IL BAMBINO CHE SAREMO.
Un bambino viene portato dalle parole dell’altro. Che vuol dire? Che noi tutti, prima di essere parlanti (prima, cioè, di usare la lingua) siamo dati dalle parole che gli altri usano per descriverci. Parole-destino, diceva Sartre. Che partono dal nome proprio, il quale ci caratterizza in modo intimo e particolarissimo, ma non è nostro, ci viene dato dagli altri. S.Agostino ce lo insegna nelle Confessioni: torna dentro di te, ci dice, e se lo fai non incontri te stesso ma Dio, l’alterità assoluta. Tornando in noi, da adulti, che cosa troviamo? Troviamo la traccia indelebile delle parole degli altri. Ancora Sarte, nella biografia dedicata a Flaubert, ci spiega che significa. Ci racconta del bambino Flaubert, non voluto, ritenuto idiota dai genitori. Lo zio lo prendeva in giro, lo chiamava e gli diceva: ‘va’ in cucina a vedere se sono lì’. Lui andava, tornava, rispondeva di no, riceveva lo scherno di tutti. La parola ‘idiota’, dice Sartre, è una parola grumo, qualcosa che lo ha marchiato e ognuno di noi, se ci pensa bene, tornando indietro col pensiero, riesce sempre a trovare delle parole che per lui hanno un significato particolare, importante, spesso doloroso. L’idiota, l’oca, il mostro, il guerriero, la piccolina, il ladro, la vittima, sono tutti esempi di ‘parole-proiettili’, dice Lacan. Parole che ci hanno scheggiato quando eravamo bambini, quando eravamo ‘detti’ dagli altri. Si riesce a togliersele di dosso, un domani? La psicanalisi risponde di no; la letteratura ci insegna che possiamo cambiare prospettiva su quelle parole. Sarte si chiede, infatti, com’è che Flaubert, l’idiota, è diventato un genio. E si risponde: il genio non cancella l’idiota che era, ma Flaubert diventa un genio perché radicalizza in modo singolare l’idiota che era. Il problema è che non tutti i bambini chiamati ‘idioti’ saranno Flaubert. E allora abbiate cura, vi prego, delle parole!
Quando non si è più bambini si è già morti. (C. Brâncuși)
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