sabato 11 agosto 2018

N. 44 - INFERNO


Ne dubiti?
Parlare dell'Inferno non vuol dire parlare di religione. Aleppo è un inferno, come lo è stata Auschwitz, il Ruanda o Hiroshima. Usiamo questa parola per riassumere tutto l'inimmaginabile che non vorremmo mai vivere. È questa anche l'intenzione di Dante quando scrive la Commedia: non solo descrivere "l'aere nero" del posto, la "città di Dite", le grida dei dannati che invocano "la seconda morte" del giudizio universale; l'immagine disgustosa e impressionante della bava di Lucifero mista a sangue e lacrime; vuole piuttosto portare i lettori, attraverso queste immagini, ad un cambiamento interiore, ad una 'vita nova'. Non è solo una questione spirituale: Dante crede che la vita terrena (e dunque politica) sia altrettanto importante delle encicliche papali. Anzi, è così disgustato da certi Papi da metterli nell'Inferno e da premiare invece certi politici di professione, come gli imperatori. Lui, che veniva dall'esperienza comunale di Firenze, sapeva sulla sua pelle che significa vivere l'inferno dell'esilio: odierà a morte Firenze fino all'ultimo dei suoi giorni, nonostante i fiorentini di oggi si riempiano la bocca mostrando ai turisti le casa del Poeta e immaginando quella di Beatrice. L'idea la prende da Cicerone: in Paradiso c'è un posto per chi si occupa di politica e serve bene la Patria (lo so, suona terrificante a pensare ai politici di oggi).      
Voltaire, col suo solito spirito tagliente, dice che l'Inferno è l'invenzione adatta per punire i crimini personali: mentre ai crimini pubblici ci pensa lo Stato, a quelli privati ci pensa l'Inferno. Papa Giovanni non ha dato ragione a nessuno dei due, ma a Milton: dice che Inferno e Paradiso sono dentro di noi e misurano la nostra lontananza o vicinanza a Dio. Quando immaginiamo di incontrare i nostri cari passati a miglior vita dunque facciamo due cose: manteniamo l'immagine dell'Ade greco-romano (diviso in Ade e in Campi Elisi, dove andavano i giusti) e ad esso applichiamo l'idea cristiana che dopo la morte si sta meglio di qui. Il che funziona per trovare una ragione agli eventi tragici che capitano nella vita; e qualche volta, come accadde a Carlo Magno, ci dà anche l'occasione di pulirci la coscienza. Ma è capitato anche che questo sia stato un buon motivo per sacrificarsi in nome di una presunta ricompensa nell’aldilà e di non intervenire nell’aldiqua, a prender posizione contro il male: questo è il vero Inferno, quello di cui parla Hannah Arendt nella ‘banalità del male’. È bene ricordarcelo: amare Dio per paura dell’inferno non significa certo amare Dio per sé stesso.  


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