La Costituzione è allergica alla parola
‘io’: potremmo iniziare così a parlare
della Carta, sulla quale ultimamente si
è parlato e sparlato senza pudore. Che
cos’è una Costituzione? Non è un
prodotto da museo, non è la parola di
Dio, non è interpretabile a piacimento.
La Carta contiene i diritti e i doveri
che un popolo, liberamente unitosi,
intende rispettare più di ogni altra cosa.
Questo significa che se la si intende
cambiare, la si deve conoscere; se
la si vuole preservare, la si deve conoscere.
E a vedere chi si è schierato per
il ’No’ e chi per il ’Sì’ allo scorso referendum,
si rimane basiti: in più, in
entrambi gli schieramenti c’era chi
inveiva contro l’altro in nome della
‘semplicità’, come a ricordare gli scolari
impreparati che tentano di giustificarsi
appellandosi alla difficoltà della
materia. Avendo poco spazio, non mi
è concesso entrare in polemica, ma
per non lasciare il lettore a bocca
asciutta, lo invito a riflettere sull’articolo
1 della nostra Carta: quel ‘fondata
sul lavoro’ ci dice che per un Italiano
il lavoro non è un’occupazione,
‘occuparsi’ non è solo un diritto, e
non è solo un dovere: il lavoro inteso
come ‘occuparsi di qualcosa’ per un
Italiano è il mezzo per toccare con
mano quei valori che nelle altre Costituzioni
del mondo rimangono ideali,
vedi la felicità, il benessere, la solidarietà,
ecc. Per un Italiano il lavoro
dice queste cose, le incarna, le rende
‘sociali’ intendendole ‘per tutti’.
È attraverso il lavoro dunque, che si
scala la società: per sé e per gli altri.
‘E per gli altri’: perché la fatica vale
più del successo.
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