BIO
Platone nasce ad Atene (428-347 a.C.) in una famiglia nobile, discende per parte di madre da Solone. Secondo Aristotele conobbe Cratilo, scolaro di Eraclito e studiò la filosofia eraclitea. Ma in questo primo periodo la sua attività si rivolse a composizioni letterarie, epiche e tragiche. A 20 anni conobbe Socrate che lo guidò nella filosofia: a Socrate infatti si mantenne fedele per tutta la vita, avendo visto in lui l'incarnazione del filosofare. L'intera sua produzione, lontana dall'essere sistematica, volle essere un continuo approfondimento interpretativo: già dalla giovinezza infatti gli parve che la caratteristica prima del filosofo (il rapporto con la verità) potesse manifestarsi nella vita (storica), fecondando e alimentando la politica, che riguarda la vita comune degli uomini. Dapprima lo stesso Platone fu tentato di partecipare alla vita politica della sua città, ma ne fu distolto dalle delusioni provocategli dal governo dei Trenta tiranni, poi dalla restaurata democrazia che mise a morte Socrate. Da allora a Platone fu chiaro che solo un governo guidato dai filosofi poteva essere degno di esser definito buono. Di queste fasi della vita di Platone, la lettera VII, documento fondamentale per ricostruire la sua personalità, ci dà ampi squarci. Dopo la morte di Socrate Platone intraprese vari viaggi, di cui uno forse in Egitto. Significativi per il rapporto con la politica sono i 3 viaggi in Magna Grecia. A Siracusa, dove si legò in amicizia con Dione, zio di Dionisio il Giovane, Platone tentò di attuare la sua idea del governante illuminato dal filosofo. Ma Dionisio il Vecchio, allora tiranno della città, preoccupato dei suoi progetti, lo fece allontanare. Fu di ritorno ad Atene che Platone costituì l'Accademia. Quando Dionisio il Giovane succedette al padre, Platone tornò a Siracusa per riprendere il suo progetto, ma Dionisio deluse Platone che se ne tornò ad Atene. Una terza volta egli tornò a Siracusa, ma ancora fallì il suo tentativo di instaurare un governo retto dalla filosofia.
I DIALOGHI
Platone nasce ad Atene (428-347 a.C.) in una famiglia nobile, discende per parte di madre da Solone. Secondo Aristotele conobbe Cratilo, scolaro di Eraclito e studiò la filosofia eraclitea. Ma in questo primo periodo la sua attività si rivolse a composizioni letterarie, epiche e tragiche. A 20 anni conobbe Socrate che lo guidò nella filosofia: a Socrate infatti si mantenne fedele per tutta la vita, avendo visto in lui l'incarnazione del filosofare. L'intera sua produzione, lontana dall'essere sistematica, volle essere un continuo approfondimento interpretativo: già dalla giovinezza infatti gli parve che la caratteristica prima del filosofo (il rapporto con la verità) potesse manifestarsi nella vita (storica), fecondando e alimentando la politica, che riguarda la vita comune degli uomini. Dapprima lo stesso Platone fu tentato di partecipare alla vita politica della sua città, ma ne fu distolto dalle delusioni provocategli dal governo dei Trenta tiranni, poi dalla restaurata democrazia che mise a morte Socrate. Da allora a Platone fu chiaro che solo un governo guidato dai filosofi poteva essere degno di esser definito buono. Di queste fasi della vita di Platone, la lettera VII, documento fondamentale per ricostruire la sua personalità, ci dà ampi squarci. Dopo la morte di Socrate Platone intraprese vari viaggi, di cui uno forse in Egitto. Significativi per il rapporto con la politica sono i 3 viaggi in Magna Grecia. A Siracusa, dove si legò in amicizia con Dione, zio di Dionisio il Giovane, Platone tentò di attuare la sua idea del governante illuminato dal filosofo. Ma Dionisio il Vecchio, allora tiranno della città, preoccupato dei suoi progetti, lo fece allontanare. Fu di ritorno ad Atene che Platone costituì l'Accademia. Quando Dionisio il Giovane succedette al padre, Platone tornò a Siracusa per riprendere il suo progetto, ma Dionisio deluse Platone che se ne tornò ad Atene. Una terza volta egli tornò a Siracusa, ma ancora fallì il suo tentativo di instaurare un governo retto dalla filosofia.
I DIALOGHI
è dibattito aperto la cronologia dei dialoghi: tuttavia la critica moderna, tenendo conto della tradizione, servendosi delle testimonianze antiche, considerando il contenuto dottrinale e la forma linguistica li ordina per lo più nel modo seguente:
I. Apologia, Critone, Ione, Alcibiade I, Lachete, Liside, Carmide, Eutifrone
II. Eutidemo, Ippia minore, Cratilo, Ippia maggiore, Menesseno, Gorgia, Repubblica I, Protagora, Menone
III. Fedone, Simposio, Repubblica II-X, Fedro
IV. Parmenide, Teeteto, Sofista, Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Leggi
A questi Dialoghi bisogna poi aggiungere 13 Lettere, di cui la VII e l'VIII sono in genere date per autentiche.
Il carattere dialogico degli scritti rappresenta la sostanza stessa della sua filosofia. Il dialogo platonico è sempre costituito da una tesi aperta, che nel contraddittorio viene esplicandosi, mentre l'interlocutore-contraddittore sposta continuamente le sue opposizioni di volta in volta che una verità va affermandosi. è lui stesso, adeguatamente sollecitato, a riconoscere la verità.
Notevole è il cambio di stile dei Dialoghi. Quelli giovanili sono caratterizzati da interventi brevi e vivaci da parte dei partecipanti e conservano intatta la loro natura dialogica; gli ultimi sono caratterizzati da lunghi interventi che svisano l'andamento del dialogo e ne fanno quasi un trattato. Socrate è quasi sempre il protagonista, ma negli ultimi dialoghi la sua figura è sempre più sfocata o addirittura scompare.
LA FILOSOFIA PLATONICA
Si configura come una sintesi ma (ci avverte lo stesso Platone) non sistematica.
Platone accetta il relativismo di Protagora assieme alla teoria del 'panta rei' di Eraclito e al fenomenismo degli ionici. Da queste premesse Platone deduce che la conoscenza sensibile porta solo a risultati provvisori, validi unicamente per le circostanze particolari in cui sono stati ottenuti. Con essi non è possibile raggiungere una conoscenza unica, perchè su ogni oggetto si possono fare discorsi diversi parimenti accettabili. Protagora pretendeva di poter fare un discorso corretto pur nella molteplicità dei discorsi; Socrate esortava i giovani ad approfondire l'indagine dei valori morali per giungere ad un discorso più preciso; Platone vuol togliere ogni carattere provvisorio alla conoscenza e a questo scopo scende nella più profonda interiorità dell'uomo affermando che la certezza assoluta è frutto solo di conoscenza razionale e, dove Socrate aveva scoperto l'universalità dei valori morali in quanto comuni e validi per tutti, egli estende tale validità anche al campo della conoscenza. Ritorna qui, riprodotta da Platone, la contrapposizione parmenidea tra razionalità e sensibilità, tra percezioni sensitive diverse da individuo ad individuo e diverse nello stesso individuo e le idee, forme reali e immutabili delle cose.
MITO DELLA CAVERNA
A differenza di Parmenide però Platone non concepisce l'essere reale come unico, perchè formato da più idee. Il concetto è illustrato dal mito della caverna: l'uomo è come un prigioniero incatenato in una caverna, con le spalle rivolte all'apertura e la faccia alla parete. Fuori brilla una gran luce, nella quale passano gli esseri reali. La luce filtrando attraverso l'apertura ne proietta le ombre sulla parete e l'uomo crede di vedere il mondo reale, mentre in realtà ne vede solo l'ombra. Per arrivare alla verità effettiva l'uomo deve rompere le sue catene e uscire dalla caverna alla luce. Fuori della metafora (dice Platone) l'uomo è dotato di sensi, che lo legano al mondo delle apparenze, e di ragione, che gli fa conseguire invece la vera realtà, facendolo pervenire alla scienza, che è conoscenza assoluta e universale.
IL SISTEMA MAIEUTICO
Per rompere le catene Platone si richiama al metodo maieutico di Socrate, ma dove il maestro l'aveva usato per risvegliare la voce della coscienza del suo interlocutore e fargli scoprire le verità della vita morale, Platone mira con esso a far scoprire al discepolo le verità razionali; per spiegarsi introduce un altro esempio: vien dato un problema di geometria da risolvere ad uno schiavo digiuno di ogni cognizione in quella materia: dato un quadrato, deve trovarne un altro di aria doppia. Il giovane tenta dapprima la soluzione più semplicistica: raddoppia i lati del quadrato ma si accorge subito del suo errore e dopo vari altri tentativi traccia la diagonale del quadrato e, assumendola come lato, costruisce il quadrato doppio del primo (Menone).
Il sistema maieutico - conclude Platone- funziona anche fuori dall'ambito che gli aveva assegnato Socrate. Più significativamente ancora questo esempio dimostra che Platone si muove sul terreno delle verità matematiche dei pitagorici. A indirizzarlo alla dottrina pitagorica era stato Archita di Taranto e su questa strada arriverà poi a preferire la geometria all'algebra di Pitagora.
LA MATEMATICA
La scienza dei numeri e delle figure è studiata da Platone per la sua purezza concettuale che consente di fare considerazioni logiche molto rigorose su concetti nitidi e liberi da ogni riferimento all'empiria, aiutando così l'uomo a realizzare il passaggio "da ciò che diviene a ciò che è". A questa funzione della matematica Platone accomuna anche le altre scienze, ma ne esclude drasticamente la fisica, che egli considera un semplice studio dei fenomeni. Da cui anche il rifiuto dei naturalisti greci e di Democrito. Sulla strada di una fisica 'finalistica' (Timeo) Platone avanza fino a formulare l'ipotesi dell'esistenza di numerose analogie tra 'macrocosmo' e 'microcosmo' per cui l'ordine esistente nella natura è ad essa antecedente e quindi per spiegare i fenomeni bisogna richiamarsi ai principi naturali.
LE IDEE
LA MATEMATICA
La scienza dei numeri e delle figure è studiata da Platone per la sua purezza concettuale che consente di fare considerazioni logiche molto rigorose su concetti nitidi e liberi da ogni riferimento all'empiria, aiutando così l'uomo a realizzare il passaggio "da ciò che diviene a ciò che è". A questa funzione della matematica Platone accomuna anche le altre scienze, ma ne esclude drasticamente la fisica, che egli considera un semplice studio dei fenomeni. Da cui anche il rifiuto dei naturalisti greci e di Democrito. Sulla strada di una fisica 'finalistica' (Timeo) Platone avanza fino a formulare l'ipotesi dell'esistenza di numerose analogie tra 'macrocosmo' e 'microcosmo' per cui l'ordine esistente nella natura è ad essa antecedente e quindi per spiegare i fenomeni bisogna richiamarsi ai principi naturali.
LE IDEE
Le idee - afferma Platone - rappresentano l'assoluto e l'universale, gli oggetti della conoscenza sensibile il particolare e il contingente. Fra particolare e universale i rapporti sono due: di mimesi, in quanto il particolare imita l'idea e la prende a suo modello; di metessi, in quanto il particolare partecipa dell'essenza delle idee. Per il salto di qualità dal particolare all'universale bisogna percorrere i quattro gradi della conoscenza: la sensazione, basata sulle pure immagini dei sensi; l'opinione, che dà della conoscenza delle cose particolari giudizi variabili da individuo a individuo; la ragione, che offre una visione degli oggetti nei loro rapporti matematici; l'intelletto, che si colloca in diretto rapporto con le idee, attraverso la dialettica, definita da Platone "la vera scienza filosofica" in quanto sa cogliere gli oggetti nella loro realtà.
CONTRO L'ARTE
Nella condanna delle vane apparenze della vita terrena Platone include anche l'arte (musica, pittura, poesia, ecc.) che si diletta a ritrarre lo spettacolo degli altrui sentimenti e passioni, alimentandone nell'uomo il pericoloso sviluppo invece di essere mezzo di purificazione e di elevazione morale. Motivo di questa avversione è il fatto che l'arte è "l'imitazione di un'unimitazione" in quanto non ritrae la pura realtà delle idee, ma si limita a riprodurre le cose che a loro volta sono cattive copie delle idee. Essa è tut'al più una "divina mania" (Fedro), un "dono divino" (Ione), ma rimane sempre un vedere per colorate immagini e con una non chiara contemplazione dell'intelletto.
CONOSCENZA
Quando l'uomo arriva ad una verità razionale, non acquista una nuova conoscenza, ma ricorda soltanto ciò che già aveva appreso e che aveva dimenticato. Per avanzare nella sua spiegazione Platone ammette la preesistenza dell'anima: prima della vita presente, in cui è incatenato al sensibile, l'uomo è preesistito in un'altra vita, in cui la sua visione era intellettiva e percepiva immediatamente le idee. L'uomo passa poi attraverso diverse vite, ma la sua anima rimane sempre identica (prova, secondo Platone, della sua immortalità). Nei vari passaggi da un corpo all'altro, l'anima ha acquisito molte conoscenze, quindi non ci deve meravigliare che ricordi ciò che ha già conosciuto. La vera causa della sua immortalità consiste però nel fatto che essa partecipa della stessa natura delle idee e siccome queste sono immortali, immortale è pure l'anima: è la tesi sostenuta nel Fedone, dove Platone parte del pitagorismo ma lo trascende. Altri elementi religiosi ci offre Platone nel Fedro, paragonando l'anima razionale all'auriga che guida una biga alata, tirata da due cavalli, l'uno pieno di impeti (anima irascibile), l'altro portato solo ai piaceri più abbietti (anima concupiscibile). Il prepotente affermarsi dell'anima concupiscibile ha imprigionato l'anima nel corpo. Nel Timeo la creazione dell'anima razionale è invece collocata in un contesto cosmogonico a opera del demiurgo: questi offre all'anima la visione fugace del mondo delle idee e subito dopo le cala nei corpi, formati dalle due anime inferiori, irascibile e concupiscibile. Quest'ultima prevarrà tenendo incatenata l'anima razionale al corpo. Alla fine della Repubblica Platone fa raccontare ad Er, morto in battaglia e risuscitato, la vita delle anime nell'oltretomba: le anime che hanno vissuto secondo ragione godono di uno stato originario di beatitudine; le altre devono trasmigrare di corpo in corpo scendendo sempre più in basso nella scala degli esseri. Su questa tematica religiosa s'inserisce "l'amore platonico" che cerca nell'amante i segni della moralità più elevata, disdegnando quanto in essa è caduco e apparente.
POLITICA
In diretta connessione con la visione religioso-morale è anche la teoria politica. Platone nutre una grande sfiducia nei metodi politici in auge al suo tempo: è un tema che ha in comune con Socrate, ma dove il maestro si era dedicato ad agire sui suoi concittadini, Platone sceglie il suo campo d'azione lontano dalla patria, a Siracusa. Sostiene che i vari modi di governare siano tutti inquinati dal comune difetto di considerare solo l'esteriore e il caduco nell'uomo e di non saper entrare nella sua realtà interiore, l'unica vera. A questa capacità penetrativa nel reale non è necessario educare tutto il popolo, ma solo una piccola elite di governanti che penseranno poi ad attuarla ai loro posti di comando. Alla grande massa formata da lavoratori manuali e commercianti Platone destina la produzione di beni; ai guerrieri la difesa dello Stato, ai filosofi la sua direzione. A produrre il necessario disinteresse ai beni della vita guerrieri e governanti dovranno mettere in comune ogni proprietà, comprese le donne (Repubblica).
STATO
Partendo dal principio della profonda disuguaglianza tra gli uomini, Platone deduce che non tutti gli uomini sono adatti alla stessa funzione e quindi bisogna attuare la suddivisione dei compiti. Qui comincia la funzione dello Stato che, assegnando a ogni cittadino il lavoro per il quale è adatto, mette la società in grado di avere un sano sviluppo. L'educazione ha il compito di scoprire queste attitudini e di valorizzarle. Su tutte le varie mansioni eccellono per importanza sociale la difesa dello Stato e la sua direzione politica. Esse dovranno essere affidate a veri professionisti, che alle attitudini aggiungono un'educazione adeguata al loro esercizio. Tale dottrina capovolge completamente il concetto di democrazia della polis, per ritornare a quello dello Stato aristocratico, sebbene al privilegio del sangue si sostituisca il valore delle attitudini e delle virtù: i governanti devono distinguersi per la sapienza (quindi governanti-filosofi); i guerrieri per la fortezza; i produttori di beni per la temperanza. Nell'armonia tra queste virtù lo Stato realizza la giustizia, virtù che compete allo Stato ma anche al cittadino quando egli assolve al suo compito. Alla virtù dello Stato Platone si appella quale 'conditio sine qua non' per l'educazione del cittadino; diversamente si avrebbero le forme degenerative della timocrazia (prevalere dei guerrieri sui filosofi), che a sua volta degenera nella plutocrazia (governo dei ricchi) e questa in democrazia (potere anarchico delle masse), che lascia il passo al peggiore dei governi (tirannide).
Platone elimina anche le leggi: esse non sono necessarie perchè l'individuo nell'adempimento dei suoi compiti segue le sue attitudini (che costituiscono la vera norma del suo agire) e la base morale, che gli ha fatto acquisire l'educazione. Cade così un altro presupposto dello Stato costituzionale, la legge positiva, per lasciar prevalere la morale. In rapporto alle attitudini, la diversità di sesso non determina diversità sostanziali; quindi anche le donne, oltre ad essere madri e casalinghe, possono esercitare anche le arti della guerra e del governo.
EDUCAZIONE
Platone è convinto che siffatto Stato sia altamente educativo perchè, collocando ogni individuo al posto conforme alle sue tendenze, ne sviluppa la personalità e gli agevola il raggiungimento della felicità. Se alle grandi masse dei produttori è sufficiente questa educazione, che si realizza attraverso l'azione dei governanti, ispirati ai principi sopra descritti, per i guerrieri e i governanti sarà invece necessario un ben diverso tirocinio: per essi Platone postula la formazione del corpo mediante la ginnastica e quella della mente con la musica (Repubblica e Leggi). Per questi eletti l'educazione comincia a 7 anni ed è uguale per ambo i sessi, ma è data in ambienti diversi. La ginnastica comprende tutti gli esercizi e mira a preparare il guerriero, ma soprattutto formare il carattere e la personalità morale. Alla formazione della mente presiede la musica, ma è consentita anche la poesia, purchè purgata da ogni elemento irreligioso o immorale. Altre discipline sono le matematiche applicate alle arti militari, alla navigazione, ecc. L'insegnamento si svolge in 10 anni (il primario fino ai dieci anni; il secondario dagli undici ai diciotto) e le materie si succedono in questo ordine: poesia, musica, matematica. Segue un biennio di servizio militare. Nel guerriero virtù precipua deve essere la fortezza che esprime il massimo della forza fisica, ma nel contempo disciplina la volontà a usarla secondo ragione. Dopo il servizio militare i migliori vengono avviati allo studio della scienza pura del numero (aritmetica, geometria, astronomia, acustica). Questo nuovo studio dura altri dieci anni e alla fine si opera una nuova selezione e solo i migliori si applicheranno per altri cinque anni allo studio della dialettica. A 35 anni il filosofo inizia il suo tirocinio politico continuando per 15 anni: a 50 anni la sua educazione può dirsi compiuta.
AUTOCRITICA
Giunto alla maturità del suo pensiero Platone si accorge che le premesse da cui era partito non risolvevano alcune difficoltà fondamentali e si accinge ad una coraggiosa revisione. Nelle opere giovanili aveva affermato che le idee sono molteplici ma quale rapporto lega un'idea all'altra? Aveva sostenuto che esiste una 'subordinazione' di tutte le altre idee a quella del Bene, in quanto questa rappresenta il fine ultimo dell'universo. è l'unica distinzione avanzata da Platone e la mancanza di altre metteva il suo sistema in grave difficoltà: infatti, se i rapporti fra le idee sono analoghi a quelli esistenti tra gli oggetti che a esse corrispondono, si può pensare che il mondo delle idee ricopri il modello degli oggetti sensibili e allora non sarebbe il mondo sensibile a copiare il mondo delle idee ma il contrario; se poi rigettiamo questa ipotesi, cadiamo nella concezione di un mondo delle idee che, rimanendo indistinte fra loro, vengono ad identificarsi con l'essere unico. Nel Parmenide, nel Teeteto e nel Sofista, Platone ricorre alla 'diairesis' (la suddivisione del concetto in due, e ognuno di questi ancora in due fino a raggiungere quello che si deve definire) e a rapporti di tipo numerico. Con queste tecniche Platone cerca di difendere la "positività del molteplice" contro il diffondersi nella sua stessa scuola della dottrina megarica dell' "essere unico", e su questa strada giunge a sostenere come positiva la stessa idea di non-essere: se infatti un'idea si dice diversa da un'altra in quanto realizza ciò che in un'altra non esiste, dovremmo ammettere che il non-essere esiste, perchè il non-essere non significa "contrario all'essere" ma solo "diverso". Qui Platone tocca il punto centrale: se infatti il non-essere è positivo, di tale positività sarà partecipe anche il mondo sensibile (definito all'inizio della sua ricerca pura e sola non-realtà) e la conoscenza sensibile, pur non essendo ancora conoscenza del reale, porta con sè i germi della verità.
La dialettica platonica a questo punto rimane ancora sul campo del mondo delle idee, ma si traduce nel contempo in metodo di ricerca ben più duttile con l'analisi e la sintesi.
NUMERI IDEALI
Poco prima di morire Platone elaborò la teoria dei 'numeri ideali' attraverso la quale riconduceva a rapporti matematici fissi gli schemi strutturali del reale. Particolare valore speculativo, etico e mistico pare avesse la triade "limite, illimitato, medietà".
CONTRO L'ARTE
Nella condanna delle vane apparenze della vita terrena Platone include anche l'arte (musica, pittura, poesia, ecc.) che si diletta a ritrarre lo spettacolo degli altrui sentimenti e passioni, alimentandone nell'uomo il pericoloso sviluppo invece di essere mezzo di purificazione e di elevazione morale. Motivo di questa avversione è il fatto che l'arte è "l'imitazione di un'unimitazione" in quanto non ritrae la pura realtà delle idee, ma si limita a riprodurre le cose che a loro volta sono cattive copie delle idee. Essa è tut'al più una "divina mania" (Fedro), un "dono divino" (Ione), ma rimane sempre un vedere per colorate immagini e con una non chiara contemplazione dell'intelletto.
CONOSCENZA
Quando l'uomo arriva ad una verità razionale, non acquista una nuova conoscenza, ma ricorda soltanto ciò che già aveva appreso e che aveva dimenticato. Per avanzare nella sua spiegazione Platone ammette la preesistenza dell'anima: prima della vita presente, in cui è incatenato al sensibile, l'uomo è preesistito in un'altra vita, in cui la sua visione era intellettiva e percepiva immediatamente le idee. L'uomo passa poi attraverso diverse vite, ma la sua anima rimane sempre identica (prova, secondo Platone, della sua immortalità). Nei vari passaggi da un corpo all'altro, l'anima ha acquisito molte conoscenze, quindi non ci deve meravigliare che ricordi ciò che ha già conosciuto. La vera causa della sua immortalità consiste però nel fatto che essa partecipa della stessa natura delle idee e siccome queste sono immortali, immortale è pure l'anima: è la tesi sostenuta nel Fedone, dove Platone parte del pitagorismo ma lo trascende. Altri elementi religiosi ci offre Platone nel Fedro, paragonando l'anima razionale all'auriga che guida una biga alata, tirata da due cavalli, l'uno pieno di impeti (anima irascibile), l'altro portato solo ai piaceri più abbietti (anima concupiscibile). Il prepotente affermarsi dell'anima concupiscibile ha imprigionato l'anima nel corpo. Nel Timeo la creazione dell'anima razionale è invece collocata in un contesto cosmogonico a opera del demiurgo: questi offre all'anima la visione fugace del mondo delle idee e subito dopo le cala nei corpi, formati dalle due anime inferiori, irascibile e concupiscibile. Quest'ultima prevarrà tenendo incatenata l'anima razionale al corpo. Alla fine della Repubblica Platone fa raccontare ad Er, morto in battaglia e risuscitato, la vita delle anime nell'oltretomba: le anime che hanno vissuto secondo ragione godono di uno stato originario di beatitudine; le altre devono trasmigrare di corpo in corpo scendendo sempre più in basso nella scala degli esseri. Su questa tematica religiosa s'inserisce "l'amore platonico" che cerca nell'amante i segni della moralità più elevata, disdegnando quanto in essa è caduco e apparente.
POLITICA
In diretta connessione con la visione religioso-morale è anche la teoria politica. Platone nutre una grande sfiducia nei metodi politici in auge al suo tempo: è un tema che ha in comune con Socrate, ma dove il maestro si era dedicato ad agire sui suoi concittadini, Platone sceglie il suo campo d'azione lontano dalla patria, a Siracusa. Sostiene che i vari modi di governare siano tutti inquinati dal comune difetto di considerare solo l'esteriore e il caduco nell'uomo e di non saper entrare nella sua realtà interiore, l'unica vera. A questa capacità penetrativa nel reale non è necessario educare tutto il popolo, ma solo una piccola elite di governanti che penseranno poi ad attuarla ai loro posti di comando. Alla grande massa formata da lavoratori manuali e commercianti Platone destina la produzione di beni; ai guerrieri la difesa dello Stato, ai filosofi la sua direzione. A produrre il necessario disinteresse ai beni della vita guerrieri e governanti dovranno mettere in comune ogni proprietà, comprese le donne (Repubblica).
STATO
Partendo dal principio della profonda disuguaglianza tra gli uomini, Platone deduce che non tutti gli uomini sono adatti alla stessa funzione e quindi bisogna attuare la suddivisione dei compiti. Qui comincia la funzione dello Stato che, assegnando a ogni cittadino il lavoro per il quale è adatto, mette la società in grado di avere un sano sviluppo. L'educazione ha il compito di scoprire queste attitudini e di valorizzarle. Su tutte le varie mansioni eccellono per importanza sociale la difesa dello Stato e la sua direzione politica. Esse dovranno essere affidate a veri professionisti, che alle attitudini aggiungono un'educazione adeguata al loro esercizio. Tale dottrina capovolge completamente il concetto di democrazia della polis, per ritornare a quello dello Stato aristocratico, sebbene al privilegio del sangue si sostituisca il valore delle attitudini e delle virtù: i governanti devono distinguersi per la sapienza (quindi governanti-filosofi); i guerrieri per la fortezza; i produttori di beni per la temperanza. Nell'armonia tra queste virtù lo Stato realizza la giustizia, virtù che compete allo Stato ma anche al cittadino quando egli assolve al suo compito. Alla virtù dello Stato Platone si appella quale 'conditio sine qua non' per l'educazione del cittadino; diversamente si avrebbero le forme degenerative della timocrazia (prevalere dei guerrieri sui filosofi), che a sua volta degenera nella plutocrazia (governo dei ricchi) e questa in democrazia (potere anarchico delle masse), che lascia il passo al peggiore dei governi (tirannide).
Platone elimina anche le leggi: esse non sono necessarie perchè l'individuo nell'adempimento dei suoi compiti segue le sue attitudini (che costituiscono la vera norma del suo agire) e la base morale, che gli ha fatto acquisire l'educazione. Cade così un altro presupposto dello Stato costituzionale, la legge positiva, per lasciar prevalere la morale. In rapporto alle attitudini, la diversità di sesso non determina diversità sostanziali; quindi anche le donne, oltre ad essere madri e casalinghe, possono esercitare anche le arti della guerra e del governo.
EDUCAZIONE
Platone è convinto che siffatto Stato sia altamente educativo perchè, collocando ogni individuo al posto conforme alle sue tendenze, ne sviluppa la personalità e gli agevola il raggiungimento della felicità. Se alle grandi masse dei produttori è sufficiente questa educazione, che si realizza attraverso l'azione dei governanti, ispirati ai principi sopra descritti, per i guerrieri e i governanti sarà invece necessario un ben diverso tirocinio: per essi Platone postula la formazione del corpo mediante la ginnastica e quella della mente con la musica (Repubblica e Leggi). Per questi eletti l'educazione comincia a 7 anni ed è uguale per ambo i sessi, ma è data in ambienti diversi. La ginnastica comprende tutti gli esercizi e mira a preparare il guerriero, ma soprattutto formare il carattere e la personalità morale. Alla formazione della mente presiede la musica, ma è consentita anche la poesia, purchè purgata da ogni elemento irreligioso o immorale. Altre discipline sono le matematiche applicate alle arti militari, alla navigazione, ecc. L'insegnamento si svolge in 10 anni (il primario fino ai dieci anni; il secondario dagli undici ai diciotto) e le materie si succedono in questo ordine: poesia, musica, matematica. Segue un biennio di servizio militare. Nel guerriero virtù precipua deve essere la fortezza che esprime il massimo della forza fisica, ma nel contempo disciplina la volontà a usarla secondo ragione. Dopo il servizio militare i migliori vengono avviati allo studio della scienza pura del numero (aritmetica, geometria, astronomia, acustica). Questo nuovo studio dura altri dieci anni e alla fine si opera una nuova selezione e solo i migliori si applicheranno per altri cinque anni allo studio della dialettica. A 35 anni il filosofo inizia il suo tirocinio politico continuando per 15 anni: a 50 anni la sua educazione può dirsi compiuta.
AUTOCRITICA
Giunto alla maturità del suo pensiero Platone si accorge che le premesse da cui era partito non risolvevano alcune difficoltà fondamentali e si accinge ad una coraggiosa revisione. Nelle opere giovanili aveva affermato che le idee sono molteplici ma quale rapporto lega un'idea all'altra? Aveva sostenuto che esiste una 'subordinazione' di tutte le altre idee a quella del Bene, in quanto questa rappresenta il fine ultimo dell'universo. è l'unica distinzione avanzata da Platone e la mancanza di altre metteva il suo sistema in grave difficoltà: infatti, se i rapporti fra le idee sono analoghi a quelli esistenti tra gli oggetti che a esse corrispondono, si può pensare che il mondo delle idee ricopri il modello degli oggetti sensibili e allora non sarebbe il mondo sensibile a copiare il mondo delle idee ma il contrario; se poi rigettiamo questa ipotesi, cadiamo nella concezione di un mondo delle idee che, rimanendo indistinte fra loro, vengono ad identificarsi con l'essere unico. Nel Parmenide, nel Teeteto e nel Sofista, Platone ricorre alla 'diairesis' (la suddivisione del concetto in due, e ognuno di questi ancora in due fino a raggiungere quello che si deve definire) e a rapporti di tipo numerico. Con queste tecniche Platone cerca di difendere la "positività del molteplice" contro il diffondersi nella sua stessa scuola della dottrina megarica dell' "essere unico", e su questa strada giunge a sostenere come positiva la stessa idea di non-essere: se infatti un'idea si dice diversa da un'altra in quanto realizza ciò che in un'altra non esiste, dovremmo ammettere che il non-essere esiste, perchè il non-essere non significa "contrario all'essere" ma solo "diverso". Qui Platone tocca il punto centrale: se infatti il non-essere è positivo, di tale positività sarà partecipe anche il mondo sensibile (definito all'inizio della sua ricerca pura e sola non-realtà) e la conoscenza sensibile, pur non essendo ancora conoscenza del reale, porta con sè i germi della verità.
La dialettica platonica a questo punto rimane ancora sul campo del mondo delle idee, ma si traduce nel contempo in metodo di ricerca ben più duttile con l'analisi e la sintesi.
NUMERI IDEALI
Poco prima di morire Platone elaborò la teoria dei 'numeri ideali' attraverso la quale riconduceva a rapporti matematici fissi gli schemi strutturali del reale. Particolare valore speculativo, etico e mistico pare avesse la triade "limite, illimitato, medietà".
