Luigi Pirandello ripeteva: "Dopo i classici viene Ibsen". Nella storia della letteratura il drammaturgo norvegese è ricordato come il padre della drammaturgia moderna, colui che ha portato nel teatro la dimensione intima della borghesia ottocentesca, mettendone in luce le contraddizioni. Il suo dramma 'Spettri' testimonia proprio questo: Ibsen porta sulla scena una famiglia borghese, gli toglie la maschera e rivela quello che si cela dietro l'apparenza da famiglia perbene.
Così si scopre che il figlio del defunto, che vive a Parigi, si dedica a ogni tipo di dissolutezza; e che la confessione è data al pastore Manders, di cui si scopre che è stata una vecchia fiamma della signora Alving, la vedova. Grazie alla quale si scopre pure la verità sul defunto capitano Osvald, considerato da tutti come una persona irreprensibile e dai grandi valori morali: è stato dedito a tutti i generi di vizi, e ha pure avuto una figlia fuori dal matrimonio, quella che sulla scena è la domestica. Tenuto conto che originariamente Spettri avrebbe dovuto chiamarsi Signora Alving, è chiaro che è lei a costituire la chiave di lettura di tutto il dramma. Da una parte il pastore che elogia il suo piegarsi in un matrimonio, seppur fallito, per salvare le apparenze, dall'altra quel figlio - Osvald - per il quale la madre aveva fatto tutto, si rivela in preda a depressione e ottiene dalla madre la promessa di dargli una dose di morfina letale. Il sipario cade proprio su quest'ultimo passaggio, impedendoci di sapere cosa è accaduto, allo stesso modo di come Pasolini ha rappresentato, sul grande schermo, il figlicidio di Medea.
Il dramma fece scandalo: Ibsen aveva attaccato il matrimonio, aveva insinuato il diritto di una moglie di lasciare il marito e i figli, aveva perfino parlato di un argomento tabù come quello delle malattie veneree.
Contro quella che è la morale di sottomissione fa breccia la lezione di Nietzsche, un altro illustre visitatore di Sorrento: contro la morale cristiana la volontà di potenza, il dionisiaco, la gioia di vivere, l'umano troppo umano. Ancora Ibsen, in un altro dramma, la Casa di bambola (1879) fa dire a una donna, anch'ella madre e sposa:
Nora - Quali sarebbero, secondo te, i miei più sacri doveri?
Helmer - Devo dirlo? Non sono forse quelli che hai verso tuo marito e verso i tuoi figli?
Nora - Ho altri doveri, non meno sacri.
Helmer - E quali sarebbero, sentiamo?
Nora - I doveri verso me stessa.
Da una parte i doveri, dall'altra la volontà. La traduzione della parola norvegese "gjengangere" non è "spettri" nel senso di 'fantasma', ma di 'colui, ciò che ritorna'. Gli Spettri di cui parla Ibsen sono le persone, gli avvenimenti, i pensieri già vissuti, allontanati o dimenticati e così relegati nel passato come morti; essi tuttavia possono ripresentarsi e il loro "ritorno" è come un'apparizione spettrale. Gli spettri di Helene Alving sono infatti da un lato tutte le false convinzioni e pregiudizi, gli idola, ereditati dalla famiglia e dalla società; dall'altro essi sono il riproporsi di persone e situazioni che ella riteneva definitivamente bandite e risolte, allontanate in un passato remoto e impossibilitate a nuocere di nuovo.
Qualcosa che non ritorna più è, in Pasolini, il mondo 'mitico', quello preindustriale che la società dei consumi ha cancellato e omologato; ma prima di lui è l'età dell'oro di cui parla Tasso nella sua Aminta. Quella che è la 'favola pastorale' del Nostro presenta una dicotomia simile: da una parte il mondo della corte che costringe, limita, vincola, condiziona, dall'altra il mondo dei pastori, dell'evasione, del piacere. Il coro dell'Aminta inizia "O bella età dell'oro", ed è tutto intessuto di malinconia e nostalgia per un mondo che non c'è più. Anche in Tasso la denuncia: la “dura legge” dell’Onore ha posto fine alla “legge aura e felice che natura scolpì: S'ei piace Ei lice”. Per questo il dramma si chiude con l'invito ad Onore di lasciare la campagna per la corte che chiede le regole del decoro e del controllo delle pulsioni.
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