Si dice che le donne siano le migliori a fingere, almeno riguardo alle cose serie (che tutti avrete capito): pare
che non solo lo facciano alla grande, ma anche per un buon motivo; di contro si dice che gli uomini fingano
solo per narcisismo: con gli amici, sulle donne; con le donne, sul proprio passato. Quando il rispettivo
partner lo scopre, di solito si sente ingannato e accusa l’altro di essere un bugiardo. Fine della storia.
Eppure ad indagare la finzione si scopre sempre qualcosa di più interessante, su chi finge e sulla finzione. Si
finisce col capire meglio la realtà: sembra un controsenso, ma Torquato Tasso ce lo aveva già spiegato:
anche la finzione è reale. E dunque va bene che la finzione stia in rapporto alla realtà come la bugia alla
verità; ma la finzione in sé, quando non è una palla ma ‘funziona’, è reale. E infatti Babbo Natale è reale per
i bambini, come lo è don Chisciotte per chiunque abbia mai aperto un libro nella propria vita; lo è anche la
cosiddetta ‘ragion di Stato’, quella finzione che lo Stato usa per raccontare una storia credibile ai propri
cittadini (vedi la famosa ‘pallottola magica’ nell’assassinio di Kennedy). Qualcuno potrà accusarmi di
complottismo, ma qui casca l’asino: non tutte le finzioni sono complotti. Umberto Eco ci elenca gli
ingredienti di un complotto: promessa di un sapere negato a tutti gli altri; presenza dell’espressione ‘poteri
forti’; l’idea che si è nascosta la verità; l’idea che si voglia mantenere lo ‘status quo’. Non avendo spazio per
analizzare ogni punto, eccovi il riassunto: ai complotti bisogna applicare la psichiatria, non la sociologia.
Immagino che certi di voi, leggendo i punti elencati, siano andati con la mente dritto dritto alla campagna
elettorale scorsa: non vergognatevi, è naturale (all’inizio) dar credito a certe storie. In fondo quand’anche
l’abito non faccia il monaco, tuttavia la prima impressione è proprio quella! La ‘vera’ finzione è una cosa più
sottile: essa non mira a dare spiegazioni, ma a rappresentare emozioni, a figurarle. È il caso di Edipo, di
Elettra, di Otello. Ricordate Leopardi? “Io nel pensier mi fingo”: insomma, la finzione ‘vera’ spiega le cose
della nostra anima. Pare dunque che ci abbia visto giusto Boccaccio quando alle sue lettrici,
raccomandando loro di inventare storie plausibili per le loro tresche amorose, ricordava che in fondo noi
tutti siamo ciò che fingiamo di essere.
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