venerdì 12 giugno 2026

Patrimonio culturale o eredità?

Di cosa parliamo davvero quando parliamo di patrimonio culturale? Il discorso sul patrimonio è oggi essenzialmente un discorso sul possesso e sulla conservazione, sull’identità nazionale e sulla proprietà privata, sulla tutela e sulla valorizzazione, sui rapporti fra lo Stato e gli enti locali. È inevitabile – anzi, necessario – che sia così. Ma c'è un rischio, quello di rischiare di far percepire la conoscenza del bene culturale come il lusso di quei pochi che possono avere la passione - o peggio l'hobby- della bellezza. Ma allora che cosa è il patrimonio culturale? 

Innanzitutto: è l'unico possibile luogo materiale di una comunione tra i vivi e i morti. Una comunione in senso letterale: 'comunicare', avere uno spazio (e dunque un tempo) comune. In questo spazio è possibile la 'traditio' latina, la tradizione: il passaggio di mano in mano che lega le generazioni. 

Quando nel 1519 Raffaello scrive a Papa Leone X manifesta tutto il suo grandissimo dolore provocatogli dalla vista del "cadavere di quella nobil patria, che è stata regina del mondo, così miseramente lacerato". Nella sua lettera, Raffaello denuncia il fatto che Roma non sia stata distrutta dai barbari, ma dai Romani stessi, dai papi e dagli architetti che con le membra del gran corpo della città antica hanno costruito la città medioevale, e poi quella moderna: «Quanta calce si è fatta di statue et altri ornamenti antiqui, che ardirei dire che tutta questa Roma nova che hor si vede – quanto grande ch’ella si sia, quanto bella, quanto ornata di pallaggi, chiese et altri aedificii – tutta è fabricata di calce di marmi antichi!» 

Prima dunque di parlare di 'valorizzazione' dovremmo parlare di 'educazione' al patrimonio culturale. Più che nelle linee guida ministeriali, o nei programmi politici degli assessorati, è nel riuscire a fare sentire ai nostri contemporanei che sui selciati delle strade, sull'asfalto delle automobili, risuona l’eco di passi innumerevoli. Una quantità di vite, di storie, di significati ancora udibili e conoscibili nello stesso spazio in cui viviamo noi: raccontabili, evocabili, leggibili. Guardare le pietre, vedere le persone: quelle di ieri, quelle di oggi, quelle di domani.

Educazione culturale che è, dunque, educazione alla polis, alla città nella sua dimensione di comunità, di collettività umana. Perché si tratta di vedere che esiste la città delle pietre, quella che i latini chiamavano 'urbs', ma esiste anche la città degli umani, quella che chiamavano 'civitas'. E ciò che dobbiamo imparare a vedere è che i «monumenti» in realtà non appartengono all’urbs. Il grande paradosso del patrimonio culturale è che sono, sí, fatti di pietra, ma fanno parte della 'civitas', cioè parlano di corpi, hanno senso soltanto se sono riferiti alle persone.

Ecco: la funzione del patrimonio culturale in una democrazia è esattamente quella di permettere non solo a chi fa un lavoro intellettuale, ma potenzialmente a tutte e tutti, di staccarsi dal presente, di sperimentare un elemento di disinteresse che lo metta in relazione qualcos'altro che non è la dittatura del presente, e dunque con l’umano che è in noi stessi e negli altri umani che ci è dato incontrare. E siccome gli esseri umani, per il patrimonio, sono capaci della qualunque, meglio che si inizi a parlare di 'eredità culturale', che sa meno di ragioneria e di proprietà, e più di cura e trasmissione collettiva.  

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