domenica 27 settembre 2020

N. 95 - Creatività

 Creatività e felicità.

Spesso sentiamo parlare di creatività. Dicono che questa sia la capacità principale che bisogna avere per fare strada nel mondo del lavoro. Bisogna essere creativi: ma che significa? Proviamo a fare filosofia insieme, per lo spazio che ci è concesso in questo numero. Innanzitutto partiamo dal significato del verbo 'creare': dovremmo essere tutti d'accordo nel dire che 'creare' significa 'fare'. Ma per i cristiani vuol dire 'fare dal nulla' (e per questo il 'Creatore' è uno solo, Dio), mentre per i greci vuol dire 'produrre' (e infatti Crono è dio del tempo che genera gli dèi, come Cerere è la dea delle messi, quella che produce). Per i greci è il corpo che produce e infatti 'corpo' deriva da 'creare', mentre per i cristiani no, è l'anima che produce, e infatti il 'creato' è il risultato della volontà di Dio. Cerco di essere più chiaro. Pensate ad Achille nell'Iliade: la sua ira è forse una questione di spirito, una questione di interiorità? No, l'ira di Achille non si traduce in gesti, ma è il gesto iroso: l'ira di Achille è il legare il corpo di Ettore al carro per oltraggiarlo. Il gesto fa la natura della persona. Per questo i greci dicono che ogni uomo deve conoscere se stesso, trovare il suo daimon (il proprio talento) e realizzarlo: il risultato è la felicità, che in greco si dice 'eu-daimonia'. Questo vuol dire che tutta la partita si gioca solo in questa vita, dopo la morte si va nel regno delle ombre. Cosa diversa per i cristiani, dal momento che la felicità vera non è di questo mondo ma dell'altro che verrà dopo e la strada che devo seguire per raggiungerla è quella che salva la mia anima. L'anima è imprigionata nel corpo e proprio a causa del corpo può essere insozzata, resa pesante, occultata e perduta. C'è una scissione tra il mondo del corpo e quello dell'anima, per la qual cosa l'intenzione è più significativa dell'effetto delle azioni. Sembra una cosa antica, ma non lo è. Nel nostro diritto distinguiamo l'omicidio volontario in 'premeditato' e in 'non premeditato', cioè in 'pianificato' e 'non pianificato': come si vede, la volontà è determinante. Anche a proposito dell'arte, ambito che più facilmente leghiamo al 'creare'. Per i greci il poeta non creava affatto le sue composizioni, ma le riceveva dal dio che gliele ispirava; per questo la sua abilità consisteva nel mettere insieme i versi. Un artista moderno invece lo si vede dalla sua intenzione, non solo dal suo quadro, altrimenti tutta l'arte contemporanea non sarebbe considerata tale, a cominciare da Picasso. C'è un'intenzione in Caravaggio che dipinge un cesto di frutta, così come c'è un'intenzione in Michelangelo che dipinge un evento mai accaduto e solo immaginato, come è il Giudizio Universale. Diciamo allora che certe cose 'significano' altro, cioè nascondono un significato specifico. E diciamo pure che la creatività dell'artista sta nell'aver saputo immaginare tutta la scena, compresi quei particolari che 'significano' altro. Detto questo è evidente che 'creare' significa 'fare' qualcosa che nessun altro vede: del resto Michelangelo non diceva di creare le sue statue, ma di liberarle dal blocco di marmo, il suo gesto toglieva il di più che le imprigionava. Al tempo d'oggi, dove tutto è marketing perché tutto si deve vendere, essere creativi vuol dire 'saper creare qualcosa di nuovo'. E così capite che non è più importante né l'intenzione (ma la vendibilità) né la creazione (quanto ugualmente la vendibilità): il prodotto vale se è vendibile, l'idea vale se è spendibile. L'esser creativi si è spostato dunque da una faccenda prettamente individuale ad una funzione; non è più un rapporto specialissimo dell'individuo con il divino, ma è la funzione che permette ad un prodotto di essere distinto, individuabile, vendibile. Per questo oggi non sappiamo il nome di un artista 'creativo' ma di qualche guru del mondo i-tech o della moda sì; anzi, 'artista creativo' ci suona male, perché sappiamo che 'creativo' è già contenuto nel significato del nome 'artista'. Eppure, a furia di rileggere 'artista creativo' il dubbio ci sorge perché abbiamo imparato che la modernità chiama 'artista' le persone più disparate, dal calciatore al designer. E poiché in ogni contesto sentiamo l'invito ad esser creativi, intendiamo 'artista' come un 'Tizio qualunque' e 'creativo' come la sua qualità. Ecco la prova che Pasolini ci aveva visto giusto: la società consumistica ci sta livellando a pensare allo stesso modo, a desiderare le stesse cose; e pure Galimberti ci ha visto giusto: il mondo della tecnica ci vuole efficienti (quindi 'creativi quanto necessario'), non certo felici.


Senza libertà di scelta, non c'è creatività, e senza creatività non c'è vita. 

(Capitano Kirk, Star Trek)   

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