L’accoglienza non ha niente a che
fare con l’ospitalità: se l’ospite infatti
dopo 3 giorni ‘puzza’ (‘ospite raro è
ospite caro’) chi è accolto non ha
data di scadenza. ‘Accogliere’ vuol
dire ‘cogliere insieme’, vuol dire che
tu – che eri ospite – sei diventato
parte del mio spazio. E cioè – come
un organo trapiantato – fai ora parte
di un tutto, benché tu abbia un’altra
storia diversa dalla mia. Solo il diverso
può essere accolto: posso accogliere
la tua idea oppure ‘ti accolgo come
un figlio’, che vuol dire che non sei
mio figlio ma ti considero come un
figlio. E su questo gli antichi la sapevano
lunga: dicevano che anche i figli
(quelli biologici) non sono ‘nostri’,
ma che bisogna ‘accoglierli’, cioè
‘adottarli’ che sta per ‘sono disposto
a prendermi cura di te’: per questo
non dicevano ‘ho un figlio’ ma ‘mi è
nato un figlio’, intendendo i figli come
autostoppisti a cui diamo un passaggio
per poi lasciarli lungo il loro
cammino. Ancora gli antichi non
dicevano ‘sono triste’, ma ‘Saturno
mi ha visitato’, come a dire che le
passioni vengono e tu puoi solo
‘accoglierle’ o patirle, visto che non
ti è concesso governarle. L’Oriente ci
insegna che la pretesa di controllo, di
credere che tutto dipenda da noi e
che siamo i padroni dell’universo
porta a disturbi e alla più grave delle
malattie: l’io. Per questo ‘accogliere’
è un verbo dell’amore: che va bene
per tutto. Purché non si parli di un
‘diritto all’accoglienza’ per dire quando
aprire la porta: di solito lo fanno i
nemici del popolo.
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