martedì 27 febbraio 2018

N. 31 - Pensare è gratis

Cornelia era la madre dei Gracchi, i fratelli famosi del partito Populares di Roma: alle amiche che si vantavano dei gioielli e delle ricchezze che indossavano pare che abbia risposto, mostrando col dito, quelli che lei considerava i suoi tesori, i suoi figli. Ne è passato di tempo e prima di arrivare al nostro più viscerale ‘ogni scarrafon è bell a mamma soj’ c’è stato anche Condorcet: il marchese francese, tra le altre cose, fu presidente dell’assemblea costituente del 1793 e pose una questione pratica: dal momento che i rivoluzionari francesi avevano tagliato la testa ai principi e ai nobili, a chi andavano ora i loro tesori? Sta pensando alle opere d’arte, di cui i principi erano committenti o collezionisti: trovò la soluzione parlando di ‘patrimonio’ e dicendo che il proprietario sarebbe stato il ‘popolo sovrano’. Da noi quest’idea giunse in ritardo e in modo maldestro: 7 grandi regni preesistenti, ognuno coi propri tesori, furono messi insieme senza un piano di gestione. Gli effetti sono stati devastanti: facendo di altre cose una priorità, abbiamo lasciato marcire il nostro ‘patrimonio’ pubblico, col risultato che le bellezze che pur oggi decantiamo versano in uno stato pietoso di incuria. A tutto questo si aggiunge una duplice sciagura: l’ipocrisia di chi governa e si riempie la bocca con ‘i beni culturali’; a cui risponde la superficialissima conoscenza di molti su come custodire, valorizzare e far fruttare il nostro patrimonio ‘pubblico’. Tra questi si aggirano due specie ‘perniciosissime’: i rimbambiti seriali (quelli che entrano in un Museo senza vedere niente, al massimo scattando qualche foto); e gli sciacalli (quelli che trafugano i tesori che fanno parte del patrimonio di tutti per lucrarci sopra o per portarseli a casa). Come si può arginare questa deriva che pare irreversibile? Nel peggiore dei modi, facendoci salvare da un altro Stato (con tutte le conseguenze); nel migliore dei modi iniziando noi a pensare diversamente: per esempio cominciando a parlare di ‘eredità culturale’ invece di patrimonio. L’eredità infatti impone il farsi una domanda: ‘che intendo trasmettere a quelli che vengono dopo di me?’ Rispondere impone una scelta preceduta da un approfondimento necessario. E se ci imponiamo che qualsiasi scelta deve tendere unicamente all’interesse del più vasto ‘pubblico’ possibile, (anche in termini di soldi) magari si inizia a metter mano a un progetto globale che coinvolga cultura, imprenditoria, turismo. Si tratta di pensare, lo so. Ma almeno è gratis! (per ora)

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