‘Noi’ indica sempre un ‘insieme’. “Sono cittadino romano” diceva Cicerone, volendo dire il noi ‘sociale’, di comunità, a cui si appartiene in quanto cittadini. Torquato Tasso poi spiegava la differenza tra ‘noi’ e ‘loro’ nella ‘Gerusalemme Liberata’: ‘noi’ siamo tutti cittadini governati da uno solo, mentre ‘loro’ sono tutti schiavi a comando di uno solo. Diceva una cosa che la grammatica incarna bene, cioè che ‘Noi’ è il pronome plurale di ‘Io’ e che il far parte di un gruppo presuppone la mia partecipazione attiva, implica che ‘anch’io’ devo fare qualcosa. A differenza del greco antico, la lingua italiana non ha il ‘duale’, quella forma che serviva per dire le cose a due a due: se il maschile è nell’uniforme (e dunque nel ‘Noi’), il femminile è sempre nel duale (e dunque nel ‘Noi-due’); infatti la donna sa il particolare, sa che per essere una cosa sola basta una pancia sola. ‘Noi-due’ è la parola dell’amore, è il simbolo che facciamo da innamorati, quando mettiamo insieme i due nomi e li fondiamo in un unico, nuovo, nome. Platone ci racconta il mito degli uomini divisi a metà da Zeus, ragion per cui le anime vanno sempre in cerca della loro metà originaria: checché ne dicano gli psicoanalisti ogni amore aspira proprio a questo. Se ‘Noi’ indica anche la famiglia, ‘noi-due’ indica ciò che è speciale, insostituibile, ciò che nessun altro può comprendere: la grammatica salta, le regole saltano. Il ‘Noi’ vuole un perché; il ‘noi-due’ non si accontenta delle parole, essendo il regno di Eros. Per questo il ‘Noi’ dice l’appartenenza (‘tu sei mio’), il ‘noi-due’ una distinzione (‘tu sei tutto’). Ai primi l’obbedienza, ai secondi il timore di sentirsi nudi e senza punti d’appoggio. La Lumaca rappresenta bene tutto questo: è maschile (per lo ‘stare insieme’) e femminile (per l’ ‘essere insieme’); è un punto fermo, di orgoglio e di cammino.
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