martedì 9 luglio 2019

Massa Lubrense: la storia


MASSA LUBRENSE, descrizione. Milano, 1852


Vaga città posta nel grado 40, 40 di latitudine e 32 di longitudine Il suo primo nome fu Massa ma i Cristiani vi aggiunsero la parola Lubrense proveniente dalla voce Delubrum perchè eravi il tempio di Minerva. Di poi la Santissima Vergine che in Massa si adora fu detta della Lobra cioè la Vergine di Massa Lubrense.
Massa è situata sopra una stretta lingua di terra che sporge in mare, circondata da isolette, nonchè dallo stretto di mare, formato da grande isola, che sembra staccata a forza dal continente. E lontana da Napoli 24 miglia per mare e 50 per terra. –
In questa regione, alla punta della Campanella, vennero a stabilirsi i Fenici ed il nome le diedero di promontorio di Minerva, detto nel tempi di mezzo Monte Canutario, ed ora nominato Monte di S. Costanzo: il sito che ora sembra un dirupo era in quei tempi remoti piano ed agevole. A grande rinominanza il tempio salì ed in somma venerazione tenuto fu dagli antichi. Quando i Greci passavano lo stretto di Capri, alla vista del tempio facevano le libazioni col vino puro. Quando vi giunsero, i Greci fabbricarono sopra Massa il magnifico tempio di Apollo. Ambe le marine, ai lati del tempio di Minerva, aveano comodi porti, ma quando crollarono nelle sottoposte caverne immensi macigni per la forza del tempo, la mentovata isola rimase staccata, ed i porti Crapolla e Recommone rimasero distrutti. Grandi avanzi di antichità si sono sempre trovati per queste contrade.
Sulle vicende massesi molti secoli passarono, ma sono ignorate. Dopo che in Napoli fu predicato il cristianesimo, alcuni napolitani sparsero la fede di Gesù Cristo sopra queste regioni. I templi mentovati, al terzo secolo erano in decadenza, e poi quello di Minerva fu distrutto da fedeli e sull'altro di Apollo edificarono la chiesa di S. Pietro: altra ne fecero alla marina, nel luogo ov'era il tempio di Ecate, dedicandola alla Santissima Vergine, detta della Lobra o l'Incoronata, della quale la Immagine è di pinta a fresco sul muro.
Massa fu detto il luogo, per la fertilità delle terre, come nota il Maldacea, autore di una Storia della sua patria: e ciò poco dopo del quattrocento come osserva il Persino, in contraddizione del primo autore che crede tal nome più antico. Fin quasi al principio del secolo XIII tutta quella penisola sorrentina fu sottoposta alla giurisdizione spirituale del vescovo di Sorrento; ma nel 1220 Onorio fu il primo vescovo di Massa. Fino ad Angelo Vassallo, morto nel 1797, trentesimo vescovo di Massa, la diocesi era rimasta separata, ed allora fu riunita a quella arcivescovile di Sorrento.
La chiesa della Madonna della Lobra, che minacciava rovina, fu riedificata nel luogo detto Capitello, ove trovasi il magnifico tempio de Francescani: qui la santa immagine della Vergine Santissima fu trasportata ed allogata nel muro posteriore dell'altar maggiore.
E' la Massa attuale una contrada molto elevata dal livello del mare e si estende per poche miglia tra due golfi, frammista di colli e piccole pianure, irrigata di chiare, dolci e fresche acque, sparsa di paesetti, godente di purissima e saluberrima aria: gli abitanti sono laboriosi e commercianti. I suoi casali o, vogliasi dire villaggi (della qual voce ordinariamente mi valgo per significare sia un casale, sia una villa, sia una terra, un paese o altro nome col quale nel Regno vuolsi indicare un aggregato di poche case), erano 24, con 60 fuochi, cioè famiglie.
Per casali qui intendevano le parrocchie. Gli attuali villaggi chiamansi Torca, presso le coste aspre e montuose di Positano, Pastena, S. Maria, S. Nicola, Monticchio, Schiazzani e Marciano (pei quali vedi gli Articoli relativi) e da ultimo quello di S.Agata, del quale qui pongo le notizie avendo mancato di farlo nell'ordine alfabetico. E' S. Agata il maggiore del villaggi di Massa, posto in bella e grande pianura. La chiesa dalla quale prende il nome, è antichissima. La pieve ricchissima, è molto bella e grandiosa. Ivi, da mezzogiorno scorgesi tutto il golfo di Salerno, da settentrione tutto il cratere di Napoli: è uno spettacolo stupendo. In queste vicinanze è il monte Crapolla, ove fu il bosco sacro ad Apollo. Il Deserto, quivi presso, avea una magnifica grangia dei PP. Carmelitani Scalzi, poi dei Benedettini, edificata nel 1679: il vescovo Nepita la visitò verso il 1686. Ora nulla più esiste, di modo che dopo poco più di un secolo, già tutto, chiesa e grangia è stato coperto dalle alluvioni. Massa ha parecchie belle chiese, case e molti monisteri.
Il colleggio dei Gesuiti fu nel 1852 tramutato in quartiere militare ed eravi la real Casa degl'Invalidi: è capiente di 600 individui. Vi furono spesi 18,000 ducati. Massa e Sorrento erano uniti e governavansi con le stesse leggi municipali fino al 1470: poi furono divisi i territori, non senza grandi litigi, Quando Carlo V e Francesco I combattevano, l'imperatore che avea bisogno di uomini e di denaro, ordinò a Raimondo Cardona, vicerè di Napoli, di vendere la città di Massa con tutti i casali, prescrivendo di non badare alle ragioni ed ai privilegi che dai cittadini fossero esposti e presentati, e tosto un Giovanni Carafa, conte di Policastro, offerì al governo ducati 15,000. Ma i cittadini reclamarono il regio Demanio, ch'era stato accordato da Ladislao e Giovanna II, ed implorarono, poichè doveasi vender la città, di comprarla essi stessi, avendo il diritto, secondo i tempi, di esser essi preferiti: esauditi, contrassero debito, pagarono la somma ed il titolo di contea, ch'era stato affisso al paese, diedero alla famiglia più povera.
Quando principiarono le piraterie de' barbari nel Mediterranco, decadde il commercio di questo paese, ed i Massesi furono costretti di fabbricarsi le torri che ora si vedono ancora in ogni casale; che anzi le famiglie comode ne eressero delle particolari, per sicurezza propria e dei loro amici: tanto era lo spavento che i Saraceni avevano arrecato in questi due Regni! Posto ciò, si deve paragonare lo stato opulento di quell'epoca con lo stato presente; mentre allora ogni casale con le sovvenzioni di tutti quei che lo componevano potè erigere questi torri: e poterono eziandio fabbricare quelle grandi e belle chiese parrocchiali, allorchè furono i casali costituiti parrocchie; nel mentre che ora non si potrebbe da essi fabbricare neppure una cappella: tanto è diverso lo stato presente di questo paese dall'antico!
Ed a scanso di equivoco, osserva il Maldacea, diciamo qui che le torri, dette di guardia, che si vedono d'intorno al litorale di Massa, furono fatte dopo l'invasione del Turchi, a spese del governo allora vicereale: esse avevano pochi vecchi soldati che dovevano nella comparsa de' nemici avvisare i Massesi con fare fuoco di notte e fumo di giorno.
I Massesi non contenti di aver eretto le Torri, le quali formavano una ritirata pronta, che i cittadini di ciascun casale potevano avere, in caso di uno sbarco di Turchi su la costa, benanche fabbricarono quella bella città di S. Maria , la quale era sicurissima, mentre a quell'epoca non vi era ancora il cannone. Ma per fatale disgrazia di questa città, si risvegliò una guerra tra Ferdinando I d'Aragona e Giovanni d'Angiò nell'anno 1459: allora Castellamare, Vico e Massa si ribellarono contro il loro legittimo sovrano e si diedero in mano dei Francesi. Questa guerra durò quasi due anni; ma nella fine il re di Napoli cominciò a ricuperare le città e le terre del Regno ribellate, di cui aveano preso possesso gli Angioini.
Ma la città di Massa non volle sotto mettersi, fidandosi al suo castello, che era molto forte e difficile ad espugnarsi per la sua altezza; difatti sostenne l'assedio per lo spazio di due anni, e si arrese solo perchè gli mancò l'acqua e le provvisioni da bocca terminarono. Pontano dice che il re Ferrante nella fine dell'anno 1464 aveva già ricuperato tutto il Regno; e nello spazio di circa 5 anni, mentre girava per le provincie onde riordinarle, lasciò la regina Isabella sua moglie alla testa del governo, perchè era una donna molto savia, prudente, benigna e liberale; questa regina ai 20 di settembre del 1465 emanò un indulto generale a tutti i cittadini di Massa, e concesse loro ancora alcune grazie. Ma poi essendo ritornato il re vittorioso, per tema che la piccola e forte città di Massa Lubrense in altra circostanza non si fosse di nuovo ribellata, fece intimare a tutti i cittadini di sortire dalla città con tutti i loro effetti e senza replica; nè valsero sottomissioni e preghiere, tutti indistintamente furono costretti di abbandonare piangendo i patri lari e cercare ricovero altrove.
Il vescovo trasportò gli arredi sacri nella chiesa della Lobra, ove fissò la sua dimora: il governatore occupò l' antico palazzo della regina Giovanna a Quarazzano; ed il resto de'cittadini si disperse per i casali: ma i più ricchi abbandonarono per sempre la loro infelice patria, e questa fu rovina incalcolabile per Massa, mentre perdè in un punto i proprietari delle terre ed il commercio, e si vide sempre più esposta ad invasione dalla parte del mare, Abbandonata la città di Santa Maria, questa fu intieramente demolita, e ciò avvenne non senza pianto di tutta questa costiera: i casali allora si ingrandirono dippiù.
Ma non fu contento il re Ferrante di demolire la città; per castigare i Vicajuoli e Massesi, per tenerli anche più in freno, donò questi due paesi a Giovanni Sanchez consigliere regio, coi titolo di larone; e come si dovevano fissare i nuovi confini di questo feudo tra Massa e Sorrento, fu ordinato a Raniero d'Apruzzo di Castellammare di condursi in Massa Lubrense e dividere i confini, secondo il piano ricevuto: ciò fu eseguito, ed è questa l'introduzione dell' atto In venimus primo Civitatem Massa dirutam. et ad terram prostratam cum fortilitiis, seu castello ad terram prostrato, etc. Ma questo barone non ne prese mai possesso, nè mai Massa Lubrense è stata soggetta a barone. Nell'anno poi 1518, avendo il generale Lautrech prese molte città del Regno, in cui mandava de' governatori, i Massesi prevedendo ciò che poteva avvenire, fecero sapere al governo, per mezzo del sindaco, che Massa non avendo più una città fortificata era obbligata a ricevere chiunque, il quale con forza si presentasse. Questa protesta si conserva nei protocolli del notare Antonio de Turri: ed a questa antica famigiia siamo ancora tenuti di averci conservato una storia dettagliata della terribile invasione de’ Turchi, come anderemo a dire.
L'uomo spesso è presago di quello che deve avvenire: difatti i Massesi da tanti anni tenevano di essere invasi da Turchi; il che finalmente poi sotto al governo vi cereale si verificò, e noi non possiamo meglio descriverlo che non rapportare quello che ne lasciò notato il notaro Cesare de Turri, il quale fu testimonio oculare.
Egli dice che nel giugno dell'anno 1558 nel far del giorno venne l'armata turca contro le città di Massa e Sorrento con cento e più galere, e saccheggiò questa città al segno che non vi lasciarono cosa alcuna: si presero l'oro, l'argento, le gioje e le stoffe ricche; sturarono le botti del vino, ruppero i vasi dell'olio e fecero tutto il male che era in loro potere. Furono prese le torri ancora, a riserbo di tre, dentro delle quali si salvarono moltissimi individui. Scrive lo stesso notaro che come tutti gli altri fu saccheggiato e gli fu levato tutto, gli fu presa la moglie con tre figli maschi e tre femmine e solo esso si salvò con un piccolo figlio. Fu grandissima la strage e le crudeltà che i Turchi usarano con questi disgraziati Massesi e Sorrentini giacchè oltre degli schiavi che fecero in numero di 1000 tra Massa e Sorrento, uccisero ancora molti uomini e donne, e segnatamente i vecchi, ed a questo notaro uccisero la madre ed il suocero: nè solo usarono crudeltà contro gli uomini, ma contro ancora degli animali, mentre ammazzarono tutte le vacche che incontrarono, i cani, i muli, i majali, ecc., e da questo terribile eccidio si contaminò l'atmosfera purissima di Massa in modo che per molto tempo non si poteva respirare; dice ancora de Turri che le case non si potevano più abitare, perchè i barbari ruppero e fracassarono tutte le porte e finestre.
Cesare Molignano, ragionando di Sorrento, dice che giunto Pialì Pascià con 120 galere, a 15 di giugno, avanti alla capitale, saccheggiò Massa e Sorrento, e ne portò via in Costantinopoli duemila Sorrentini: nè in Sorrento rimase casa che non fosse spogliata e distrutta. - Lo stesso asserisce Cornelio Vitigliano nella Cronica del Regno di Napoli nel capo V, ed aggiunge - che fra i presi in Sorrento vi fu gran numero di monache. Il de Turri fa ancora sapere che l'armata turca avvicinandosi di notte alla marina del Cantone, senza esser veduta, gli fu facile sbarcare due mila uomini bene armati, con ordine che se incontra vano resistenza se ne ritornassero nelle galere, e per questo fine lasciarono nella marina di Nerano o Cantone molte galere, ed il resto della flotta attraversando lo stretto di Capri, venne alla marina di Massa e Sorrento. Gli abitanti nel vedersi assaliti fuggirono verso le colline, credendo che solo dalla marina del golfo di Napoli fossero venuti i Turchi, ignorando quello che già era accaduto a Nerano; e così rimasero ingannati, perchè i due mila sbarcati in Nerano, non avendo ritrovata resistenza, si erano inoltrati su le colline di Termini, e si diressero verso Sant'Agata e Torca; mentre quei che erano discesi in Massa, si avanzavano verso il centro del paese: altronde i Massesi vedevano l'armata turca, che aveva invaso anche Sorrento, per cui si ritrovarono chiusi da ogni parte; pur non ostante molta gente si sarebbe salvata, la quale per diverse vie era giunta alla Pezza della Vela collina al disopra di Sant'Agata e da tal luogo essi potevano facilmente prendere Vico: ma per colmo di disgrazie sorse tra loro una voce, che i Turchi avendo fatto uno sbarco a Vico, da quella parte venivano loro al l'incontro, per cui presi da novello spa vento ritornarono indietro ; ed ecco che anche questi si imbatterono con i barbari i quali avevano invasi i casali di Torca e Sant'Agata e trascinavano seco loro tutti gli schiavi, ossieno i miseri Massesi, di unita al bottino; e così tutta l'intiera popolazione di Massa venne nelle mani de' Turchi, e solo si salvarono quei che ebbero più astuzia, che per altro non furono pochi, i quali si nascosero in mezzo alla campagna, e tra le macchie delle colline; mentre questa era una scorreria, nè i Turchi potevano molto restare nella penisola; ed in quella circostanza unirsi molta gente e correre le strade battute, era pessimo consiglio. I Turchi dopo di avere devastata Massa e Sorrento partirono portando quattro mila e più infelici in Costantinopoli; la sciando tante famiglie desolate e tutti privi di quello che avevano di migliore; partiti, Matteo Pisani canonico i Santi Maggiore di Napoli si portò in Massa, ed andò per tutti i casali notando i nomi e cognomi di quelli che erano stati fatti schiavi. e ritrovò che ascende vano a 1493, oltre di moltissimi, di cui non si ebbe più notizia.
Di quelli portati in Costantinopoli, dopo lungo tempo se n' ebbe notizia, e si seppe ancora che buona parte era morta in viaggio per i pessimi trattamenti ricevuti Il Segni parla della spedizione turca che da Costantinopoli venne in Marsiglia in soccorso di Francesco I, comandata dal famoso Barbarossa; questa armata navale, egli dice, nel ritirarsi fece vari sbarchi sulle marine di questo Regno, ed allora furono rovinate le isole di Ischia e Procida, e che da Ischia ne menarono schiavi da due mila persone, ed in tutto ascesero i prigionieri a dodici mila: soggiunge lo stesso storico che di questi una gran parte morirono soffocati nel fondo delle galere: che anzi arrivò a tanto la barbarie e crudeltà ne' Turchi, che gittarono in mare i morti ed i moribondi : da questo fatto il lettore può considerare come dovettero essere trattati quei poveri Massesi e Sorrentini : e se la Provvidenza non avesse a quell'epoca salvata Malta dalle mani di Solimano, quanto più grandi sarebbero stati i nostri mali ! Il riscatto del loro parenti fu un'altra rovina per Massa e Sorrento. Tutte le torri costruite con tanta cura, in quella circostanza non valsero nulla. che anzi furono cagione di maggior rovina; perchè essendo stati assaliti all'impensata, i Massesi fuggirono in queste torri senza armi e spaventati, per cui costò poco a Turchi il gittare per terra le porte: solo tre non furono prese ; e tra queste una fu quella del signor Ni cola de Turri, in cui si era chiuso il suo fratello con i suoi figli e tutta quella gente che potè guadagnarla : intanto un turco, che giunse sotto alla torre prima degli altri, salì sopra di una quercia per potere tirare un colpo di fucile a quei di dentro, ma un massese dalla torre fu più sollecito di lui nel tirargli una fucilata, per cui cadde morto: al colpo giunsero molti Turchi, e vedendo il loro compagno morto, se ne fuggirono. Da questo fatto si conosce bene che se i Massesi e Sorrentini avessero opposto una lieve resistenza a Turchi, questi si sarebbero subito imbarcati ed andati via. lntanto avendo ceduto i Massesi che, solo in quelle tre torri si erano salvate da circa seicento persone, cominciarono ad erigere torri in ogni luogo; di modo che quasi ogni casa aveva la sua torre. Ed il governo in quell' epoca ne fabbricò dieci lungo l'estesa costa di Massa.
Nel 1656 Massa Lubrense soffrì una fiera peste, e fu tale che in breve tempo morirono due mila cittadini, in guisa che prima della peste il numero de cittadini ascendeva ad otto mila, e dopo di tal flagello non ha potuto più giungere a tale cifra: e tra i danni che questo malore produsse vi fu quello della perdita dei libri parrocchiali, i quali in molte case, ove erano conservati, furono bruciati alla rinfusa con tutti gli altri mobili. Questi libri, in cui solamente era allora regi strato lo stato civile di ognuno, corsero grandi disgrazie: giacchè prima i Turchi ne distrussero molti, e poi la peste compì l'opera: vedendosi la falce mortale ruotare sul capo ognuno pensava alla pro pria salvezza, nulla curando l'avvenire; per cui ove moriva un appestato brucia vano tutto quello che era soggetto a contagio.
La soppressione del collegio de Gesuiti in Massa apportò nello stato civile e morale di quella popolazione danni in calcolabili; Massa è priva di un seminario, per cui questi padri erano ivi gli istruttori generali della gioventù. Finalmente nel 1856 Massa soffrì an cora essa il colera asiatico, e perdè circa 200 individui.  
E' Massa Lubrense capoluogo del circondario del suo nome in distretto di Castellammare, diocesi di Sorrento, provincia di Napoli, con sua particolare amministrazione. La sua popolazione si fa ascendere a 8468; quando nel 1552 non era che di 3450 abitanti. Il circondario si compone della sola città. Vi è dogana di terza classe. I suoi uomini illustri furono Leonardo Liparulo, dottissimo legista e teologo, ve scovo della sua patria. Fra Valentino di Massa, primo generale italiano dell' ordine del Minimi di S. Francesco, Frate Ambrogio Fontana, insigne poeta, Saverio Turbolo, monaco certosino, insigne per lettere in Napoli, fu 21 anno priore e cinque in Pavia: cooperò ad adornare la chiesa di S. Martino di Napoli, in cui si spesero settantamila ducati, moltiplicò le rendite del monastero, comprò molte possessioni ed aumentolle con ragionata coltura. Paolo Pulcarelli, sacerdote, celebre poeta. Costantino Pulcarelli, dottissimo latini sta e grecista, eccellente poeta latino. Fu gesuita: le sue opere hanno avuto parecchie edizioni in ltalia. Ignazio di Maria, fu gran filosofo e teologo, vicario del monistero della Cava e di quello di Gaeta, priore di Monte Ca sino cd abate di detto ordine, Alfonso di Martino, domenicano, dottis imo, insigne predicatore e noto in tutta l'Italia. - - Vincenzo di Maria, agostiniano, insigne oratore. - - Padre Vincenzo Maggio, gesuita insigne, amato e stimato da tutti: Capaccio di lui fa menzione nel libro intitolato il Forestiere nella giornata decima, ed an che Ottavio Beltrano ne parla. Il Maggio ebbe gran parte alla fondazione della Trinità Maggiore in Napoli, che è la chiesa più bella che sia nel Regno di Napoli. Aniello Turbolo, dottissimo matematico, Marco Cangiano, celebre medico. Vincenzo de Simone, detto il Zorobabel, distintissimo medico, grande letterato, latinista e grecista, buon poeta, tanto che meritò il nome di Virgilio Massese. Bardo Palma. fondatore del Monte della Pietà in Napoli. - Salvatore de' Pastini, legò alla sua patria le rendite per provveder di libri i giovani studiosi, e mantenere quattro scuole gratuite, assegnando ad una 80 ducati annui, alle altre ducati 25 per ciascheduna. - Morirono in concetto di santi per le loro grandi virtù, Leonardo de Turri, Giambattista Simeoni e Mattia Spano, istitutore di una congregazione di preti in Nocera de Pagani. Luigi Cacace, sacerdote dottissimo, gran de oratore sacro. esempio di esimia morale.

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