COMINCIA L' EPISTOLA DI FRATE ALBERICO MONACO DEL CENOBIO CASSINESE
SULLA SUA VISIONE.
Perché alcuni hanno l'abitudine di adombrare la verità con la menzogna, e, a proprio arbitrio, negli
altrui opuscoli aggiungono o tolgono qualche così; perciò, io Alberico, monaco del cenobio Cassinese, ultimo servo dei servi di Cristo, stimai necessario di premunire di tali dichiarazioni il libretto della nostra visione, tanto più che ho appreso quello essere stato falsificato da parecchi. Perché taluni non avendo innanzi agli occhi quella sentenza che testifica dover noi dar conto delle parole oziose, dissero in
questa nostra visione ciò che mai da noi sentirono; che, sebbene sieno molte le specie di menzogne, tutte nondimeno deve rigettarle un servo di Cristo, ninna menzogna essendovi che non sia contraria alla verità, perché, come la verità da Cristo, cosi la menzogna procede dal diavolo. Giacché come sono fra di loro contrarie la luce e le tenebre, la pietà e l'empietà, la giustizia e la iniquità, la sanità e l'infermità, la vita e la morte, cosi anche la verità e la menzogna. E che meraviglia sé la nostra visione da parecchi si adulteri, quando sappiamo che già furono adulterati gli stessi libri dell' Evangelo? giacché sarebbe meglio niente riferire addirittura, che narrar cose false e inventate. E nel presentimento che ciò appunto avvenisse, l' abate Gerardo avea già imposto a Guido, prete di questo cenobio cassinese, di tramandare per iscritto la nostra visione alla memoria dei futuri. Eseguendo quegli il suo comando, parecchie cose scrisse, parecchie altre ne omise. Un tale poi, avuto nelle mani il libretto della visione, aggiunse, tolse e mutò ciò che volle; e lo porta in giro come se fosse cosa nostra divulgando ciò che egli medesimo scrisse. E le cose che sotto il nostro nome v' intruse, sono le seguenti: l'altezza delle porte dell' Inferno; dei nocchieri che vagarono pel mare; del martirio di S. Pandido, e della chiesa del confessore Archilegio; allocuzione di Mosè a Dio; della creazione di Adamo; del nome di lui.; del cibo di Adamo dopo la morte; della vigna di Noè; dell' altezza del cielo.
— Queste e molte altre cose nella nostra visione ho rinvenute inventate; onde l'abate Signoretto, animando la nostra piccolezza, e' impose che di bel nuovo emendandola, ritagliassi il superfluo e il tolto al suo luogo restituissi senza indugio. Dunque, con Pietro Diacono, al quale fui come per dire fin dalla culla congiunto nell'amore di Cristo, in un lavoro di tre giorni, la ridussi all'ultima perfezione, ritagliando il falso, e il tolto al suo luogo restituendo. Onde preghiamo tutti i figli della chiesa cattolica, nelle cui mani pervenga questo libretto, di confrontarlo con l'originale, perché ho fatto scrivere qui tutte le cose, come le vidi e come le ascoltai dal beato Pietro apostolo; né permettano che venga ancora una volta falsificato, imprecando contro chi ciò faccia le parole del
beato Giovanni: che se alcuno vi aggiungerà qualche cosa, Iddio infligga a lui le pene descritte in questo libro; e se alcuno toglierà qualche cosa, Iddio gli sottragga parte dei beni descritti in questo libro.
Termina l'epistola di frate Alberico.
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