È di Annibale Caracci il quadro di fine Cinquecento
intitolato “Ercole al bivio”: lo spunto gli viene da una
storia più antica nella quale Ercole, ancora giovane,
mentre è seduto si chiede come vivere; allora gli appaiono
due donne, una gli si presenta come la Virtù e
l’altra come il Piacere, le quali tentano entrambe di
convincerlo a scegliere l’una via al posto dell’altra.
Per meglio sottolineare il concetto, Caracci fa indicare
alla Virtù una strada in salita, desolata, dalla via
tortuosa; al Piacere invece una strada in discesa, piena
di alberi e rigogliosa. Scontata è dunque la lettura
pedagogica, ma potremmo tradurla anche così: se
vuoi fare la cosa giusta scegli il cammino più difficile.
Nel corso del tempo l’espressione è mutata, si è passati
da ‘la via più difficile’, a quella ‘del cuore’; senza
dimenticare poi che esistono altre ‘vie’: quella del
codice da seguire (‘la via del guerriero’, sia questi della
guerra o della pace), la via fisica (‘la Via Lattea’ è la
nostra galassia), perfino quella del complotto: la ‘linea
della rosa’ è la fantomatica linea descritta da Dan
Brown nel suo ‘Codice da Vinci’ per trovare il Santo
Graal. La via ci porta dunque da qualche parte: come
una linea ci indica il percorso da seguire. I Romani
chiamavano ‘lira’ la linea del solco della terra, da cui il
nostro ‘delirare’ che sta per ‘oltrepassare la linea’:
direi di fermarci qui per dire un’altra cosa ovvia: a
volte si va fuori strada ma, se non ci si perde, si
arriva comunque da qualche parte.
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