martedì 18 luglio 2017

8. Accoglienza

L’accoglienza non ha niente a che fare con l’ospitalità: se l’ospite infatti dopo 3 giorni ‘puzza’ (‘ospite raro è ospite caro’) chi è accolto non ha data di scadenza. ‘Accogliere’ vuol dire ‘cogliere insieme’, vuol dire che tu – che eri ospite – sei diventato parte del mio spazio. E cioè – come un organo trapiantato – fai ora parte di un tutto, benché tu abbia un’altra storia diversa dalla mia. Solo il diverso può essere accolto: posso accogliere la tua idea oppure ‘ti accolgo come un figlio’, che vuol dire che non sei mio figlio ma ti considero come un figlio. E su questo gli antichi la sapevano lunga: dicevano che anche i figli (quelli biologici) non sono ‘nostri’, ma che bisogna ‘accoglierli’, cioè ‘adottarli’ che sta per ‘sono disposto a prendermi cura di te’: per questo non dicevano ‘ho un figlio’ ma ‘mi è nato un figlio’, intendendo i figli come autostoppisti a cui diamo un passaggio per poi lasciarli lungo il loro cammino. Ancora gli antichi non dicevano ‘sono triste’, ma ‘Saturno mi ha visitato’, come a dire che le passioni vengono e tu puoi solo ‘accoglierle’ o patirle, visto che non ti è concesso governarle. L’Oriente ci insegna che la pretesa di controllo, di credere che tutto dipenda da noi e che siamo i padroni dell’universo porta a disturbi e alla più grave delle malattie: l’io. Per questo ‘accogliere’ è un verbo dell’amore: che va bene per tutto. Purché non si parli di un ‘diritto all’accoglienza’ per dire quando aprire la porta: di solito lo fanno i nemici del popolo.

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