano o sostanze o accidenti delle sostanze, cioè proprietà ad esse inerenti: sono queste le famose "categorie": sostanza, qualità, quantità, luogo, tempo, azione, passione, relazione, situazione, possesso. All'analisi logica dei concetti Aristotele faceva seguire l'analisi dei giudizi e delle proposizioni su cui tali giudizi linguisticamente si esprimono (e sono giudizi, per quantità, universali o particolari; per qualità, affermativi o negativi; per modalità, 'apodittici' se indicano la necessità, 'ipotetici' se indicano la possibilità. Si ragiona quando si scopre il legame che unisce logicamente una proposizione ad altre proposizioni. Aristotele distingue i ragionamenti "dialettici" (fondati su premesse probabili) da quelli "apodittici", fondati su premesse inconfutabili e che concludono in maniera altrettanto necessaria: sono questi i giudizi propri della scienza.

FISICA, PSICOLOGIA E TEOLOGIA.
Nella Fisica analizzò il movimento in generale e quello dei cieli in particolare. In Sull'anima propose il concetto dell'anima come "forma" del corpo di cui rende attuale la vita: donde un legame intrinseco di anima e corpo, che rende incerta l'affermazione che sia immortale l'anima individuale, mentre è certamente eterno l'Intelletto universale che rende attuale la potenza d'intendere propria di ogni anima umana. Questo Intelletto universale umano regge il nostro mondo sublunare, mentre altre Intelligenze presiedono alle sfere celesti superiori alla nostra sublunare. Intelletto supremo è quello con cui si identifica Dio: privo di corpo e tutto attuale (atto puro), non è un agente fisico che imprima il moto - moto circolare eterno - alle sfere celesti: sfere visibili ma eterne, dove niente nasce, niente perisce e niente muta, mentre la nostra sfera terrestre è caratterizzata dal perenne mutamento qualitativo; movimento di traslazione delle sue parti da un luogo all'altro, accrescimento e diminuzione, nascita e morte. Sono le sfere inferiori che si muovono per amore dell'Intelletto supremo, nè mosso nè movente: ma l'Intelletto supremo non ama ciò che lo ama, nè lo conosce: la sua vita bensì è pensiero, ma pensiero di sè, che è puro pensiero, e beatitudine in quanto pura attività di pensiero, nè conscia nè sollecita delle cose dell'universo. Esiste dunque qualcosa di separato dal mondo fisico: è solo il puro Intelletto supremo, non le idee, che non esistono. Dio è un principio dunque, che dà e chiede conoscenza.

ETICA E POLITICA
L'uomo partecipa d'intelligenza quando l'Intelletto muove le sua potenza di intendere rendendola attuale, ma il suo comprendere è legato agli organi di senso corporei, da cui riceve le informazioni sensibili onde si leva ai concetti universali. Anche se è un essere terreno, l'uomo riesce ad insignire la sua esistenza di 'virtù' di cui Aristotele fa l'analisi nell'Etica. Nelle virtù che regolano i rapporti sociali spetta alla ragione trovare, volta per volta, il giusto mezzo fra la temerità e la paura (la forza d'animo), tra la dissipazione e l'astinenza (la temperanza), tra la prodigalità e l'avarizia (la liberalità). Il fine della formazione dell'uomo è sociale, nel senso più stretto e avviene mediante la cura della mente e del corpo, la pratica delle virtù etiche e dianoetiche, e una seria educazione estetica che tonifichi i sentimenti. Fine naturale di tutti gli uomini è la felicità.
In politica distinse 3 forme di ordinamento statale: il governo di pochi, o di molti, o di uno solo. Stato perfetto sarebbe quello in cui tutti i cittadini sapessero virtuosamente comandare da vecchi dopo aver virtuosamente obbedito da giovani. L'uomo è per natura portato a vivere socialmente (è 'animale politico'): e alla vita politica è legata una delle forme dell'oratoria, la deliberativa, mentre sono altre forme di eloquenza la dimostrativa e la giudiziaria.

POETICA
Aristotele distingue la poesia in tragica, comica ed epica. Preso a modello di tragedia perfetta l'Edipo re di Sofocle, Aristotele studiò il potere che hanno le tragedie di suscitare spavento negli spettatori e poi rasserenarli con la purificazione delle passioni o 'catarsi'. Come imitazione non del reale ma del possibile, la poesia è più valida della storiografia, vincolata ai fatti avvenuti.