sabato 28 luglio 2018

N. 43 - NON SOLO PAROLE

Ci fu un tempo in cui la poesia raccontava l’invisibile: parlava di ciò che non si vedeva. Ebbe a che fare con la religione (come negli Inni sacri) ed ebbe a che fare col primo studio della natura: Lucrezio scrive infatti in versi. La poesia cioè serviva ad educare: senza il dialogo, né la spiegazione, ma solo attraverso l'ascolto. E che cosa insegnava? Che le cose non sono come appaiono. Che le cose non corrispondano alle definizioni, lo sanno infatti gli amanti, i folli e i poeti. Quando Leopardi chiede alla luna “dimmi cosa fai nel ciel?”, non sta parlando al satellite della Terra, né sta parlando a un sasso. Per il poeta la luna è la luna, ma anche qualche altra cosa, una confidente, un’amica, una testimone. La poesia sconfina, vive al di là delle cose, delle definizioni e delle parole. Difatti le Muse nella mitologia classica, non solo sapevano dire il vero, ma anche cose “simili al vero”: cose che non sono vere, eppure talmente credibili da sembrare vere. La Muse non ingannano come Ermes, il dio degli inganni e dunque del racconto. Esse, come figlie della Memoria, sanno le cose del passato e del futuro, cosicché il loro non è un canto oggettivo e quello dei poeti, ispirati dal loro soffio, non è soggettivo; sono piuttosto entrambi un canto assoluto. Per questo la poesia è sempre inquietante: è malakòs, ‘ha sapore di miele’, si intrufola nelle cose, viene da lontano, come il destino. Le Sirene sono perciò l’opposto delle Muse, perché personificano un incanto così forte da farci dimenticare il ritorno. Le Muse conoscono tutto: la vita, la morte, il destino; ma i poeti, quelli come Omero, occultano. Non con intenzioni mistificatorie: occultano perché sopra le parole c’è come una specie di vapore, una specie di sfumatura, una specie di alone; così facendo aboliscono il ricordo, ci fanno dimenticare i nostri mali, le nostre angosce: al piacere segue il sonno, che non ha niente a che vedere con il sonno della sera, ma con una specie di oblio assoluto, un coma. Non è un caso che Ulisse, quando ascolta Demodoco, ha la stessa reazione di Penelope quando ascolta Femio: dopo un ascolto rapito, piangono perdutamente, poi si danno da fare. È avvenuta quella che Aristotele chiama catarsi, facendoci ricordare che l'invisibile non è solo fuori nel mondo, ma anche dentro ognuno di noi. Nel mondo contemporaneo, nella società dei consumi, il mondo della poesia è un passatempo, col risultato che nessuno dei ragazzi conosce il mondo interiore che porta dentro. Dobbiamo dirlo chiaro allora: la poesia serve, oggi più che mai, proprio perché non appartiene a questo tipo di mondo moderno.

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