domenica 10 maggio 2020

N. 86 - fuoco

L'étincelle qui allume le feu.

Il posto più in basso dell'Inferno, quello in cui si trova Lucifero, a sentire Dante è pieno di ghiaccio e non di fuoco. Per trovare il fuoco bisogna risalire fino al sesto cerchio, nella città di Dite (Canto IX), nel cui fossato esterno sono puniti gli eretici i quali, avendo disprezzato la fiamma della fede cristiana, sono condannati in tombe infuocate, più o meno calde a seconda della gravità del peccato da scontare. Scendendo da qui troviamo prima i violenti (puniti sotto una pioggia di fuoco), poi i simoniaci (messi a testa in giù e con i piedi in fiamme) e infine i consiglieri di frode, avvolti in fiamme. Ulisse e Diomede si trovano avvolti insieme da un'unica fiamma biforcuta, perché biforcuta è stata la sua lingua nel convincere con frode, come biforcuta fu la lingua del serpente tentatore di Eva e come biforcuta sarà quella di Iago nel convincere Otello dell'infedeltà di Desdemona.
Al tempo di Dante l'amore di Dio vale più dell'amore per qualsiasi altra creatura, compresa la sua Beatrice che è angelo di Dio perché 'annuncia' Dio. Così come il fuoco, illuminando, dà la possibilità di vedere, troppo fuoco consuma: per questo il fuoco d'amore è una cosa e la luce dell'amore un'altra. Dante dovrà arrivare alle soglie del Paradiso per capire questo, ma a quel punto le cose si fanno troppo lontane dalle voglie a portata di uomo che, alla sua epoca come oggi, sono più solleticate da Paolo e Francesca che da Pia dei Tolomei. Del resto Boccaccio ha fatto divertire mezza Europa con le sue storie sul fuoco d'amore. Anche se il Decameron è dedicato alle donne con l'esplicito intento di confortarle e dare loro consigli utili, nelle sue pagine non c'è nulla del "coito con Lucifero" di cui hanno accusato le streghe di ogni epoca, poi le donne di ogni epoca perché, come ci ricorda il Perrucci teorizzatore della Commedia dell'arte, "Fuoco che donna dà è sempre infernale". Val il detto dei nonni, non si scherza col fuoco: può esser la voce di Dio o quella di Lucifero. Certo il fuoco è il simbolo dell'umanità: non c'è popolo sulla faccia della terra che non lo abbia scelto quale tramite per comunicare col mondo dell'aldilà, che non lo abbia considerato proprio degli dèi o divino esso stesso. Attorno al fuoco gli antichi radunavano i giovani e attraverso i racconti comunicavano loro i valori della vita: la prova del fuoco ha da sempre segnato lo spartiacque tra il prima e il dopo, tra la vita di prima e la "vita nova". Siamo tornati così a Dante, ma solo per passare a Cecco Angiolieri, il quale confessa sì che se fosse fuoco brucerebbe tutto il mondo, ma lo fa per dissacrare, in un modo elegante e complesso che ricorda De Andrè e non il "bruci la città" di Irene Grandi.
Come a dire che il segreto è tutto nella scintilla (da cui il titolo di questo articolo). Insomma, come sempre ha ragione Wilde: solo coloro che non sanno giocare col fuoco si bruciano del tutto.  

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