Mnemosine era la dea della ‘memoria’,
madre delle 9 muse le quali poi erano
la personificazione di tutta la conoscenza
umana. Dunque la memoria è quella
cosa che sta alla base di ogni sapere, e
perciò di ogni mestiere: dall’agricoltore
(come il nostro ‘frate Indovino’) al re
(come per Andreotti di cui si diceva
avesse un archivio su tutti), passando
per il giudice (come Minosse). Se per
Dio avere memoria di tutto è lo stesso
che sapere tutto il futuro, per l’uomo le
cose si complicano: dimentica, si confonde,
crede di sapere. Nel Rinascimento
fioriscono le tecniche per imparare
a ricordare velocemente e meglio,
tipo il nostro ‘come quando fuori
piove’ che serve a ricordare l’ordine di
valore nella carte del poker (cuori, quadri,
fiori e picche). In fondo il sogno
delle ‘enciclopedie’ sarà poi quello di
contenere (cioè ‘aver memoria’) di tutto
il sapere, al pari dei musei che dovrebbero
poi custodire ciò che non si può
dimenticare. Il 27 gennaio è il Giorno
della Memoria in cui si ricorda la liberazione
dei pochi sopravvissuti al campo
di sterminio di Auschwitz.
Dopo quella data (27.01.1945) l’uomo
non ha più memoria ’per fare’ qualcosa,
ma ’per non fare più’ qualcosa. È la
giornata dunque in cui si dovrebbero
ricordare tutti i genocidi: dalla Shoa, ai
nativi americani, dall’Armenia al Ruanda,
dalla Bosnia alla Siria. Il giorno
della memoria dovrebbe essere allora il
giorno del ’racconto’: il giorno in cui ci
si ricorda di appartenere “all’unica razza
che conosco: quella umana” (A. Einstein).
Che è quella cosa che leggiamo
in Proust quando parlando dell’odio tra
tedeschi e francesi ci dice che il francese
Saint Loup morì parlando del compositore
tedesco Schumann. Come a
dire che l’uomo è fatto di cultura, non
di solo sangue.
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