I lettori con più primavere si ricorderanno del mitico Maestro Manzi, conduttore della celebre trasmissione ‘Non è mai troppo tardi’, una delle poche volte in cui la Rai, come televisione di Stato, fece davvero il suo dovere. Il programma il cui sottotitolo era ‘Corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta’, insegnava a leggere e a scrivere ad adulti, spesso anziani. Per 8 anni (dal 1960 al 1968) la trasmissione entrò nelle case degli italiani permettendo a quasi un milione e mezzo di analfabeti di ottenere la licenza elementare. Nella sua ultima intervista, datata 1997, il maestro Manzi parla di quella esperienza e si sofferma sull’importanza del gioco. Parte da questo assunto: intelligenti non si nasce, ma lo si diventa attraverso esperienze. Per questo il gioco è pensiero. Fa un esempio raccontando due esperienze che desidero ora riportare qui. Parla di un bambino che, stando ancora nel seggiolone, comincia a buttare a terra gli oggetti e poi ride: ogni volta che la mamma gli riprende il cucchiaino lui lo lascia cadere a terra e ride. Il maestro Manzi ci rivela che il giorno dopo portò a questo bambino un palloncino gonfiato ad elio; il bambino lo prende e poi lo lascia guardando già verso il pavimento; ma il palloncino sale su. Questa volta il bambino non ride. Il maestro ci sta parlando del ‘taumàzein’, dello stupore: Aristotele diceva che è questo l’inizio della conoscenza. Ancora Manzi riporta un altro racconto: un bambino di seconda elementare un giorno gli dice: ‘sai maestro che noi abbiamo 21 corde vocali?’; chieste spiegazioni capisce che il bambino ha unito una sua esperienza (le lettere dell’alfabeto italiano) con un’informazione che ha ricevuto dal padre (le corde vocali). Manzi qualche giorno dopo porta in classe un violino a 4 corde: li fa giocare tutti, e poi spiega che con 4 corde il violino produce tanti suoni diversi. Aggiunge: “io non so se Marco cambiò idea ma so che avrà riflettuto”. Riporto ancora le parole del maestro Manzi per sintetizzare il discorso: “il gioco serve al bambino per fare esperienze continue, dunque per conoscere. Ma soprattutto per stare insieme agli altri”. Non dimentichiamocelo allora: oltre alle nozioni bisogna che i bambini (ma anche gli adulti!) imparino a ragionare e a stare insieme. Aveva dunque ragione Platone quando diceva: “Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”.
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