Una cosa è la tecnica, un'altra la tecnologia. La tecnica è un altro nome per dire 'la razionalità che opera nella sua massima efficienza e nel minor sforzo possibile'; la tecnologia è il prodotto della tecnica. All'inizio le cose non erano così: 'tecnica' stava per 'arte' e 'tecnologia' stava per 'discorso per trattare con arte un soggetto'. 'Trattare con arte' voleva dire 'trattare razionalmente'. Ecco spiegata l'evoluzione del concetto. Ma continuiamo: che vuol dire oggi parlare di 'tecnica'? Vuol dire innanzitutto parlare dei limiti della tecnica. Mi spiego meglio: tecnicamente la clonazione umana è possibile (dopo esser riusciti, nel giugno scorso, a fare la clonazione di due scimmie). Ora, cosa può impedire alla tecnica di realizzare la clonazione umana? Di solito si risponde ricorrendo all'etica: si dice che è immorale. Fermiamoci qui per un momento. Ora chiediamoci che cosa significa parlare di tecnologia oggi. Vuol dire parlare del potere della tecnologia. Prendete in mano il vostro cellulare: lo sapete usare, ma non lo sapete costruire. E forse non sapete nemmeno tutte le sue funzioni. Questo che significa? Che sappiamo accendere la luce, ma non sappiamo costruire una lampadina; che sappiamo usare internet, ma non sappiamo neanche come funziona; che sappiamo usare i social, ma non sappiamo niente del mondo che ci sta dietro. Riassumendo: la tecnica è diventata così alta dal punto di vista qualitativo che solo alcuni (pochi) riescono a comprenderla del tutto; la tecnologia è diventata così diffusa che solo alcuni (pochi) riescono a governarla del tutto. Qual è il problema? Che i nostri pensieri, il nostro lavoro, perfino le nostre relazioni rispettano il paradigma della 'tecnica': si pensa cioè a raggiungere il massimo grado di efficienza con il minor sforzo possibile. Pensiamo ad internet, che è tecnologia. Mettere una cosa in rete è facilissimo; cancellarla da ogni nodo della rete è una cosa impossibile (non comparire più tra i risultati di google non significa, infatti, essersi assicurati il diritto all'oblio) con tutte le conseguenze del caso: dalle foto nei momenti di cazzeggio, ai dati sensibili che lasciamo in rete, reperibili e manipolabili facilmente da chiunque. La tecnologia investe pure la politica. I nostri governanti, addirittura, per darsi un tono, si assicurano di avere in mano il tablet, piuttosto che qualche idea in zucca. Usano i social personali, abbandonando quel tempo di riflessione di cui si abbisognava, fisiologicamente, per buttare giù (o farsi scrivere) il comunicato ufficiale. Hanno come obiettivo i like e sanno che più like vuol dire più voti. Perché i cittadini pensano e fanno allo stesso modo: reagiscono di pancia, il loro giudizio è tutto compresso in un 'mi piace' o in qualche emoticon, la loro capacità di andare in profondità nelle cose è pari a quella di un tappo di sughero in acqua. Risultato: la politica, come la pensava Cicerone, forse non esiste più. Se i progetti nell'intelligenza artificiale sono in continua espansione (tra gli altri, ricordiamo i progetti di neurotecnologie messi in piedi da Elon Musk), se internet è una rete che sfugge al controllo dell'utente, se tutta la vita dell'uomo è tecnicamente assistita, forse è giunto il momento di chiedersi quali conseguenze hanno la tecnica (e la tecnologia) sulla vita dell'uomo: in primis, sulla sua vita democratica.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.