MASSA LUBRENSE, descrizione. Milano, 1852
Vaga città posta nel grado 40, 40 di latitudine e 32 di longitudine Il suo primo nome fu Massa ma i Cristiani vi aggiunsero la parola Lubrense proveniente dalla voce Delubrum perchè eravi il tempio di Minerva. Di poi la Santissima Vergine che in Massa si adora fu detta della Lobra cioè la Vergine di Massa Lubrense.
Massa è situata sopra una stretta lingua di terra che sporge in
mare, circondata da isolette, nonchè dallo stretto di mare, formato da grande
isola, che sembra staccata a forza dal continente. E lontana da Napoli 24
miglia per mare e 50 per terra. –
In questa
regione, alla punta della Campanella, vennero a stabilirsi i Fenici ed il nome
le diedero di promontorio di Minerva, detto nel tempi di mezzo Monte Canutario,
ed ora nominato Monte di S. Costanzo: il sito che ora sembra un dirupo era in
quei tempi remoti piano ed agevole. A grande rinominanza il tempio salì ed in
somma venerazione tenuto fu dagli antichi. Quando i Greci passavano lo stretto
di Capri, alla vista del tempio facevano le libazioni col vino puro. Quando vi
giunsero, i Greci fabbricarono sopra Massa il magnifico tempio di Apollo. Ambe
le marine, ai lati del tempio di Minerva, aveano comodi porti, ma quando
crollarono nelle sottoposte caverne immensi macigni per la forza del tempo, la
mentovata isola rimase staccata, ed i porti Crapolla e Recommone rimasero
distrutti. Grandi avanzi di antichità si sono sempre trovati per queste
contrade.
Sulle vicende
massesi molti secoli passarono, ma sono ignorate. Dopo che in Napoli fu
predicato il cristianesimo, alcuni napolitani sparsero la fede di Gesù Cristo
sopra queste regioni. I templi mentovati, al terzo secolo erano in decadenza, e
poi quello di Minerva fu distrutto da fedeli e sull'altro di Apollo edificarono
la chiesa di S. Pietro: altra ne fecero alla marina, nel luogo ov'era il tempio
di Ecate, dedicandola alla Santissima Vergine, detta della Lobra o l'Incoronata,
della quale la Immagine è di pinta a fresco sul muro.
Massa fu detto
il luogo, per la fertilità delle terre, come nota il Maldacea, autore di una Storia
della sua patria: e ciò poco dopo del quattrocento come osserva il Persino, in
contraddizione del primo autore che crede tal nome più antico. Fin quasi al
principio del secolo XIII tutta quella penisola sorrentina fu sottoposta alla
giurisdizione spirituale del vescovo di Sorrento; ma nel 1220 Onorio fu il
primo vescovo di Massa. Fino ad Angelo Vassallo, morto nel 1797, trentesimo
vescovo di Massa, la diocesi era rimasta separata, ed allora fu riunita a
quella arcivescovile di Sorrento.
La chiesa della
Madonna della Lobra, che minacciava rovina, fu riedificata nel luogo detto
Capitello, ove trovasi il magnifico tempio de Francescani: qui la santa
immagine della Vergine Santissima fu trasportata ed allogata nel muro posteriore
dell'altar maggiore.
E' la Massa
attuale una contrada molto elevata dal livello del mare e si estende per poche
miglia tra due golfi, frammista di colli e piccole pianure, irrigata di chiare,
dolci e fresche acque, sparsa di paesetti, godente di purissima e saluberrima
aria: gli abitanti sono laboriosi e commercianti. I suoi casali o, vogliasi
dire villaggi (della qual voce ordinariamente mi valgo per significare sia un
casale, sia una villa, sia una terra, un paese o altro nome col quale nel Regno
vuolsi indicare un aggregato di poche case), erano 24, con 60 fuochi, cioè famiglie.
Per casali qui
intendevano le parrocchie. Gli attuali villaggi chiamansi Torca, presso le
coste aspre e montuose di Positano, Pastena, S. Maria, S. Nicola, Monticchio,
Schiazzani e Marciano (pei quali vedi gli Articoli relativi) e da ultimo quello
di S.Agata, del quale qui pongo le notizie avendo mancato di farlo nell'ordine
alfabetico. E' S. Agata il maggiore del villaggi di Massa, posto in bella e
grande pianura. La chiesa dalla quale prende il nome, è antichissima. La pieve
ricchissima, è molto bella e grandiosa. Ivi, da mezzogiorno scorgesi tutto il
golfo di Salerno, da settentrione tutto il cratere di Napoli: è uno spettacolo
stupendo. In queste vicinanze è il monte Crapolla, ove fu il bosco sacro ad
Apollo. Il Deserto, quivi presso, avea una magnifica grangia dei PP. Carmelitani
Scalzi, poi dei Benedettini, edificata nel 1679: il vescovo Nepita la visitò
verso il 1686. Ora nulla più esiste, di modo che dopo poco più di un secolo,
già tutto, chiesa e grangia è stato coperto dalle alluvioni. Massa ha parecchie
belle chiese, case e molti monisteri.
Il colleggio dei
Gesuiti fu nel 1852 tramutato in quartiere militare ed eravi la real Casa
degl'Invalidi: è capiente di 600 individui. Vi furono spesi 18,000 ducati.
Massa e Sorrento erano uniti e governavansi con le stesse leggi municipali fino
al 1470: poi furono divisi i territori, non senza grandi litigi, Quando Carlo V
e Francesco I combattevano, l'imperatore che avea bisogno di uomini e di
denaro, ordinò a Raimondo Cardona, vicerè di Napoli, di vendere la città di
Massa con tutti i casali, prescrivendo di non badare alle ragioni ed ai
privilegi che dai cittadini fossero esposti e presentati, e tosto un Giovanni
Carafa, conte di Policastro, offerì al governo ducati 15,000. Ma i cittadini reclamarono
il regio Demanio, ch'era stato accordato da Ladislao e Giovanna II, ed
implorarono, poichè doveasi vender la città, di comprarla essi stessi, avendo
il diritto, secondo i tempi, di esser essi preferiti: esauditi, contrassero
debito, pagarono la somma ed il titolo di contea, ch'era stato affisso al
paese, diedero alla famiglia più povera.
Quando
principiarono le piraterie de' barbari nel Mediterranco, decadde il commercio
di questo paese, ed i Massesi furono costretti di fabbricarsi le torri che ora
si vedono ancora in ogni casale; che anzi le famiglie comode ne eressero delle
particolari, per sicurezza propria e dei loro amici: tanto era lo spavento che
i Saraceni avevano arrecato in questi due Regni! Posto ciò, si deve paragonare
lo stato opulento di quell'epoca con lo stato presente; mentre allora ogni
casale con le sovvenzioni di tutti quei che lo componevano potè erigere questi
torri: e poterono eziandio fabbricare quelle grandi e belle chiese
parrocchiali, allorchè furono i casali costituiti parrocchie; nel mentre che
ora non si potrebbe da essi fabbricare neppure una cappella: tanto è diverso lo
stato presente di questo paese dall'antico!
Ed a scanso di
equivoco, osserva il Maldacea, diciamo qui che le torri, dette di guardia, che
si vedono d'intorno al litorale di Massa, furono fatte dopo l'invasione del
Turchi, a spese del governo allora vicereale: esse avevano pochi vecchi soldati
che dovevano nella comparsa de' nemici avvisare i Massesi con fare fuoco di
notte e fumo di giorno.
I Massesi non
contenti di aver eretto le Torri, le quali formavano una ritirata pronta, che i
cittadini di ciascun casale potevano avere, in caso di uno sbarco di Turchi su
la costa, benanche fabbricarono quella bella città di S. Maria , la quale era
sicurissima, mentre a quell'epoca non vi era ancora il cannone. Ma per fatale
disgrazia di questa città, si risvegliò una guerra tra Ferdinando I d'Aragona e
Giovanni d'Angiò nell'anno 1459: allora Castellamare, Vico e Massa si
ribellarono contro il loro legittimo sovrano e si diedero in mano dei Francesi.
Questa guerra durò quasi due anni; ma nella fine il re di Napoli cominciò a
ricuperare le città e le terre del Regno ribellate, di cui aveano preso
possesso gli Angioini.
Ma la città di
Massa non volle sotto mettersi, fidandosi al suo castello, che era molto forte
e difficile ad espugnarsi per la sua altezza; difatti sostenne l'assedio per lo
spazio di due anni, e si arrese solo perchè gli mancò l'acqua e le provvisioni
da bocca terminarono. Pontano dice che il re Ferrante nella fine dell'anno 1464
aveva già ricuperato tutto il Regno; e nello spazio di circa 5 anni, mentre
girava per le provincie onde riordinarle, lasciò la regina Isabella sua moglie
alla testa del governo, perchè era una donna molto savia, prudente, benigna e
liberale; questa regina ai 20 di settembre del 1465 emanò un indulto generale a
tutti i cittadini di Massa, e concesse loro ancora alcune grazie. Ma poi
essendo ritornato il re vittorioso, per tema che la piccola e forte città di
Massa Lubrense in altra circostanza non si fosse di nuovo ribellata, fece
intimare a tutti i cittadini di sortire dalla città con tutti i loro effetti e
senza replica; nè valsero sottomissioni e preghiere, tutti indistintamente
furono costretti di abbandonare piangendo i patri lari e cercare ricovero
altrove.
Il vescovo
trasportò gli arredi sacri nella chiesa della Lobra, ove fissò la sua dimora:
il governatore occupò l' antico palazzo della regina Giovanna a Quarazzano; ed
il resto de'cittadini si disperse per i casali: ma i più ricchi abbandonarono
per sempre la loro infelice patria, e questa fu rovina incalcolabile per Massa,
mentre perdè in un punto i proprietari delle terre ed il commercio, e si vide
sempre più esposta ad invasione dalla parte del mare, Abbandonata la città di
Santa Maria, questa fu intieramente demolita, e ciò avvenne non senza pianto di
tutta questa costiera: i casali allora si ingrandirono dippiù.
Ma non fu
contento il re Ferrante di demolire la città; per castigare i Vicajuoli e
Massesi, per tenerli anche più in freno, donò questi due paesi a Giovanni
Sanchez consigliere regio, coi titolo di larone; e come si dovevano fissare i
nuovi confini di questo feudo tra Massa e Sorrento, fu ordinato a Raniero d'Apruzzo
di Castellammare di condursi in Massa Lubrense e dividere i confini, secondo il
piano ricevuto: ciò fu eseguito, ed è questa l'introduzione dell' atto In
venimus primo Civitatem Massa dirutam. et ad terram prostratam cum fortilitiis,
seu castello ad terram prostrato, etc. Ma questo barone non ne prese mai
possesso, nè mai Massa Lubrense è stata soggetta a barone. Nell'anno poi 1518,
avendo il generale Lautrech prese molte città del Regno, in cui mandava de'
governatori, i Massesi prevedendo ciò che poteva avvenire, fecero sapere al
governo, per mezzo del sindaco, che Massa non avendo più una città fortificata
era obbligata a ricevere chiunque, il quale con forza si presentasse. Questa
protesta si conserva nei protocolli del notare Antonio de Turri: ed a questa
antica famigiia siamo ancora tenuti di averci conservato una storia dettagliata
della terribile invasione de’ Turchi, come anderemo a dire.
L'uomo spesso è
presago di quello che deve avvenire: difatti i Massesi da tanti anni tenevano
di essere invasi da Turchi; il che finalmente poi sotto al governo vi cereale
si verificò, e noi non possiamo meglio descriverlo che non rapportare quello
che ne lasciò notato il notaro Cesare de Turri, il quale fu testimonio oculare.
Egli dice che
nel giugno dell'anno 1558 nel far del giorno venne l'armata turca contro le
città di Massa e Sorrento con cento e più galere, e saccheggiò questa città al
segno che non vi lasciarono cosa alcuna: si presero l'oro, l'argento, le gioje
e le stoffe ricche; sturarono le botti del vino, ruppero i vasi dell'olio e
fecero tutto il male che era in loro potere. Furono prese le torri ancora, a
riserbo di tre, dentro delle quali si salvarono moltissimi individui. Scrive lo
stesso notaro che come tutti gli altri fu saccheggiato e gli fu levato tutto,
gli fu presa la moglie con tre figli maschi e tre femmine e solo esso si salvò
con un piccolo figlio. Fu grandissima la strage e le crudeltà che i Turchi
usarano con questi disgraziati Massesi e Sorrentini giacchè oltre degli schiavi
che fecero in numero di 1000 tra Massa e Sorrento, uccisero ancora molti uomini
e donne, e segnatamente i vecchi, ed a questo notaro uccisero la madre ed il
suocero: nè solo usarono crudeltà contro gli uomini, ma contro ancora degli
animali, mentre ammazzarono tutte le vacche che incontrarono, i cani, i muli, i
majali, ecc., e da questo terribile eccidio si contaminò l'atmosfera purissima
di Massa in modo che per molto tempo non si poteva respirare; dice ancora de
Turri che le case non si potevano più abitare, perchè i barbari ruppero e
fracassarono tutte le porte e finestre.
Cesare
Molignano, ragionando di Sorrento, dice che giunto Pialì Pascià con 120 galere,
a 15 di giugno, avanti alla capitale, saccheggiò Massa e Sorrento, e ne portò
via in Costantinopoli duemila Sorrentini: nè in Sorrento rimase casa che non
fosse spogliata e distrutta. - Lo stesso asserisce Cornelio Vitigliano nella
Cronica del Regno di Napoli nel capo V, ed aggiunge - che fra i presi in
Sorrento vi fu gran numero di monache. Il de Turri fa ancora sapere che l'armata
turca avvicinandosi di notte alla marina del Cantone, senza esser veduta, gli
fu facile sbarcare due mila uomini bene armati, con ordine che se incontra vano
resistenza se ne ritornassero nelle galere, e per questo fine lasciarono nella
marina di Nerano o Cantone molte galere, ed il resto della flotta attraversando
lo stretto di Capri, venne alla marina di Massa e Sorrento. Gli abitanti nel
vedersi assaliti fuggirono verso le colline, credendo che solo dalla marina del
golfo di Napoli fossero venuti i Turchi, ignorando quello che già era accaduto
a Nerano; e così rimasero ingannati, perchè i due mila sbarcati in Nerano, non
avendo ritrovata resistenza, si erano inoltrati su le colline di Termini, e si
diressero verso Sant'Agata e Torca; mentre quei che erano discesi in Massa, si
avanzavano verso il centro del paese: altronde i Massesi vedevano l'armata
turca, che aveva invaso anche Sorrento, per cui si ritrovarono chiusi da ogni
parte; pur non ostante molta gente si sarebbe salvata, la quale per diverse vie
era giunta alla Pezza della Vela collina al disopra di Sant'Agata e da tal
luogo essi potevano facilmente prendere Vico: ma per colmo di disgrazie sorse
tra loro una voce, che i Turchi avendo fatto uno sbarco a Vico, da quella parte
venivano loro al l'incontro, per cui presi da novello spa vento ritornarono
indietro ; ed ecco che anche questi si imbatterono con i barbari i quali
avevano invasi i casali di Torca e Sant'Agata e trascinavano seco loro tutti
gli schiavi, ossieno i miseri Massesi, di unita al bottino; e così tutta
l'intiera popolazione di Massa venne nelle mani de' Turchi, e solo si salvarono
quei che ebbero più astuzia, che per altro non furono pochi, i quali si
nascosero in mezzo alla campagna, e tra le macchie delle colline; mentre questa
era una scorreria, nè i Turchi potevano molto restare nella penisola; ed in
quella circostanza unirsi molta gente e correre le strade battute, era pessimo
consiglio. I Turchi dopo di avere devastata Massa e Sorrento partirono portando
quattro mila e più infelici in Costantinopoli; la sciando tante famiglie
desolate e tutti privi di quello che avevano di migliore; partiti, Matteo
Pisani canonico i Santi Maggiore di Napoli si portò in Massa, ed andò per tutti
i casali notando i nomi e cognomi di quelli che erano stati fatti schiavi. e
ritrovò che ascende vano a 1493, oltre di moltissimi, di cui non si ebbe più
notizia.
Di quelli
portati in Costantinopoli, dopo lungo tempo se n' ebbe notizia, e si seppe
ancora che buona parte era morta in viaggio per i pessimi trattamenti ricevuti
Il Segni parla della spedizione turca che da Costantinopoli venne in Marsiglia
in soccorso di Francesco I, comandata dal famoso Barbarossa; questa armata navale,
egli dice, nel ritirarsi fece vari sbarchi sulle marine di questo Regno, ed
allora furono rovinate le isole di Ischia e Procida, e che da Ischia ne
menarono schiavi da due mila persone, ed in tutto ascesero i prigionieri a
dodici mila: soggiunge lo stesso storico che di questi una gran parte morirono
soffocati nel fondo delle galere: che anzi arrivò a tanto la barbarie e
crudeltà ne' Turchi, che gittarono in mare i morti ed i moribondi : da questo
fatto il lettore può considerare come dovettero essere trattati quei poveri
Massesi e Sorrentini : e se la Provvidenza non avesse a quell'epoca salvata Malta
dalle mani di Solimano, quanto più grandi sarebbero stati i nostri mali ! Il
riscatto del loro parenti fu un'altra rovina per Massa e Sorrento. Tutte le
torri costruite con tanta cura, in quella circostanza non valsero nulla. che
anzi furono cagione di maggior rovina; perchè essendo stati assaliti all'impensata,
i Massesi fuggirono in queste torri senza armi e spaventati, per cui costò poco
a Turchi il gittare per terra le porte: solo tre non furono prese ; e tra
queste una fu quella del signor Ni cola de Turri, in cui si era chiuso il suo
fratello con i suoi figli e tutta quella gente che potè guadagnarla : intanto
un turco, che giunse sotto alla torre prima degli altri, salì sopra di una
quercia per potere tirare un colpo di fucile a quei di dentro, ma un massese
dalla torre fu più sollecito di lui nel tirargli una fucilata, per cui cadde
morto: al colpo giunsero molti Turchi, e vedendo il loro compagno morto, se ne
fuggirono. Da questo fatto si conosce bene che se i Massesi e Sorrentini
avessero opposto una lieve resistenza a Turchi, questi si sarebbero subito
imbarcati ed andati via. lntanto avendo ceduto i Massesi che, solo in quelle
tre torri si erano salvate da circa seicento persone, cominciarono ad erigere
torri in ogni luogo; di modo che quasi ogni casa aveva la sua torre. Ed il
governo in quell' epoca ne fabbricò dieci lungo l'estesa costa di Massa.
Nel 1656 Massa
Lubrense soffrì una fiera peste, e fu tale che in breve tempo morirono due mila
cittadini, in guisa che prima della peste il numero de cittadini ascendeva ad
otto mila, e dopo di tal flagello non ha potuto più giungere a tale cifra: e
tra i danni che questo malore produsse vi fu quello della perdita dei libri
parrocchiali, i quali in molte case, ove erano conservati, furono bruciati alla
rinfusa con tutti gli altri mobili. Questi libri, in cui solamente era allora
regi strato lo stato civile di ognuno, corsero grandi disgrazie: giacchè prima
i Turchi ne distrussero molti, e poi la peste compì l'opera: vedendosi la falce
mortale ruotare sul capo ognuno pensava alla pro pria salvezza, nulla curando
l'avvenire; per cui ove moriva un appestato brucia vano tutto quello che era
soggetto a contagio.
La soppressione
del collegio de Gesuiti in Massa apportò nello stato civile e morale di quella
popolazione danni in calcolabili; Massa è priva di un seminario, per cui questi
padri erano ivi gli istruttori generali della gioventù. Finalmente nel 1856 Massa
soffrì an cora essa il colera asiatico, e perdè circa 200 individui.
E' Massa
Lubrense capoluogo del circondario del suo nome in distretto di Castellammare,
diocesi di Sorrento, provincia di Napoli, con sua particolare amministrazione.
La sua popolazione si fa ascendere a 8468; quando nel 1552 non era che di 3450
abitanti. Il circondario si compone della sola città. Vi è dogana di terza
classe. I suoi uomini illustri furono Leonardo Liparulo, dottissimo legista e
teologo, ve scovo della sua patria. Fra Valentino di Massa, primo generale
italiano dell' ordine del Minimi di S. Francesco, Frate Ambrogio Fontana,
insigne poeta, Saverio Turbolo, monaco certosino, insigne per lettere in
Napoli, fu 21 anno priore e cinque in Pavia: cooperò ad adornare la chiesa di
S. Martino di Napoli, in cui si spesero settantamila ducati, moltiplicò le
rendite del monastero, comprò molte possessioni ed aumentolle con ragionata
coltura. Paolo Pulcarelli, sacerdote, celebre poeta. Costantino Pulcarelli,
dottissimo latini sta e grecista, eccellente poeta latino. Fu gesuita: le sue
opere hanno avuto parecchie edizioni in ltalia. Ignazio di Maria, fu gran
filosofo e teologo, vicario del monistero della Cava e di quello di Gaeta,
priore di Monte Ca sino cd abate di detto ordine, Alfonso di Martino,
domenicano, dottis imo, insigne predicatore e noto in tutta l'Italia. - -
Vincenzo di Maria, agostiniano, insigne oratore. - - Padre Vincenzo Maggio,
gesuita insigne, amato e stimato da tutti: Capaccio di lui fa menzione nel
libro intitolato il Forestiere nella giornata decima, ed an che Ottavio
Beltrano ne parla. Il Maggio ebbe gran parte alla fondazione della Trinità
Maggiore in Napoli, che è la chiesa più bella che sia nel Regno di Napoli.
Aniello Turbolo, dottissimo matematico, Marco Cangiano, celebre medico.
Vincenzo de Simone, detto il Zorobabel, distintissimo medico, grande letterato,
latinista e grecista, buon poeta, tanto che meritò il nome di Virgilio Massese.
Bardo Palma. fondatore del Monte della Pietà in Napoli. - Salvatore de' Pastini,
legò alla sua patria le rendite per provveder di libri i giovani studiosi, e
mantenere quattro scuole gratuite, assegnando ad una 80 ducati annui, alle
altre ducati 25 per ciascheduna. - Morirono in concetto di santi per le loro
grandi virtù, Leonardo de Turri, Giambattista Simeoni e Mattia Spano, istitutore
di una congregazione di preti in Nocera de Pagani. Luigi Cacace, sacerdote
dottissimo, gran de oratore sacro. esempio di esimia morale.
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