Tra peccati veniali, mortali, peccatucci
e peccati di gioventù non ci si
raccapezza più. S. Agostino è stato il
primo a mettere un po' ordine nelle
cose, ribadendo di "amare il peccatore
e odiare il peccato" il che, opportunamente
modificato, ha portato
nella legge occidentale a condannare
il peccato e non il peccatore,
cioè il condannato, il quale di fatto
ha da essere rieducato per ritornare
in società.
S. Tommaso complica un po' le
cose: parte dall'assunto di Cristo il
quale dicendo che "chi è senza peccato
scagli la prima pietra" rivela che
tutti siamo peccatori; e se il Talmud
ebraico dice che far peccare un uomo
è ben più grave che ucciderlo
perchè lo si priva, oltre che di questo
mondo anche dell'altro a venire,
ecco che giunge alla conclusione: il
peccato è farina del nostro sacco e
consiste nel far deviare la propria
volontà, con l'assenso dell'intelletto,
per raggiungere un fine personale.
Detto altrimenti: si pecca per ignoranza,
o per debolezza o per malizia,
che è la cosa peggiore, perchè vuol
dire che o lo fai per abitudine (sic!) o
perchè spinto da un altro essere,
spirituale o carnale che sia. La colpa
di Adamo sta tutta qui, nell'aver
peccato.
Oggi che viviamo sotto un cielo
disabitato, non avendo nessuno che
ci renda conto dei nostri peccati,
abbiamo ridotto il peccare a questioni
di letto e di sottovesti. E abbiamo
fatto del peccato le occasioni mancate:
di aste truccate, di interessi privati,
di soldi e di potere. Diciamo "è
un peccato non farlo!" per convincerci
a fare qualcosa o "che peccato!"
per dire un'occasione perduta.
Sarà anche, ma Totò in 'Totò e Marcellino'
(1958) ci ricorda una cosa
sacrosanta: "il peccato più grande è
fare del male a chi ti vuol bene".
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