La Corte di Giustizia Europea sancisce nel 2014
il ‘diritto all’oblio’: in sostanza ognuno ha il diritto
di essere dimenticato. Perché questa necessità?
Perché Internet non dimentica nulla: contiene
tutto, contiene le foto che hai pubblicato anni fa,
contiene i video, i tuoi commenti, i tuoi articoli,
le tue parole. Tutto. E continua a ‘mantenerne
memoria’ anche se nel frattempo tu hai cambiato
idea, ti sei reso conto di aver pubblicato una cazzata,
ti sei pentito di aver detto o fatto certe cose.
Di tutto questo ne sa qualcosa Grillo che pur
ergendosi a paladino del web ne è stato travolto:
a proposito della polemica sui vaccini, quando il
New York Times lo ha attaccato e lui ha risposto
negando tutto, sul web sono comparsi i suoi vecchi
discorsi e spezzoni dei suoi spettacoli. Ma se
in politica una cosa del genere fa ancora ridere
(ma mica tanto), nelle faccende personali la cosa
può avere conseguenze catastrofiche: e non c’è
bisogno di dire altro. Eppure prima che la società
fosse quella dell’informazione e dell’informatica,
le cose andavano diversamente. Dopo una tempesta
durata 9 giorni Ulisse approda nella terra
dei Lotofagi, il popolo mangiatore di loto. Questo,
che costituiva il loro unico alimento, se da un
lato sfamava dall’altro aveva la caratteristica di far
perdere la memoria. E per Ulisse la memoria era
una cosa seria: quando è sull’isola di Calipso che
tenta in tutti i modi di fargli dimenticare il passato,
egli risponde con il ricordo del fumo dalle
case di Itaca, di suo figlio e di sua moglie. Per
l’uomo greco il ricordo della Patria più di tutto
corrispondeva (e dava senso) alla propria identità
di uomo. Una lezione che Proust mostra in altra
maniera: fa vedere come la nostra vita, quella che
abbiamo vissuto noi e che ricordiamo noi è pur
sempre ciò che resta del lavoro dell’oblio, cioè di
quel lavoro inesorabile di cancellazione che riguarda
anche la Storia. Per questo Kundera ne ‘il
libro del riso e dell’oblio’ dice di voler sottrarre le
sue piccole storie alla cancellazione dell’oblio.
L’Oriente tutte queste cose le sapeva bene: diceva
che ricordare tutto fa male, che nel passato ci
sono solo le grandi cose e mai le piccole; e soprattutto
che se non si impara a ‘obliare’ non si è
uomini. Aggiungiamo noi: se l’oblio conserva
tutto, allora è una spugna. Ma una spugna serve
anche a pulire: allora l’oblio serve a cancellare
certe cose per pensarne altre.
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