sabato 12 ottobre 2019

N.72 - AZZARDO


La vita e l'azzardo.
Quando pensiamo alla parola 'azzardo' ci viene in testa l'idea del gioco. Dubito che questo avvenga perché siamo tutti filologi (la parola 'azzardo' deriva dall'arabo, da 'ah-zahr' che vuol dire 'dado'); temo invece che sia per costume. Le statistiche parlano chiaro: in Italia si giocano ogni anno più di 100 miliardi di euro, sono 17 milioni gli Italiani che giocano (42,8% della popolazione) e un milione sono i giovanissimi (tra i 15 e i 19 anni) che giocano in prevalenza a slot machines, 'gratta e vinci' e scommesse sportive. Il dato è preoccupante perché in 10 anni il numero è aumentato di 10 volte. L'Università di Melbourne, in Australia, ha condotto una ricerca sui giocatori: 1 giocatore su 5 commette violenze in famiglia, contro il partner o contro i figli. E l'Università di Padova sui minori: un quindicenne che vive in una famiglia più povera rispetto ai compagni di classe che vivono in famiglie più ricche ha quasi 7 volte in più la probabilità di diventare un giocatore d'azzardo. In breve: più poveri si è, più si è spinti a giocare, con la speranza di vincere e cambiare la propria vita. Il risultato ovviamente è drammatico ma rimane taciuto: a vincere è sempre il banco. E questo per motivi razionali: il banco (in questo caso lo Stato, che ha il monopolio sul gioco d'azzardo) ha la certezza matematica che l'introito sarà sempre maggiore delle spese (che corrispondono alle vincite dei giocatori). Come dire: per lo Stato non è una perdita il fatto che un giocatore con una botta di culo ha vinto 209 milioni di euro giocando un biglietto di 2€, perché nelle settimane trascorse, all'aumentare del montepremio sono aumentate le giocate (cioè i tentativi di vincere) e quindi è aumentato il ricavato totale del Banco. Detto meglio: aver vinto 209 milioni non vuol dire aver 'sbancato', aver preso tutto il banco, come se si trattasse di rubamazzetto. Giocando con le parole, quantunque i giocatori si dividano tra coloro che 'è tutto mazzo' e quelli del 'sistema', a 'rubare' letteralmente 'il mazzetto' è lo Stato, come aveva fatto capire già Cavour quando scriveva che "il gioco è una tassa sugli stupidi". Qualche politico più serio potrebbe vietare il gioco d'azzardo e seguire Voltaire, introducendo una tassa sull'intelligenza: siccome nessuno vorrà autodefinirsi stupido, la pagheranno tutti. Temo invece che di questi tempi l'orgoglio italiano sia arrivato così in basso che è letteralmente un azzardo pensare di motivare in questa maniera i connazionali. Più che a Peppone, c'è da rivolgersi allora a don Camillo. Se i Papi hanno cercato di combattere il gioco d'azzardo definendolo 'strumento di Satana', il filosofo Pascal, che ha scritto pagine intensissime sulla religione, ci suggerisce un'ultima definizione. Il vero azzardo - dice lui - è scommettere sul vivere cristianamente: se Dio esiste, guadagneremo il Paradiso e un'altra vita; se Dio non esiste, poco importa, avremmo perso solo piaceri e cose inutili, ma avremo comunque vissuto. Eppure, senza scomodare Dio, l'azzardo lo conosce ogni amante degno di questo nome. L'innamorato infatti, nel fare il primo passo e dichiararsi all'amato, compie un azzardo non sapendo se verrà ricambiato. Certo lo spera e cerca di interpretare tutti quei segni e comportamenti rivelatori, allo stesso modo di Eduardo De Filippo che, nella commedia 'Non ti pago', se ne va in giro per i tetti con Aglietiello, tentando di decrifrare le forme delle nuvole per ricavarne numeri della smorfia da giocare al lotto. Ma mi sa che con questo siamo arrivati a parlare di indovini.              

"Il gioco d'azzardo è il contrario del gioco, ed è assurdo che abbia lo stesso nome"
Valerio Magrelli

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