martedì 11 dicembre 2018

N. 52 - NAPOLI

Che rarità!

Napoli. A parlarne si rischia sempre di essere tacciati di provincialismo, eppure la recentissima scomparsa del Banco di Napoli, inglobato del tutto da Intesa San Paolo, spinge quantomeno ad una riflessione. Che cos'è Napoli, come città, come essenza? Giulio Cesare Capaccio, teologo e scrittore del '600 scrive sicuro: "Napoli è tutto il mondo", il posto in cui "gli infelici trovano consolazione" come aveva detto già Cicerone. Caravaggio ce ne dà la spiegazione migliore: è il posto in cui arriva come assassino e, al secondo viaggio, quello di ritorno, è il posto in cui viene quasi assassinato. Lucio Dalla ne canta il senso: Napoli è il mistero della vita, bene e male si confondono. Del resto un proverbio già lo dice: 'Napoli è un Paradiso abitato da diavoli'. Possiamo dire che Napoli è una città-frontiera: l'ultima città Europea e prima città Mediterranea, il che la rende una città-soglia. Si compenetrano il mare con la città, la città di superficie con l’altra sotterranea, fanno parte della stessa realtà ma non perdono la distinzione. Così la città pagana non viene sepolta dalla città cristiana, le tradizioni cristiane sposano il folklore spagnolo e a tavola compare pure il gusto degli abbinamenti della cucina francese. Napoli è una unità di uomini e pietre, dove nessuna forma (sia essa sociale o architettonica) sembra pensata per sempre. Così scrive Benjamin: “l'architettura è porosa come questa roccia. Edifici e azioni si trasformano gli uni nelle altre in cortili, arcate, scalinate”. Se di Napoli Goethe ne aveva fatto una descrizione da cartolina, concludendo: “Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi!”, Cervantes, il papà di Don Chisciotte, l'aveva definita addirittura "gloria d'Italia"; per Ippolito Nievo (che muore nelle bocche di Capri) Napoli resta “un certo paese magico e misterioso dove le vicende del mondo non camminano ma galoppano". Ne è un caso emblematico l'ingresso di Garibaldi tra i soldati borbonici, già nelle pagine di Dumas. L'anti-borbonismo diventa allora sinonimo dell'anti-napoletanismo: proverbiali le corrispondenze di Henry Wreford al suo giornale, il “Times” di Londra, per dire ogni bassezza di Napoli. In Dickens poi, il celebre autore di Oliver Twist, la bassezza di Napoli diventa più di un’esperienza, certo cronaca giornalistica, ma forse già gossip. La sua è una Napoli di mendicanti e borsaioli, in cui il popolino si rovina giocando al Lotto. A proposito di quest’usanza Dickens riporta: “Mi raccontarono la storia di un cavallo imbizzarrito che ad un angolo di strada aveva scaraventato giù un uomo, lasciandolo moribondo. Il cavallo era a sua volta inseguito da un uomo che procedeva a velocità tale che si trovò sul luogo della disgrazia immediatamente dopo che questa si era verificata. Costui si gettò in ginocchio presso lo sfortunato cavaliere e gli afferrò la mano con l'espressione più afflitta di questo mondo. «Se vi è ancora vita in voi», disse, «ditemi una sola parola! Se vi resta un fiato di voce ditemi, per amor di Dio, quanti anni avete, affinchè io possa giocarmi questo numero al lotto!” Forse il segreto di Napoli lo ha colto il regista Nanny Loy. Quando stava girando 'Le quattro giornate di Napoli' e fischiava per dire alle comparse di muoversi, nessuno lo faceva. Solo quando spiegava loro la scena questi si muovevano, ognuno nel modo più creativo e personale possibile. Concluse allora: "a Napoli, no. Con i soldi e gli ordini non si compra nulla". 

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