[…]
Queste humanae
litterae, dice Cicerone, sono il nostro conforto: nobiscum peregrinantur, rusticantur. Ci accompagnano sempre,
indipendentemente dalla possibilità di letture. Qualche volta le letture –
magari per noi no, con tutti questi libri maneggevoli, tascabili anche, non è
che sia una cosa impossibile – però per gli antichi erano qualcosa di più
fastidioso, con quei grossi rotoli di papiro che era così difficile srotolare,
e quindi le humanae litterae uno se
le portava soprattutto dentro.
Dovevano cercare di
memorizzarle, forse.
Eh sì… E poi nel mondo antico, certo, era lasciato un più
ampio spazio alla memoria. Alla memoria, e all’attività proprio interiore …
È un problema che Platone e in parte anche Socrate sentono
fortemente, Platone soprattutto. Platone dice che la scrittura è stato un
grosso guaio, perché scrivendo si affida al libro – in cui la parola è come
sepolta, è come morta – il pensiero e poi uno va a consultare il libro e trova…
allora non cerca dentro di sé questo filo di pensiero. Lo stesso dialogo,
quando viene scritto… Praticamente, chi sostiene una tesi contraria a quella di
chi la legge, non può difendersi. Nel dialogo vivo, una tesi che viene
sottoposta a critica può avere una difesa, un’apologia; invece, quando sta
[lì], “fermata” sul libro, il libro non ha possibilità di difesa. Questa è una
delle cose singolari, intelligenti – diciamo – che dice Platone.
Poi per i Greci il fatto di leggere… loro dicevano, [per
intendere] “leggere”, anagignwskw, riconoscere, e quell’ana dà l’idea di un saltare su, di un
movimento dal basso verso l’alto, ed è come se – Platone qualche volta lo dice
anche abbastanza esplicitamente – come se le lettere stessero lì, morte, sulla
pagina: uno leggendo riconosce le lettere, come se le chiamasse, chiamasse le
lettere, le parole e allora per un attimino quelle parole si svegliano dal loro
sonno eterno, diventano vive, parlano, e poi dopo di nuovo ricadono nel loro
sonno. Quindi è bella questa immagine (questa “favoletta”, direbbe Vico) che è
nella parola, nell’etimologia di anagignwskw.
Questa lettura come riconoscimento che fa rivivere.
Prima di iniziare la
registrazione, parlavamo dei vari argomenti da trattare e, tra questi, si è
accennato all’amore di Platone per il mito. La cosa mi è venuta in mente quando
ha usato l’espressione “favoletta”. Mi piacerebbe chiederle ragione della
importanza del mito greco: perché il mito greco è più importante, per esempio,
delle favole e delle leggende della letteratura popolare tedesca?
Perché il mito greco è stato estremamente vitale. In qualche
modo possiamo dire che il mito greco è stato anche valorizzato e supportato
dall’altezza della letteratura, dal fatto che è penetrato in una tradizione
letteraria che secondo me è inimitabile, quella greca.
Si pecca forse un poco di nazionalismo, di sciovinismo?
Oddio, a questo punto dovremmo dire inimitabile la letteratura latina. Invece
no: è [inimitabile] quella greco-latina. Quella greca che è poi confluita nella
letteratura, nella cultura latina che forse ha dato al mondo greco quel sigillo
di universalità, di diffusione, di durata nel tempo e di possibilità di creare
ulteriori forme di civiltà, mentre la cultura greca in sé e per sé, senza
questa prosecuzione, questa rigenerazione che ha attraverso il latino sarebbe
poi morta nelle biblioteche bizantine e nelle sottigliezze dei dotti bizantini.
E anche la lingua: dal greco nasce solo il greco moderno, che forse ha pure
qualche bella espressione in poeti del Novecento come Seferis, Kavafis. Sono
delle belle espressioni poetiche, però sono [al confronto] ben poca cosa.
Allora sono più grandi quando più calcano le orme dell’antico, della civiltà
proprio classica! Ma dal greco [in sé e per sé] non è nato niente di grande.
La cosa più grande che è nata dal greco è questa fusione con
la cultura latina, che poi ha lanciato nel mondo e nel tempo questa civiltà
greca, facendola diventare civiltà neolatina, quindi, cultura italiana,
francese, spagnola, e influenzando anche le culture non neolatine, influenzando
più di quanto non si creda la stessa cultura tedesca e inglese, anche a livello
banale, a livello linguistico, di derivazioni, di etimologie di parole. C’è un
libretto abbastanza corrente, non di alto livello scientifico, ma in cui si
prendono in esame tutte le parole inglesi che hanno una radice latina o greca
attraverso il latino e sono molto più di quanto si possa pensare a prima vista.
E comunque: il mito greco ha avuto questa fortuna di vivere
nelle pagine della letteratura greca, di Omero, i lirici, i tragici – non ne
parliamo proprio! – e tutta la cultura greca si è rifatta a questa grande
esperienza del mito. Poi il mito è passato anche in lingua latina, il mito
greco, magari con qualche deformazione, qualche semplificazione, e anche questo
significa lanciare il mito greco attraverso i grandi latini.
Fermiamoci magari a Virgilio e a Ovidio, che pure attraverso
il Medioevo ha avuto questo grande lancio nella cultura europea. Ovidio: chi
più di lui ha trattato i miti, nelle Metamorfosi?
Non so quanti, duecentotrenta o duecentocinquanta miti sono “ficcati” nelle Metamorfosi, dico proprio “ficcati”
perché a volte c’è un mito che si inserisce dentro a un altro con un criterio
da scatole cinesi, insomma, anche di grande abilità narrativa, perché lui
mantiene quell’interesse del lettore che deve vedere come va a finire, come si
trasforma quel personaggio, quali altre storie analoghe…
E allora, che cosa poi vuol dire “mito”? Io mi sono occupata
un poco del mito greco, ma a un livello – così – molto corrente, molto superficiale, facendo anche un intervento,
una conferenza, una discussione all’UNITRE, perché, appunto, sono stata pregata
di partecipare; a convincermi è stato il collega Lauritano, Eduardo Lauritano,
il collega di filosofia. […]
All’UNITRE una volta ho parlato della tragedia greca, un’altra
volta del mito, e poi anche delle figure femminili del mito nella poesia
greca. Comunque, quando mi sono occupata del mito – certo è un problema…
non si può dire di poterlo esaurire – anche da un punto di vista, come dire,
etimologico la parola “mito” è discutibilissima, perché si collega alla parola, al discorso, infatti muqeomai
vuol dire discorrere, conversare, parlare, ed è diverso da legw: in legw
c’è l’idea di raccogliere degli elementi, in muqeomai c’è più quell’espressione magari immediata, spontanea,
anche forse acritica, un modo di esprimersi quasi istintivo. Pare che (non è
assolutamente sicuro) ma i lessici etimologici, almeno, così, sia pure con
qualche dubbio, mettono in correlazione muqoV
con la sillaba mu, questa sillaba mu che sarebbe un’espressione quasi
elementare, un modo di emettere un suono, di farsi sentire, di partecipare in
qualche modo alla vita: un suono elementare. E allora, [così] come è elementare
il suono della parola … risalendo alle prime origini dell’uomo parlante e
pensante, abbiamo quindi il mito, anche come “favoletta”, come favoletta elementare,
essenziale, in cui si esprime un modo di essere, un modo anche di vedere la
realtà, in maniera assolutamente semplice. Quindi muqoV>… il muqoV
ha anche un valore, diciamo, simbolico [n.d.r.: per intendere appieno il ragionamento che segue, si tenga presente che
l’aggettivo “simbolico” deriva da sumballw,
verbo greco che letteralmente significa:
gettare insieme], nel senso di una raccolta – non razionale come invece nel
caso di legw, raccogliere tutti gli
elementi – ma… mettere insieme, un gettare insieme degli spunti di sentimenti,
di emozioni. Ecco che allora nascono questi miti, che poi a poco a poco
l’esperienza dotta, e meno dotta, cerca di mettere, di raccogliere in unità, di
organizzare. I primi miti, naturalmente dei poeti epici, sono anche un po’
staccati tra di loro; poi c’è l’idea della sistemazione, i miti cosmogonici, in
Esiodo per esempio, a spiegare come è nato il cosmo, il Caos e da cui poi si
generano Urano, Gea, queste filiazioni di dèi, e questi miti rappresentano
proprio… descrivono in qualche modo la realtà, la realtà sia fisica che
psicologica ed è un modo di studiare il mito, di analizzarlo, ma non di coglierne
quel primo moto spontaneo. A volte i miti sono anche in contraddizione tra di
loro, a meno che nascano proprio come sistemazione, però, ecco, [il mito] è lo
spazio che si dà alla fantasia e all’emozione, indipendentemente da una logica
stringente.
Parlavamo dei miti di Platone. Platone, in effetti, a volte fa anche dei
riferimenti ai miti noti, così, per esempio, parla anche del mito di Alcesti,
che si sacrificò per il marito, quindi che morì, invece di un altro, per amore
e allora gli dèi furono così toccati dal suo sacrificio che le consentirono di
tornare sulla terra, di rivivere, con riferimento a quel mito che anche poi è
stato anche trattato da Euripide. Certamente quando Platone scrisse il Simposio
conosceva la tragedia euripidea (del 438). Prima di lui l’aveva anche trattato
Frinico. Ora [Platone] fa dei riferimenti a questi e ad altri miti, però non è
questo il mito platonico. Il mito platonico in senso più stretto è quella
creazione di un’immagine laddove l’arido discorso filosofico non basta.
Quando Platone sente di dover spiegare qualcosa di più
[importante], anche di … di far presa, anche, più immediatamente sull’animo del
dialogante, a quel punto lì, improvvisamente, lascia il discorso politico, e
razionale, come abbiamo visto, come vogliamo dire, appunto, la… linea di
conseguenza logica, così, interrompe questo e si abbandona a raccontare il
mito. C’è, per esempio, al centro della Repubblica
il mito della caverna: praticamente, la condizione umana che è vista come la
condizione di prigionieri nel fondo di una caverna, che stanno al buio; poi c’è
una specie di fessura da cui penetra una luce che sta all’esterno; la luce, la
fonte luminosa, i prigionieri non la vedono; vedono soltanto questa luce che
arriva più in alto delle loro teste. E poi… … c’è una strada che dall’esterno circonda questa caverna;
passano delle processioni, che portano delle statue: allora, si proietta sul
fondo della caverna l’ombra di queste statue. Questi prigionieri arrivano a
capire che sono ombre, però pensano che non siano ombre di statue, ma ombre di
persone, di uomini, quindi: il lavorio mentale, no?, per dire: è ombra, non è
la realtà , superano, non
calcolano un grado di imitazione, perché la statua è già imitazione della
realtà, l’ombra è l’ombra della statua e non l’ombra dell’essere vivente, e comunque… hm… Intanto
questi poveri prigionieri che hanno pure il collo fermato, i piedi incatenati,
si accontentano di vedere passare queste ombre, eh… quella è la loro
condizione, non possono ribellarsi, non possono uscire di lì… [è] la condizione
umana che impedisce la visione vera
delle cose. Poi càpita che magari uno di questi prigionieri riesce a rompere le
sue catene e ad uscire all’aperto. Quando esce all’aperto, prima di tutto … è abbagliato, perché quando vede
tutta quella luce che c’è fuori, non riesce più a usare i suoi occhi, poi a
poco a poco si abitua alla luce; incomincia a vedere la luce del sole riflessa
in uno specchio d’acqua e così, vedendo questa luce riflessa, già comincia un
po’ ad abituarsi alla luce. Poi, alla luce vera del sole, riesce a capire che
quelle sono statue portate da uomini; vede questa realtà che sta al di fuori,
vede le cose come stanno effettivamente. A quel punto lì, questo, che era
uscito dalla caverna, non se ne sta tranquillo tranquillo a guardare le cose
belle, ma torna nella caverna perché vuole comunicare la verità ai suoi
compagni di prigionia. Però questi compagni di prigionia non ci vedono, anzi, lo
percuotono, lo condannano, lo criticano, lo fischiano, non vogliono saperne di
arrivare alla verità vera, e quindi questo messaggero diventa inascoltato, come
spesso è inascoltato il profeta, il filosofo… e questo è uno dei temi centrali … proprio, giusto al centro, sta
nel sesto libro della Repubblica, tra quinto e sesto
libro, quindi sta proprio nella parte centrale.
E un altro mito molto bello è quello, anche questo essenziale… Nel Fedro si parla della preesistenza dell’anima nel mondo
iperuranio. E quest’anima è divisa in tre parti: c’è l’anima razionale, che è
l’auriga, e poi l’anima irascibile, così, il qumoV,
che è rappresentato da un cavallo bianco, e l’anima, invece, vegetativa,
concupiscibile, che è rappresentata invece da… da un cavallo nero, un cavallo
scuro. E c’è questo cocchio guidato dall’auriga. Quando i due cavalli riescono
a procedere di pari passo, bene; ma se o quello bianco si impenna tendendo
verso l’alto, e quello nero, invece, eh, scende, scivola verso il basso, chi ne
va di mezzo è il cocchio che si sfascia. L’auriga non riesce a tenere a freno,
a far procedere di pari passo i suoi cavalli; si sfascia il cocchio, e…
precipita tutto su questo mondo.
E allora ecco che comincia questa vita di un’anima che è stata esclusa dalla visione degli dèi: [?]
[per] questa strada su cui procede l’auriga con il suo cocchio procedono invece
poi anche gli dèi, c’è il grande corteo degli dèi, e loro non… non sono
soggetti a queste bizze dei cavalli, procedono bene, insomma… E invece la
povera anima scende in questo mondo, si incarna e tende poi a risalire, e
risale soltanto grazie all’amore: quando comincia a sentire, attraverso anche
una… una figura di un essere umano – maschio o femmina che sia, qualunque tipo
di amore, un amore omosessuale o eterosessuale, che suscita appunto nell’anima
questa visione del bello – allora
scatta la reminiscenza. E quest’anima, poverina, così, che sguazzava magari nel
fango, comincia a sentire la nostalgia delle cose belle che aveva contemplato,
prima di esistere, nel mondo delle idee. A poco a poco le spuntano le ali,
sente un prurito dietro, e …
e si sviluppa poi da un germe, prima piccolo, così, si sviluppa l’ala; allora
l’anima, proprio, sull’ala, sulle ali dell’amore, risale e ritrova la sua vera
origine. Questo è un altro dei miti fondanti, diciamo, dei miti fondamentali
del pensiero platonico. Poi ci sono anche i miti più piccolini.
Quindi, il mito come
veicolo semplice di emozioni profonde.
Sì. Sì. Il pensiero tradotto in emozione. Perché in fondo
Platone vuole sostenere, nel caso della caverna, il concetto che la condizione
umana è una condizione misera di ignoranza… di esclusione dal mondo delle idee,
… L’umanità si è
assuefatta anche a questa… a questo squallore, insomma, perché il filosofo è
una voce inascoltata, insomma.
E invece di dirlo in questi termini, o in altri termini
ancora più aridi e razionali, [Platone] lo dice attraverso il mito. Anche
l’idea che l’anima umana si trova in questa realtà sensibile che non è la sua realtà (la realtà vera è quella del
mondo delle idee, allora c’è questa penalizzazione), invece di dirlo in termini
più o meno razionali, eh… racconta questo bel mito del cocchio, dei cavalli,
dell’auriga…
E della caduta!
La caduta, la caduta… , l’ansia di ascendere di nuovo… E quindi Platone in
effetti sostituisce – a un discorso logico, a un discorso razionale, proprio
nei momenti, proprio, culminanti – sostituisce il mito … E allora ci dà pure uno spiraglio,
diciamo, per l’interpretazione anche dei miti, quelli classici, quelli fondati
nella tradizione, che sono dei modi di rappresentare la realtà: una realtà che
si intuisce, che si comincia a capire anche in termini razionali, ma che in
effetti viene rivestita di forme… belle, di forme suggestive, anche
accessibili, direi accessibili anche ai bambini; appunto, il mito greco aveva
trovato ampio spazio di… comunicazione anche nella pittura vascolare. C’è una
bella considerazione che fa Havelock, in un libro della Laterza, Arte e comunicazione nel mondo greco: il
mito era un veicolo di apprendimento, di comunicazione ; nelle ceramiche molto semplici,
anche di uso quotidiano, c’era sempre una decorazione mitica, un mito,
qualunque fosse, e che serviva […]
E allora… stavamo dicendo? Ah, stavamo parlando del … del
mito platonico…
Sì.
…< che probabilm…> – Ah,
stavamo dicendo un’altra cosa: i miti…
…nelle pitture
vascolari.
Del… del resto è anche proprio delle … delle culture più
antiche, sempre, esprimere anche dei concetti in termini… anche un po’
drammatici, no?, prendendo anche le persone; del resto una tendenza analoga la
abbiamo anche nell’Antico Testamento: nella Bibbia molti miti trovano una certa
corrispondenza, un’analogia a volte, anche, coi miti greci. E questo è un tema…
molto delicato, però insomma, che… eh… si può avere il coraggio di affrontare,
proprio, studiando queste analogie e questa tendenza… dei popoli antichi, a rappresentare in forme
proprio narrative, in forme visualizzabili, insomma, dei concetti. È il modo,
proprio, di comunicare più elementare, insomma; del resto, è unanime… Se
vogliamo riferirci anche alla Bibbia: il fatto del “fermare il sole”, in questo
modo elementare, poi, [?] non va preso alla lettera… e [così da] provocare la
condanna di Galileo.
Sì, sì… ci sono miti
nella Bibbia anche assolutamente… fantasiosi, come quello di Giona, insomma…
Sì, eh!
… Giona che va nel
ventre della balena, cose così… Non manca nell’Antico Testamento una componente
propriamente mitica.
Sì, mitica, fantasiosa, proprio… che parla alla fantasia più
che alla ragione. Qualche volta è anche molto difficile ripulire di questi
elementi fantastici e popolareschi [il racconto biblico] per arrivare al nucleo
di verità che vorrebbe rappresentare.
Ora, se cominciare un canto nel nome degli dèi significa
cominciare un canto così, vediamo quanta confidenza si prendevano [?] coi loro
dèi. Quindi non è che li sentissero come delle potenze elevatissime: questo comincia
a essere sentito nel momento in cui nasce una speculazione filosofica e questa
potenza divina viene vista, come fa poi Eschilo: Zeus, chiunque tu sia… Nell’Orestea,
no?, [Eschilo] fa il riferimento …
anche ai miti, per dire: Zeus… lo spodestamento, prima Urano, poi Crono, poi
Zeus… fa dei riferimenti così, però sente in Zeus, o comunque nella divinità
maggiore, una potenza straordinaria, diciamo, sublime, che indirizza l’uomo
nelle vie della saggezza e pone nel cuore la legge del paqei maqoV.
Ma qua siamo già su un… un gradino non popolaresco, nell’arduo pensiero, già,
di Eschilo, che nella sua interpretazione della tragedia, vede le cose
dall’alto, vede le cose in maniera, proprio, filosofica, hm… prima, ben prima
di Platone. Platone non era neppure ancora nato, ma in Eschilo abbiamo questa
altezza di interpretazione, anche attraverso la stessa trilogia eschilea, per
cui c’è una tesi, un’antitesi, una sintesi, [?] sembrano quasi le triadi
hegeliane, insomma. E lui, insomma… dà del mito questa… questa interpretazione alta. Mentre poi c’erano questi miti,
più… passati a un livello popolare e nel mito si vede sempre un’espressione
immediata e fantasiosa della realtà. Un mito che affascinò Eschilo, e che è uno
dei miti più belli di lingua greca – è inutile dire – è quello di Prometeo, in
tutti i risvolti di questo mito prometaico: Prometeo che aiuta l’umanità, che
si sente legato a questa umanità sofferente e dona il fuoco, con suo personale
danno; poi viene inchiodato a una rupe del Caucaso. Però poi questo fuoco verrà
dato agli uomini, almeno secondo la versione che proprio Platone riprende,
citando Protagora, riprendendolo dalla elaborazione protagorea, interpretazione
[?] filosofica del mito e che praticamente non poteva né Prometeo essere
l’eterno ribelle, né Zeus essere l’eterno tiranno. A un certo momento tra loro
avviene una conciliazione e Prometeo dà il fuoco agli uomini e Zeus stesso
concede questo fuoco agli uomini ma non soltanto il fuoco di cui gli uomini
possono fare cattivo uso, eh, suscitare guerre eccetera, ma accompagnato dalla
giustizia e dal rispetto. E allora, ecco, si sistema questa storia
dell’umanità, anche [?] principio del fuoco Prota
… il Prot… eh>. Protagora aveva scritto qualche cosa del
genere e Platone nel Protagora
riprende, racconta questo mito di Prometeo, secondo quanto aveva detto lo
stesso Protagora.
Da quanto detto
emerge, dunque, la straordinaria vitalità del mito greco. Però forse mi
sentirei di aggiungere che della mitologia greca si è un po’ abusato nella
letteratura moderna, soprattutto italiana: penso a Vincenzo Monti, che era il
paladino del mito e, francamente, in qualche pagina diventa quasi illeggibile,
proprio perché ricorre troppo generosamente a questa matrice mitica…
Si è dato un valore decorativo… [?] al mito…
Sì. E questo càpita
anche oggi. La mitologia è tornata ad
essere “di moda”: certe volte, si presta ascolto alle suggestioni del mito
greco con un atteggiamento quasi di venerazione, come se fosse un feticcio,
senza ricercarne, in realtà, quella radice emozionale profonda che gi dà senso,
che gli dà linfa vitale…
Comunque il mito greco aveva molte possibili diramazioni,
diciamo: c’è il mito creato dal
filosofo Platone, il mito utilizzato
dal filosofo, e c’è il mito utilizzato, come dicevo, anche nelle ceramiche di
uso quotidiano per insegnare ai bambini a pensare miticamente; c’è il mito
dell’aedo, che comincia a raccontare queste storie scollacciate di dèi, e poi
naturalmente questa cosa determina a volte l’irrigidimento filosofico: lo
stesso Platone, lo stesso Platone a un certo momento si scandalizza di un uso
esagerato di questi miti troppo…
…compiacenti…
…riguardano gli dèi in maniera troppo confidenziale, e
allora nelle Leggi, quando in Platone
c’è un irrigidimento… quella che Dodds chiama, in maniera stupenda, la paura
della libertà: nel quarto secolo, subentra questa paura della libertà… e
Platone nelle Leggi… eh, dice che il
popolo non deve andare a teatro, non deve assistere alle tragedie, hm… Bisogna
poi parlare rispettosamente degli dèi, i poeti non devono prendersi troppa
confidenza, perché altrimenti, poi, si danno cattivi esempi al popolo, e il
popolo vede, per esempio, questi dèi che si ingannano a vicenda, questi dèi che
si fanno le corna a vicenda, insomma, eh… Questo modo di presentare un mondo
degli dèi non esemplare… non va bene!
Ma forse i tragici
approfittavano della ricchezza e varietà del mito per mettere in scena delle
vicende drammatiche che avessero forte fascino e impatto sul pubblico…
Sì… sì. Diciamo che Eschilo, in questo senso, è – come dice
Aristofane – il maestro del popolo, nel senso che i miti, che presenta Eschilo,
hanno sempre questo sviluppo
teologico in cui poi si arriva a una fine edificante. È vero che Agamennone è
ucciso da Clitennestra e dal suo amante (anche se Clitennestra qualche motivo
ce l’aveva: [?] Ifigenìa); poi Oreste uccide la madre ed Egisto per vendicare
il padre, e ha ricevuto l’ordine da Apollo di far questo, e non si lascia
intenerire neppure da… dall’affetto materno; poi viene perseguitato dalle
Erinni della madre; scappa per tutto il mondo, perseguitato da queste cagne
furiose, e poi si rifugia a Delfi, nel santuario del dio, quasi a dire : tu me l’hai detto, io che
dovevo fare? E lì ancora queste Erinni lo perseguitano e alla fine lui riceve
questo responso, di andare ad Atene, e ad Atene si svolge questo processo, tra
Oreste, e coimputato è anche Apollo, e poi ci sono le Erinni che rappresentano
la vendetta, proprio, del sangue, un’antica legge per cui sangue chiama sangue.
Che cosa significa questo giudizio che si fa di fronte ai saggi dell’Areòpago?
Significa il passaggio dalla società tribale, in cui vigeva … questa giustizia fatta dagli
eredi, queste… specie di faide senza fine, di… di… di obbligo, addirittura, per
il figlio dell’ucciso di uccidere l’uccisore, e poi il nuovo erede, il nuovo
figlio del nuovo ucciso ucciderà l’uccisore… una specie di… non so, di faide
eterne, proprio… Ed era una società tribale arcaica. Nella pólis questo non può essere concepito. Allora, ecco, nella pólis c’è il giudizio in tribunale: si
ascoltano le due parti; i saggi giudici, autorevoli giudici, ascoltano e
giudicano; allora, l’assassino, che ha delle motivazioni, può essere ugualmente
condannato, perché i giudici hanno ponderato … Oppure può essere anche assolto, perché si dà peso alle sue
motivazioni, e tutto finisce lì. Nell’Areòpago, appunto, … questi saggi ateniesi dividono i
loro voti, metà e metà: metà per assolvere Oreste, metà per condannarlo. E a
questo punto poi interviene Atena che vota a favore di Oreste: è il principio
giuridico in dubiis pro reo, no?
Allora il voto di Atena, a parità, …
rimase nell’uso dell’Areòpago, supremo tribunale ateniese, per superare la
parità; quindi, quando c’era parità di voti, prevaleva questo voto di Atena di
assoluzione Quindi <è anche>… in
questo modo si illustra pure un principio giuridico, questo passaggio dalla
vendetta privata all’amministrazione pubblica della giustizia, quindi alla pólis. La struttura importante della pólis, in cui il privato si inquadra e
si innalza e si [?]; e… Eschilo è il poeta della pólis, il poeta che vive questa esperienza. Nelle varie póleis greche si afferma, poi … quando parliamo
di mondo greco, parliamo di Atene, quindi basta Atene… ha assorbito un po’
tutto e poi diventa proprio esemplare in questo senso.
E poi c’è anche il fatto che le Erinni si placano, diventano
Eumenidi, benevole; ricevono un culto; stanno lì sempre a… a rappresentare un
deterrente per compiere facilmente degli [?]… tanti non ne assolvono, eh? Sono
un deterrente importante, però non sono… non portano questa loro persecuzione
fino alla ferocia estrema. Ricevono questo culto nel bosco sacro delle Eumenidi.
E quindi abbiamo … questa
valenza politica, civile, della
poesia eschilea, della tragedia quindi, che parte quindi dal mito; questo mito
lo interpreta in questa chiave civile, oltre che filosofica, diciamo,
costruttiva di pensieri, di idee.
[Passando ai] tragici successivi, poi (Sofocle, ma ancora di
più Euripide ),
vediamo che il mito diventa quasi un pretesto per fare un bello spettacolo. E
in Euripide non c’è neppure il rispetto della linea tradizionale del mito,
quindi cambia i miti: li cambia e cambia anche… infrange pure l’unità del
personaggio. Vediamo per esempio un mito come l’Elena, una tragedia come l’Elena:
nell’Elena, lui segue una versione
del mito per cui Elena non era colpevole, non aveva seguito Paride veramente; era
stata fermata in Egitto, anzi, neppure fermata in Egitto. Erodoto dice che era
stata fermata in Egitto dal saggio Proteo; invece, per Euripide, Elena non
aveva seguito Paride, però Afrodite aveva fatto un fantasma d’aria per dare
l’impressione a Paride di mantenere la sua… [promessa]; anzi no, era stata Era,
la dea Era, perché Paride doveva prendersi Elena secondo la promessa di
Afrodite, però Era aveva ingannato tutti formando un fantasma d’aria con le sembianze di Elena; Paride
sarebbe stato dietro a questo fantasma credendolo proprio la verità; Elena
invece, la vera Elena, era stata portata in Egitto, e lì, beh, rimaneva buona
buona in attesa del marito, che nel frattempo era andato a combattere a Troia
per recuperarla. E poi, vinta Troia, Menelao aveva recuperato Elena, poi fa
naufragio, arriva giusto in Egitto. Lascia sul rottame di nave quella che lui
crede Elena e va a vedere che paese è, così… Passando per la tomba di Proteo,
vede su questa tomba una donna, che è proprio Elena. Lui pensa di avere le
traveggole, [?] veramente si strofina gli occhi …
perché vede la somiglianza con Elena; però non può essere: lui Elena l’aveva
lasciata al porto; e… Elena intanto non riconosce neppure subito Menelao perché
è arrivato lì come [?] straccione, perché aveva fatto naufragio… è tutto
coperto di stracci… Però poi il riconoscimento avviene, da parte di Elena, e
Menelao tutto vuole accettare fuorché… che quella sia Elena. Poi arrivano dal
porto dei messaggeri a dire che Elena si è volatilizzata: a un certo momento si
è innalzata nell’aria, s’è dissolta nell’aria, quasi dicendo marameo, no? [?]
ché non era una vera persona ma era, appunto, un fantasma d’aria. Menelao a
questo punto, sì, è contento di aver trovato adesso la vera Elena, però ha
anche subìto uno smacco. Perché ha fatto la guerra di Troia? Per niente! E qua
subentra un intento particolare di Euripide, del pacifista Euripide, contro i
guerrafondai. Perché si fanno le guerre? Per niente! E quindi … appare questo
Menelao ridicolizzato … Poi,
tra l’altro: Menelao, re di Sparta… siamo in piena guerra del Peloponneso,
quindi tutte le occasioni son buone per dire male degli spartani, insomma… E
quindi, ecco, vediamo che in Euripide c’è questo modo, non dico di giocare col mito, ma di cercare nel mito
occasioni di spettacolo,
che può essere irriverente al massimo, come in questo caso, nei confronti del
mito tradizionale, anche se questa versione dei fatti non <è> [la] ha inventata lui, ma risaliva a
Stesicoro. Però, ecco, sceglie proprio questa versione qui del mito, perché,
insomma… [?] per i suoi intenti. Ma anche altrove, in maniera più o meno forte,
più o meno massiccia, modifica i miti, per esempio quello che aveva scritto
prima, di Ippolito… Ippolito velato,
in cui la storia di… Fedra, che si innamora del figliastro Ippolito, è
rappresentata in modo che Fedra stessa rivelava a Ippolito questo
innamoramento; e Ippolito, scandalizzato, si copriva il volto e scappava via. … E questa commedia [n.d.r.: evidente lapsus, in luogo di “tragedia”]
scandalizzò gli Ateniesi: Euripide non vinse. Qualche anno dopo presentò Ippolito coronato, che è la stessa
storia, però la rivelazione dell’amore incestuoso, diciamo – questo amore per
cui soffriva Fedra – è fatta a Ippolito dalla nutrice di Fedra, quindi per
interposta persona: non c’è questa audacia, questa sfacciataggine, diciamo, di
Fedra; anzi Fedra soffre, non vorrebbe proprio, non vuole, anzi si dispiace
quando la nutrice prende questa iniziativa, anche se poi dopo si comporta pure
lei da carogna perché dice che…eh, fa sapere al marito che Ippolito l’ha
violentata, e quindi… e così Tèseo maledice il figlio, che poi alla fine viene
non salvato, ma viene riabilitato per l’intervento di Artemide. Ma comunque… ma
in effetti, ecco… in due tragedie, a distanza di un tre-quattr’anni l’una
dall’altra, Euripide sceglie due versioni diverse del mito, quindi il suo
intento è un intento tutto spettacolare.
Fa un uso
assolutamente smaliziato del mito.
Sì. Sì, ormai è teatro.
Ormai è teatro, non è più sacra funzione in cui dall’alto del palcoscenico il poeta si presenta come maestro del
popolo, perciò poi Aristofane nelle Rane…
— FINE DEL LATO “A”
DELL’AUDIOCASSETTA —
***
— LATO “B”
DELL’AUDIOCASSETTA —
…Aristofane nelle Rane
immagina che Dionìso va nell’Ade perché vuol portare su uno dei tragici, e sono
morti tutti e tre ormai. E allora, lui vorrebbe portare Euripide…
Quindi, all’epoca di
Aristofane già si è formato un canone, già si è stabilito che i tragici per
eccellenza sono Eschilo, Sofocle ed Euripide…
Sì, e questo è importante, perché [scegliendo questi tre
autori] Aristofane mostra questa saggezza difficile da trovare … Pensa, anche, nell’ambito della
nostra letteratura: oggigiorno, come facciamo a distinguere gli autori che valgono da
quelli che non valgono? È molto difficile! Poi, col tempo… ecco, per esempio,
adesso se vogliamo rifarci a una letteratura vicina a noi, s’è costituita una
specie di triade, così, allargabile, di… dei poeti del primo Novecento: adesso,
hm, Ungaretti, Montale e Quasimodo, no? Diventano quasi una… una triade fissa.
Però quand’erano ancora tutti e tre sulla breccia, era un po’ difficile
distinguere, poi, chi valesse…
cioè chi oltre loro potesse essere affiancato…
A parte il fatto che
non si volevano un gran bene tra di loro…
Non si volevano neppure un gran bene tra di loro, anzi! E
poi c’erano appunto… adesso, c’è come una specie di costrizione nell’ambito
della letteratura italiana… gli autori anche più moderni… quelli che contano di
più vengono valorizzati, eh, anche per tradizione! Poi qualche volta non è
detto che non ci sia qualcuno dei più ignorati che non possa effettivamente
valere di più.
Sulla breccia del teatro greco, c’erano, ai tempi di
Aristofane, e prima, anche altri: c’era per esempio, ai tempi di Euripide,
insomma, anche un Euforione figlio di Eschilo; c’era Neòfrone (scrisse pure lui
una Medea); c’era Agatone, un pochino
dopo…
Quell’Agatone che è
maliziosamente preso in giro da Aristofane…
Sì, sì! hm, sì! e, insomma, c’erano tanti di quei poeti
tragici. C’è
Ione, Ione di Chio… Ma che cosa ha fatto Aristofane? È stato molto bravo,
[nelle Rane], nell’individuare a chi
[?]…
Sofocle non ne vuol sapere di tornare sulla terra: “Dio sa
[come…], finalmente son morto… adesso sto bene nel regno dei morti, non ne
voglio più sapere”; Eschilo, invece, ci tiene a tornare, e ci tiene a tornare
pure Euripide. Dionìso vorrebbe portare su Euripide, però deve anche…
assegnarsi una linea di condotta: lui è il dio della tragedia, quindi… Allora,
Euripide accusa Eschilo di essere troppo pesante, troppo grave; Eschilo
viceversa accusa Euripide di essere troppo leggero e svagato; allora pesano i
versi, fanno una sticostasìa. Come
nell’Iliade c’è la psicostasìa, per vedere, insomma, tra
Ettore e Achille chi doveva morire, [gli dèi] pesano appunto le vite nell’alto
dei cieli, nell’Olimpo; così adesso siamo [?] [spettatori di] una sticostasìa, si pesano i versi, e i
versi di Eschilo sono gravi, importanti, quelli di Euripide invece vanno al
vento; il piatto dalla parte di Euripide svolazza… Poi ci sono le varie accuse
ad Euripide, che ha messo in scena eroi straccioni, donne malvagie, donnacce,
insomma… Quindi le tematiche di Euripide non sono costruttive, Euripide quindi
ha insegnato cose distorte al popolo, e il poeta dev’essere maestro del popolo – questa grande
affermazione viene fatta… Come il maestro per i bambini, così il poeta tragico
per il pubblico. E quindi, in base a questo principio che Dionìso non può che
sottoscrivere, è costretto a portarsi su Eschilo, lascia Euripide nell’Ade.
Solo nell’antica
Grecia poteva accadere che uno spirito caustico come Aristofane nutrisse in
seno, poi, convinzioni così tradizionali…
Eh, sì…
… così arcaiche,
quasi…
Sì… non fosse schierato, proprio, … sventolando la bandiera in nome dell’innovazione … Questa è una cosa singolare,
poi, che aveva Aristofane, e anche per altri aspetti, diciamo, anche per la
politica: appare sempre un tradizionalista, sempre un conservatore… ne dice di tutti i colori
nei confronti del potere effettivo, della cultura dominante, se la prende pure
con Socrate [?] veramente, nelle Nuvole…
[?] nel pensatoio, [?] salivano e scendevano, fino al pensatoio…
Certo Aristofane è un
tradizionalista, ma è un tradizionalista di genio…
Sì…
…perché negli aspetti
formali (per esempio, sotto il profilo lessicale) introduce delle innovazioni
di assoluta originalità. E, forse, oggi manca un tradizionalista di genio: non
mi pare che se ne vedano molti all’orizzonte…
Eh sì… è vero… è proprio vero… perché, in fondo, ecco… lui…
sostiene e rivive tutti i valori della tradizione, però presentandoli poi in
questa maniera anche scanzonata, anche apparentemente frivola, ma che poi
arriva a una costruzione… di valori assoluti. E quindi… questo concetto
dell’uso teatrale del mito… e, hm… anche qua possiamo osservare questa
differenza: il mito è preso [?] [come] interpretazione della vita, il mito che
già esiste, già è codificato, ormai, ed Eschilo, secondo me, si concede poche…
divagazioni da quella che era una linea già fissata. Anche Sofocle, tutto
sommato, non è che si distacchi da un mito… E invece Euripide… ci gira intorno,
lo usa a modo suo, e sente molto di più la valenza spettacolare del teatro, non
visto più tanto come funzione religiosa, ma come occasione se non proprio di
svago, ma… di… attività intellettuale che non è che debba necessariamente
inquadrarsi neppure nell’ordine costituito della pólis… quindi un teatro che può andare anche a ruota libera. Ed
Euripide ha buon gioco a fare questo e poi nel polemizzare contro certe
convenzioni del teatro: per esempio, in Euripide è notevole anche la polemica
contro gli dèi. Per esempio…, io trovo che una tragedia di Euripide molto bella
è l’Eracle. Nell’Eracle c’è una specie di quelle scene… In generale, nella tragedia,
anche di Sofocle, c’era il deus ex
machina, che alla fine della tragedia scendeva dall’alto… Anche Euripide
fece uso, appunto, del deus ex machina,
però anche… non serve a risolvere la tragedia, piuttosto a dare un significato cultuale, per esempio… [?] questo culto,
insomma… L’intervento del deus ex machina
avveniva per lo più alla fine della tragedia ed era in qualche modo una
risoluzione del nodo tragico, operata appunto da un dio che interveniva. In
Euripide, nell’Eracle di Euripide,
c’è un deus <ex ma…>, anzi,
due deae ex machina che sono Iride e
Lissa (Iride era la messaggera degli dèi, e Lissa la dea della follia), che a
metà tragedia arrivano ex machina e
fanno impazzire Eracle, il quale Eracle, poi, sotto la spinta di questa follia,
uccide la moglie e i figli credendo di uccidere la moglie di Eurìsteo e i figli
di Eurìsteo, quindi, vorrebbe fare vendetta di colui che l’ha costretto a
essere lontano da casa per le sue fatiche eccetera; e sta per uccidere
addirittura il padre Anfitrione, prendendolo proprio per Eurìsteo, e lo salva
poi Atena, che gli lancia una specie di macigno addosso: Eracle rimane stordito
lì, inebetito, mentre – siamo sempre in una tragedia di Euripide! – c’è
Anfitrione che trema a lungo di paura perché stava rimettendo la vita e ha
paura anche di accostarsi al figlio. Poi Eracle si sveglia da questo torpore e
a poco a poco si rende conto di quello che ha fatto: vede giacere a terra [?]
la moglie e i figli… Il padre, tutto tremante, senza avvicinarsi troppo, gli
dice quello che è successo. A questo punto Eracle vorrebbe uccidersi, perché
pensa di non poter sopravvivere a questo disonore e a queste colpe che gli
pesano sull’anima. A questo punto arriva Tèseo: Tèseo, che lui aveva salvato
dall’Ade, aveva portato fuori dall’Ade, quando era andato per… prendere il cane
Cerbero, aveva trovato Tèseo imprigionato insieme con Pirìtoo, perché Tèseo
aveva accompagnato l’amico che voleva portare su, dall’Ade, Persefone… voleva
anche, diciamo, corteggiare la regina dell’Ade, ed è rimasto imprigionato.
Allora Eracle libera tutti e due; Tèseo stringe una profonda amicizia con lui e
si dichiara pronto ad aiutarlo in ogni circostanza. E senza che neppure Eracle
lo chiami, Tèseo arriva per vedere come stanno le cose, e quando trova Eracle
sul punto di uccidersi e si rende conto di quello che è successo e di quello
che [Eracle] ha fatto, lo conforta; lo esorta a vivere, dice: “Guarda, un eroe
deve anche resistere ai colpi mancini della vita. Non è un vero eroe chi alla
prima grossa disavventura si arrende e si toglie da questo mondo”. Eracle si
convince, [per] le parole dell’amico, e prosegue poi ad Atene per compiere
un’opera di purificazione, insomma, per riprendere a vivere.
Allora…
che succede, qui? Mah, un capovolgimento: Tèseo è il vero deus ex machina. Alla fine della tragedia interviene a salvare!
Però non scende dalla machina, non è
un dio, arriva camminando coi suoi piedi, e… la ragione per cui, con cui riesce
ad avere la meglio, insomma, a convincere Eracle, è un motivo profondamente
umano: l’amicizia. Sulla base di valori umani, sulla base dell’amicizia,
ottiene questo scopo, diciamo, di salvezza, nei confronti dell’amico, nei
confronti di Eracle; mentre a metà tragedia venivano ex machina delle dee a sconvolgere. Quindi Euripide si diverte pure
a… a ribaltare i canoni non soltanto del mito ma anche delle convinzioni
sceniche. Ecco come in Euripide il mito diventa, diciamo, un pretesto per varie
sperimentazioni sceniche.
***
[n.d.r.: qui c’è uno
stacco nella registrazione, in coincidenza con la conclusione del discorso sul
mito greco. Si passa quindi ad altri argomenti: un giudizio complessivo sulla
personalità di Cicerone, la sua influenza sulla lingua latina, la sopravvivenza
di questa lingua alla fine della civiltà antica, ecc.
Subito prima di
riprendere la registrazione, ho detto alla Prof.ssa Celentano di avere qualche
dubbio – da “profano” – sulla effettiva grandezza di Cicerone.]
Qualche volta Cicerone sembra un po’ fastidioso, perché…
Appunto, si parlava, come dire, di coscienza dei propri limiti, e qualche volta
Cicerone si esalta troppo.
Mi ritorna in mente
quel tentativo poetico di Cicerone, quel goffo esametro smaccatamente
autocelebrativo: O fortunatum, natum me… com’era? [n.d.r.: ricordavo
male, e la Professoressa subito mi ha corretto].
Eh… O fortunatam natam
me consule Romam… forse fu quello il suo guaio: di aver… scoperto la
congiura di Catilina, averla sedata, e quindi [?] vantarsene. Si rese conto dell’importanza della sua opera,
che indubbiamente importante fu, probabilmente insomma… E lui ha demonizzato
completamente Catilina e tutti quelli come lui e… dal suo punto di vista, dal punto di vista suo, degli ottimati, [?],
[ha] fatto bene, però… se n’è un po’ troppo vantato. Non sine causa, sed sine fine se
laudavit, mi pare che lo dica Seneca, se non sbaglio. Cicerone si è lodato,
per un buon motivo, però senza fine, senza porsi un limite… E allora… la famosa
frase O fortunatam natam me consule Romam,
che viene implicitamente presa in giro dall’autore dell’Invectiva in Ciceronem, [opera che fu] attribuita a Sallustio ed è
una cosa… sfiziosa, insomma! [?] Poi [l’autore dell’Invectiva] commenta: “fortunata Roma nata sotto il tuo consolato? Anzi! Misera, sfortunata! Peggio di
quello che le è capitato non poteva [succederle]!” Eh, eh… [n.d.r.: sorride, molto divertita]. È un bel
passo, quello.
E comunque, Cicerone… diciamo che possiamo valutarlo nella
sua dimensione umana soprattutto attraverso le Lettere, [in] cui [?] hai pure tutte le incertezze del quotidiano,
le incertezze di un uomo che si trova a vivere una situazione molto difficile.
Però, forse, proprio queste [incertezze] ce lo rendono… questa [?] è una
considerazione che ci rende Cicerone più… più vicino, più, appunto, umano,
perché… soprattutto, quando dimostra le sue incertezze, allora trova la sua
vera dimensione, umana, di uomo che vive in un tempo difficile, che vuole avere
degli obiettivi precisi ma vive in un tempo difficile.
Quello che mi sono
sempre chiesto è se la ragione dell’interesse per Cicerone non sia tutta
interna alla cittadella delle lettere classiche.
Cerco di spiegarmi
meglio: chi, essendo uno specialista, si trova ogni giorno a dover fare i conti
con l’antichità, ovviamente ha motivo di studiare Cicerone e si appassiona
alla sua vicenda umana; ma, se devo chiedermi qual è il lascito di quest’uomo
all’umanità, personalmente… sono un po’ perplesso. Sarei portato a dire che
forse il regalo più bello che Cicerone ha fatto ai posteri è stato proprio la
lingua. Non che abbia creato la sua lingua dal niente, ma… è stato uno che ha sviluppato il latino…
…e la capacità comunicativa del latino anche sul piano
filosofico; la possibilità di divulgare il pensiero greco e in una forma anche
abbastanza vivace, penetrante; la capacità di analizzare, sempre alla luce del
pensiero greco, anche la politica romana, di definire la respublica romana e le sue forme, i suoi valori, e… certo, sempre
con una tendenza a far lievitare i suoi pensieri e a dare un valore troppo
definitivo a quello che va dicendo, anche nelle sue opere teoriche… In fondo,
poi [?] le orazioni in cui lui si adatta alle varie circostanze, alle varie
cose…, e anche nelle orazioni dimostra una certa oscillazione, insomma, non…
non è che segua sempre una stessa linea ideale, ideologica; però dobbiamo
renderci conto che era difficile: è vissuto in
tempi molto difficili.
Ora, perché Cicerone? Perché [lo] si valorizza…? Non siamo
soltanto noi moderni a valorizzare Cicerone, a sentirlo come punto centrale della cultura latina. Nell’età…
nel primo secolo dopo Cristo, nell’età dei Flavii, soprattutto con Quintiliano,
si ebbe, proprio, questa specie di … definizione del classicismo: per la prosa
Cicerone, per la poesia Virgilio. Ora, l’eredità di Virgilio è molto più
grande: non è soltanto una eredità di perfezione formale, di classicismo… Virgilio affascina proprio
per questa… capacità di parlare al cuore, anche di… di presentare, sì,
paesaggi… paesaggi materiali, fisici, ma i paesaggi dell’anima con delle ombre, queste ombre di… di amarezza, di
solitudine… Le Bucoliche specialmente
sono qualcosa di affascinante, e queste Bucoliche [?] la sera, l’immagine della
sera, triste, malinconica; ed è un ripiegarsi su sé stessi, insomma, quindi, in
questo modo… non solare di…
di vivere la propria vita, ma questo… pensiero anche esistenziale, questo
pensiero delle difficoltà dell’esistenza. Insieme con le ombre della sera c’è
anche l’ombra della morte: molto frequente, in Virgilio, questa meditazione
sulla morte.
Virgilio, quindi, ha [?] un lascito più ricco, più profondo,
ma abbiamo sempre questo binomio, Virgilio e Cicerone: Virgilio per la poesia e
Cicerone per la prosa. Il classicismo antico parlava in questi termini.
Comunque, grazie a Dio, oggi come tendenza degli studi classici non è che ci si ferma soltanto a
questi due autori. Oggi si guarda molto di più a quello che c’è stato prima,
quindi anche autori come Sallustio, come Varrone, come (perfino) Catone, Ennio,
vengono studiati e valorizzati; Nevio [?] purtroppo, frammenti, purtroppo;
Plauto, Terenzio; Plauto, con tutte le sue buffonate, ma insomma…
Praticamente, c’è uno studio che oggi si estende molto di
più. Non ci si limita a questo classicismo di maniera, anche per un’altra
ragione: che oggi ci interessa [di] più capire il mondo antico, tradurre in
italiano, tradurre in termini moderni l’esperienza degli antichi e non fare,
invece, l’operazione inversa di traduzione o composizione in latino
utilizzando necessariamente, in quel caso, dei modelli. Quando il fine supremo
era anche quello di fare la traduzione dall’italiano in latino, allora
bisognava usare per forza un modello: questo modello… si diceva “Cesare o
Cicerone”, ma era molto più Cicerone che Cesare. E poi… qualche volta succedeva
anche questo… per esempio, un’osservazione arguta di Giorgio Pasquali… dice:
“Si utilizza Cicerone, si utilizzano le regole ricavate da Cicerone, ma qualche
volta si arriva a scrivere, a tradurre in latino…” (lui si riferiva in modo
particolare alle versioni di latino che si facevano all’università, alla
facoltà di lettere)… allora, dice: “…si
fanno delle traduzioni in latino, in un latino così pedante, così ammalato di congiuntivite” perché, dato che il
latino usa molto il congiuntivo, allora lui parlava scherzosamente di congiuntivitis professoria… Eh, questi
congiuntivi che spuntano da tutte le parti… a volte, se Cicerone leggesse una
di queste traduzioni, che si fanno all’università, si rivolterebbe nella tomba,
perché non… non si riconoscerebbe, non riconoscerebbe la sua lingua in questa
lingua artificiosamente creata, [?] perché poi… magari sarebbe anche bocciato,
Cicerone.
Sì… Io non ho fatto
lettere, quindi non mi è mai capitato di tradurre dall’italiano in latino,
tanto meno in latino pseudociceroniano… Però mi viene da pensare, proprio a
questo proposito, alle cose che ho dovuto studiare ultimamente, preparandomi ai
concorsi per l’esercizio delle professioni legali. C’è, in Cassazione,
l’ufficio del Massimario: questo ufficio prende le sentenze della Corte di
Cassazione e ne ricava le massime giuridiche. Queste massime, alle volte,
consistono in un solo periodo, lunghissimo, anche di dieci o quindici righe,
irto di proposizioni subordinate.
Appunto, la congiuntivitis…
Mi chiedo se non si
tratti davvero di questo medesimo, curioso fenomeno.
Eh, sì, perché questo fatto …
dello scrivere e tradurre, poi, in latino… Qualche volta [all’esame di latino
scritto] si proponevano anche dei testi impossibili da tradurre in
latino…, che non…
Tutti ricordano la
provocazione di Ettore Paratore, che nel 1968 (o poco dopo), ai suoi studenti
della facoltà di lettere della Sapienza di Roma, diede da tradurre in latino
alcuni brani del Libretto rosso di
Mao!
Ah, sì, sì… Eh, per esempio, poi, non so, mi ricordo che
all’università, a Napoli, alla scuola di Arnaldi, nascevano delle traduzioni…
Io, per fortuna, quando feci latino scritto, ebbi da tradurre un brano
italiano, preso però da Polibio: era quasi una retroversione… non retroversione
in greco, ma in latino; ma era qualcosa di perfettamente latinizzabile,
narrativo…
Però, qualche anno prima, avevano dato un testo… cioè, la Differenza tra saggio e monografia… è
molto difficile rendere “monografia” in latino, anche “saggio”… E poi, ci fu il
caso classico di una persona …
fu sbandierato… Mi pare, anonima, questa
traduzione, fu messa
all’albo, eh: Differentia inter sapientem
et… Non so come aveva reso “monografia” [n.d.r.: sorride, visibilmente divertita].
E un’altra traduzione … almeno, lì c’era la difficoltà di rendere
“monografia”, così, ma…, una cosa ancora più banale, e quindi fu sbandierata
con ancor maggiore… eh… proprio… orgia di punti esclamativi: “Cesare mandò dei
messi a Pompeo”, Caesar misit segetes ad
Pompeium [n.d.r.: ride sommessamente].
Ecco, queste erano due cose famose, poi, ai tempi miei,
perché proprio
l’anno prima erano [stati commessi questi grossolani errori di traduzione]…
eh, quindi c’erano questi bei manifesti, alla
[facoltà di lettere].
Allora: il latino, certo, non può essere finalizzato a un uso, così… diciamo, di neoumanesimo (si fa per dire), di
traduzione in latino di concetti non traducibili. Oggi è prevalsa, invece,
quest’altra linea: di tradurre in italiano, di capire il testo, di penetrare il
testo e storicizzare molto di più le cose. Il latino dell’età arcaica è diverso da quello di Cicerone.
Il latino ha avuto una
sopravvivenza straordinaria. A questo proposito, avrei proprio un ricordo di
scuola: ricordo con gratitudine la sua scelta di un libro di versioni latine
redatto da Giovanni Tarditi, il cui titolo era Continuità…
Sì, sì!
La caratteristica di
questo libro di versioni è che esso costituiva quasi un’antologia della prosa
latina medievale e moderna. Insomma, la macchina linguistica – se mi passa
questa orribile espressione – del latino ha funzionato egregiamente, credo,
fino al Trecento. Poi, paradossalmente, il germe della crisi è venuto proprio
da umanisti come Lorenzo Valla o Poliziano: coloro i quali hanno voluto fare le
cose perfette, rifacendosi alla ineguagliabile purezza ed eleganza del latino
classico, l’hanno per così dire congelato, l’hanno reso…
Sì… eh, prendendo, insomma, quella fase di latino classico
da cui non si poteva andare oltre, e non invece un latino in evoluzione, un
latino in fieri come era per esempio
fino al Trecento, fino a Petrarca, per esempio, che usava anche molto e al
meglio il latino; non è che stava lì a scimmiottare Cicerone! Poi è stato
usato forse abbastanza efficacemente da autori tecnici…
Newton…
…tipo scienziati, sì, come Newton. Però si avverte sempre in
questa… prosa latina un po’ artificiosa, insomma,
la difficoltà di rendere i neologismi, [?] i termini nuovi. C’è un bel libro di
Ugo Enrico Paoli, il quale si dilettava molto a scrivere in latino, ha scritto
in latino anche favole per bambini, ha tradotto il Pinocchio tutto in latino… eh insomma, garbato e simpatico in tutto
questo. Poi anche un bel libretto… De
senectute, quello che è il controcanto [?] al libro di Cicerone.
Se non sbaglio, Paoli
è noto anche come storico del diritto: consultando, per altri motivi, il Novissimo
Digesto dell’UTET [n.d.r.: si tratta
di un dizionario in numerosi tomi, interamente dedicato alle scienze giuridiche] mi è parso di vedere delle voci a sua
firma, relative a istituti dell’antico diritto greco.
Sì: ha studiato molto, diciamo, sì, il diritto greco. Molto…
interessante, insomma. Era grande latinista e studioso del mondo classico. E vi sono delle cose
carine: ha scritto anche i Versus
diabolici, scherzando sui doppi sensi di parole, quindi… che so? Vox
canis est, an tu canis ista voce, puella? È un cane che abbaia, oppure sei tu che
canti con codesta voce? Quindi, canis genitivo
[e] canis dal verbo cano, cantare. Quindi, eh… questo anche
per fare un esempio, ma… ma sono tantissimi questi scherzi che lui fa. È
simpatico quest’uso del latino che fa Paoli. Però ha scritto pure un libro, Scrivere latino, in cui analizza tutte
le caratteristiche proprie della lingua latina e, appunto, nell’ottica del
passaggio dall’italiano in latino; però, poi, [?] in certi casi esagera
proprio! Ehm… per esempio, ricordo questo particolare: dice (non so), : «per rendere “carabiniere”,
ma – dice [Paoli] – basta prendere miles!
Non c’è bisogno di un’ulteriore precisazione… però da qualche parte, in qualche
lessico, io avrei trovato scropetarius»
[n.d.r.: ride], ehm, [?] un sacco di
punti esclamativi… «scropetarius –
dice – che bisogno c’è di tradurre [in questi termini così poco plausibili]?»,
quindi, eh… «bisogna, naturalmente, anche quando si vogliono tradurre o
esprimere questi concetti moderni… – eh, insomma – si può ridurre la cosa:
basta miles» [n.d.r.: sorride, mostrando di condividere solo in
parte]. Non c’è senso di misura.
E quindi anche nella resa, diciamo, in latino di queste
cose, … ecco, oggi, per
fortuna, come dicevo, prevale, invece, l’altro versante, cioè il tradurre dal
testo antico al moderno e non viceversa. E questo ci ha dato anche una visione
più storicistica, per cui si può penetrare, senza scandalizzarsi, senza dire:
“no, ma questo non è classico”. Eh… e chi imponeva a Ennio, a Plauto di
rispettare i canoni della prosa ciceroniana? E loro parlavano… usavano il
latino del loro tempo!
Fu lei che a lezione
ricordò l’importanza dell’Hortensius
di Cicerone per la conversione di Sant’Agostino, o meglio per la sua crescita
morale.
Sì, e questo, diciamo, potrebbe essere un altro dei meriti
di Cicerone: questa possibilità di una lettura di un testo… interiorizzandolo,
cercando di cogliere una lezione di vita. Allora, qui Cicerone è capace di
questo: anche, ci sono delle pagine… pure delle… delle Tusculanae, del De finibus:
il De finibus è una bella opera, in
cui si pone il problema del sommo bene e del sommo male, e… se lo pone con
equilibrio. Basti dire che lui, che epicureo non era affatto, nel primo libro
del De finibus espone il pensiero
epicureo con molto equilibrio. Poi lo critica, nel secondo. Però, insomma, non…
non lo deforma, e questo…
Potremmo cioè definire
Cicerone un intellettuale…
Sì. E questo è un merito che bisogna riconoscergli.
E poi, naturalmente, come
oggi si intende valorizzare anche il latino pre-ciceroniano, senza dire “beh,
poi, quello è l’approdo, lì si arriva e si tocca il culmine, e poi dopo c’è la
decadenza”,… [così] oggi il concetto di decadenza non viene assolutamente più
preso in considerazione e la letteratura post-ciceroniana, anche quella che…
che rispecchia un po’ il sermo cotidianus,
tipo Petronio, viene valorizzata per quella che è, non è che… [si] dice “non è
Cicerone e quindi è qualcosa da buttar via”.
Seneca ha la sua profonda incidenza anche nella… nella
possibilità di una lettura interiorizzata, come dicevo prima, di una cosa che
possa servire… all’animo, senza dire che poi ha i momenti di incertezza
personale, e trovare in Seneca le stesse incertezze, gli stessi dubbi… Tra le
pagine più evidenti, appunto, le Lettere
a Lucilio… […]
Adesso si guarda molto di più anche al latino
post-ciceroniano. Poi viene valorizzato anche molto Tacito. Tacito… è grande,
pure; capace di raccontare la storia, di giudicare la storia e anche di sondare
l’animo umano. Tacito, va be’, fu messo sotto accusa da alcuni perché ha
giudicato troppo severamente Tiberio, però poi non è neppure del tutto vero che
sia una condanna esagerata [?].
C’è una lapide a
Capri, nella quale si loda Tiberio e si accenna a queste “calunnie” di Tacito.
Se vogliamo trovare uno che l’ha calunniato ancora di più, è
Svetonio. Ma Svetonio, tanto, è noto come il pettegolo della storia [n.d.r.: sorride], quindi, non…
E così, anche, perfino gli autori della più tarda latinità
vengono visti anche nel loro
impasto linguistico, come un impasto linguistico rivelatore di una mentalità,
hm…, ormai diversa, insomma. Non è che si dice: “beh, questo è latino della
decadenza, latino dissoluto, non lo curiamo”. Questo classicismo è stato
superato [?].
Tornando all’influenza
esercitata da Cicerone sulla cultura dei secoli successivi, ripenso a un altro
aneddoto appreso da lei, a lezione: l’episodio di Girolamo che s’arrabbia con
sé stesso, rimproverandosi di essere ciceroniano e non cristiano.
Eh… sogna che un angelo lo sferzi, insomma… lo porti davanti
al tribunale di Dio…
Addirittura!
[?]… lo sferzi
accusandolo: Ciceronianus es, non
Christianus.
Accusa paradossale nei
confronti di chi dedicò tante energie a quella traduzione della Bibbia
dall’ebraico al latino che poi, per la sua diffusione universale, sarebbe stata
chiamata la Vulgata; accusa
doppiamente paradossale, poi, se rapportata allo stile ben poco ciceroniano di
tale traduzione (penso per esempio ai Salmi). Per carità, nella mia vita avrò curiosato nel latino della Vulgata una o due volte al massimo; e poi, non
conoscendo l’ebraico, non posso fare confronti col testo originale… Però,
almeno a prima vista, lo stile della Vulgata mi è parso così ruvido, il suo latino mi è parso così lontano dai
modelli classici, da far pensare a una traduzione volutamente pedissequa,
quasi un calco delle Scritture di Israele. Insomma, le domando: ma l’influsso
di Cicerone, nella Vulgata, è davvero
riconoscibile?
No. E la traduzione dei Salmi
è, ancora, un po’ più classica della traduzione, poi, di tutto il Vecchio
Testamento, che discende
da un bagno forzato, potremmo dire, di San Girolamo nella cultura ebraica. San
Girolamo nelle Lettere ci confessa
che, per tradurre bene questi testi … Lui non si fidava della traduzione dei Settanta, non si
fidava del testo… greco, [di] questa traduzione dei Settanta che poi è una
cosa… anche comica per come è nata: settanta, anzi settantadue dotti greci, o
ebraici, insomma, in settantadue giorni riuniti in un’isoletta [?]…
È una notizia che ci dà la cosiddetta Lettera
di Aristea a Filocrate: è uno stranissimo testo che racconta come sotto
Tolomeo Filadelfo fu dato l’incarico [di tradurre in greco le Scritture
ebraiche], per arricchire la biblioteca di Alessandria anche di testi estranei,
diciamo… [?] [I libri in lingua originale] del Vecchio Testamento furono
affidati a settantadue uomini che per settantadue giorni furono chiusi in una
torre, in un’isoletta sul Nilo, e poi alla fine produssero questa traduzione.
Ma ognuno tradusse tutto; non è che si divisero i compiti. Ognuno tradusse
tutto.
Ah… E poi si scoprì,
immagino, una meravigliosa armonia…
Una meravigliosa armonia: identità completa, perché non è che avevano lavorato con la loro
intelligenza, con la loro mente, ma lo Spirito Santo li aveva illuminati.
E non c’era dubbio…
Non c’era dubbio, eh, naturalmente! [n.d.r.: sorride.]
Per cui poi, a volte, io faccio anche la barzelletta [dopo
la correzione dei compiti] in classe, che quando la traduzione di un bel gruppo
è identica… “Ma io lo sentivo aleggiare lo Spirito Santo!”
Comunque, diciamo, questa è la storiellina raccontata dalla Lettera di Aristea a Filone.
Naturalmente, San Girolamo sapeva questa cosa, e quindi non è che prestasse
molta fede a questa traduzione dei Settanta, diciamo, voluta, organizzata, e
non frutto di confronto filologico serio col testo ebraico. Allora lui sentì il
bisogno di tradurre la Bibbia …
scartando la traduzione dei Settanta,
e per questo polemizzò con sant’Agostino, il quale invece dava importanza a
questa traduzione dei Settanta, almeno come traduzione ormai consolidata. Lui
invece volle tradurre la Bibbia secundum
Hebraicam veritatem, rifacendosi direttamente all’ebraico; ma, poiché per
il momento non era in grado di conoscere l’ebraico, lo imparò. Si immerse nello
studio dell’ebraico, in maniera totale, e con molto disagio: nelle Lettere confessa che è una lingua
orribile, l’ebraico, piena di sibili, di scontri di consonanti, che non ha
nulla di armonioso. Dice: “Altro che greco! altro che latino! È proprio una
lingua completamente diversa”. E lui comunque aveva fatto questo grande sforzo,
di imparare l’ebraico per poter tradurre poi il Vecchio Testamento. Allora,
naturalmente, lui si rifà direttamente alle fonti ebraiche; per conseguenza, ne
nascono anche delle durezze: non c’è niente di ciceroniano nella [Vulgata], meno ancora che nella
traduzione dei Salmi, perché lì, almeno, l’ha fatta dal testo greco. I Salmi li ha tradotti dal greco. Invece il Vecchio Testamento [nel suo
complesso] l’ha tradotto direttamente dall’ebraico. E poi, va be’, per il Nuovo Testamento, lui
ha utilizzato una traduzione, Vulga
…> la traduzione…
Ascoltandola, ho
appreso un particolare che mi sfuggiva: nella versione dei Salmi, Girolamo è passato per una mediazione
greca.
Eh sì, è partito dal greco, insomma, è passato dal greco.
Anzi, non [?]… non risalì neppure all’Hebraica
veritas per i Salmi o perché non ebbe il tempo di farlo oppure… Comunque,
questo…
E invece poi per il Nuovo Testamento, va bene,
non tradusse neppure lui direttamente ma rivide un poco questa Vetus Latina, la traduzione preesistente
a lui, ormai consolidata; [?] diciamo, il Nuovo Testamento era ormai una cosa
facile, poi si trattava di tradurre direttamente dal greco, senza… E questo,
appunto, ecco la vitalità del latino… Potremmo dire, poi, San Girolamo,
traducendo direttamente dall’ebraico, ha usato sì il latino, ma non si è
lasciato… non è stato troppo “ciceronianeggiante”, insomma, perché il latino è
ormai diventato per lui uno strumento di espressione, ma lui non voleva fare
quest’opera, proprio, di… di imbalsamazione, no? di sublimazione… anche se era Ciceronianus, non Christianus, poi,
anche impressionato da questo, lui cercava di tener fuori… Anche se, poi, c’è
tutta una [questione]… Nel mondo antico, appunto, nel quarto secolo
soprattutto, [l’élite dei letterati
cristiani] ha questo problema: fino a che punto… hm, il messaggio cristiano
poteva essere, hm, portato nelle forme classiche?
Se è tutto nuovo, tutto cambiato, oppure tutto… Diciamo, dall’inizio, direi,
gli apologisti, i primi apologisti… già Minucio Felice, nell’Octavius, usa proprio le movenze
ciceroniane cominciando il dialogo, appunto, con le parole stesse di Cicerone,
mi pare del De oratore: Cogitanti mihi saepenumero… proprio,
ripete esattamente la formula iniziale. Il dialogo di Cicerone mi pare che sia
il De oratore. [?] Praticamente
[l’inizio dell’Octavius] dà quel
segnale di come questo discorso vuol avere delle movenze proprio classiche.
Tertulliano è più aspro. Tertulliano… è più aggressivo, però
anche Tertulliano non può rinunciare alla sua formazione retorica, in quanto la
[sua] formazione retorica si sente, modellata su Cicerone, magari un Cicerone
rivisitato da Quintiliano, che aveva dettato, diciamo, le norme delle scuole di
retorica.
E poi, insomma, vediamo che tutta la letteratura cristiana
vuole, come dire?, colmare i vuoti; quindi, con esperienze cristiane sostituire
delle forme letterarie, i generi pagani, quindi arricchire questa cultura,
come… – non so – tipo Prudenzio, che scrive… tipo odi pindariche, per esempio,
per i martiri.
E poi, si arriva pure in pieno Medioevo, che so?, il decimo
secolo, quando una monaca, Rosvita, scrive delle commedie “terenziane”. Lei
dice: “tutti leggono Terenzio, in Terenzio trovano dei facili amori, trovano
delle cose che non sono certo edificanti; e allora io voglio sostituire queste
commedie di Terenzio con nuove commedie”. E nelle sue commedie, per esempio, in
una di queste commedie, si parla di certe martiri, di tre martiri, di tre
giovani donne martiri …
C’è un prefetto del pretorio, un militare, che appunto, le vuole far
convertire… insomma, cioè, le penalizza perché sono cristiane. E vorrebbe o
godere dei loro favori o ucciderle barbaramente. A un certo momento le
rinchiude in una stanza, e va pure lui, e cerca di sedurle, cerca di
violentarle, però queste ragazze si tramutano in pentole, mestoli, e lui,
mentre cerca di abbracciarle, si accorge di abbracciare [?] o meglio ancora di
essere percosso da queste… [n.d.r.: sorride]
È comica questa commedia… Ce ne sono poi
pure delle altre, insomma…
Siamo tornati al mito!
Sì, sì! E poi, alla fine, allora è contento quando poi le
prende per farle ammazzare, così, e quando… appunto, poi questo trucidare
barbaro di queste ragazze, insomma, che fino all’ultimo rifiutano qualsiasi
approccio… Ma sono sfiziose… Ecco, Rosvita
poi ci ha pure questa specie di proemio, dice: “Si leggono le commedie di Terenzio,
che sono profane, sono immorali… e invece bisogna leggere storie cristiane”. E
quindi, come Terenzio aveva scritto sei commedie, lei pure scrive sei commedie
[n.d.r.: sorride]. In pieno decimo
secolo, quindi nell’alto Medioevo.
Allora, la tradizione latina ha una sua incidenza notevole, anche se,
chiaramente, non c’è proprio da fare il paragone tra le commedie di… di Rosvita
e quelle di Terenzio, né sul piano linguistico, né sul piano delle invenzioni,
della… della struttura drammatica. Però, ecco, la tradizione resta. Resta ed è
viva.
Sì. Più di quella
greca, che s’era fossilizzata, diciamo…
Sì, s’era fossilizzata: il mondo bizantino, insomma, poi… E
l’Occidente non può beneficiare di questa cultura greca. E questa cultura greca
rimane lì, separata… soltanto poi con l’Umanesimo, soltanto col Concilio di
Firenze arrivano questi dotti, questi filosofi platoneggianti… questi
cardinali, questi patriarchi della Chiesa d’Oriente… [La gerarchia
ecclesiastica orientale] è particolare. Il Concilio di Firenze… 1430 e
qualcosa, insomma. E si fermano, poi, a insegnare a Firenze e danno vita a
quest’Umanesimo fiorentino che comincia ad avere delle relazioni col greco,
basti pensare, che so?, a Poliziano…
…che scrive anche in
greco.
Che scrive in greco e studia testi greci. Studia testi
greci. Soprattutto studia testi greci filologicamente: approfondisce dei testi
greci, anche proponendo, che so?, delle varianti, delle interpretazioni di
miscellanea. E, quindi, quest’Umanesimo fiorentino comincia ad usare il greco,
ad avere dimestichezza col greco, mentre prima…
Certo, viene da
pensare che, non appena si può mettere mano al testo greco del Nuovo
Testamento, passano pochi decenni e arriva il ciclone di Martin Lutero. E
Lutero insiste molto, per l’appunto, sul libero esame… Quindi, evidentemente,
l’accesso alla cultura alta è sempre foriero di turbamenti.
Sì. Potremmo dire: in questo senso aveva anche, poi, ragione
Platone quando aveva paura della libertà e non voleva proporre al popolino le tragedie [n.d.r.: sorride], per evitare… interpretazioni.
Ma praticamente diciamo che poi Lutero, e tutta quella che era la cultura
nordica – siamo nel
Cinquecento, nel Quattrocento, nel Cinquecento – è una rinascita, una
vitalizzazione di… della cultura tradizionale. Poi naturalmente c’è di mezzo la
grande figura di Erasmo… per
il modo di … di
rivisitare la cultura greca. Erasmo è grandissimo in questo.
Anche – per dire la cosa minima che ha fatto Erasmo – anche
la… la reintroduzione della pronuncia classica del greco, sì, perché il greco
veniva letto alla maniera bizantina, tutti
“i” e tutti “v”. Invece con Erasmo c’è questa… questa pronuncia classica del
greco che poi è la nostra pronuncia
pure. Mentre per il latino, insomma… è prevalsa, e prevale, comunque, la
pronuncia ecclesiastica e si cerca, nella pronuncia riformata… però anche con
molti dubbi, perché non è che si possa tranquillamente fare la pronuncia
classica per quanto riguarda gli autori, per esempio, del primo secolo [d.C.].
Noi sappiamo che ai tempi di Seneca e di Tacito già il latino non veniva
pronunciato allo stesso modo, ragion per cui… per esempio, io, quando a scuola
propongo la pronuncia classica, la fermiamo a Virgilio. Per Seneca, per Tacito,
meglio attenersi alla pronuncia ecclesiastica, alla pronuncia tradizionale del
latino, in mancanza di meglio, perché non possiamo esattamente sapere in che
modo pronunciassero loro. Anzi, eh… per Tacito
siamo sicuri da Plinio, da Plinio il Giovane che… un cavaliere romano aveva
chiesto a teatro a Plinio, dopo aver conversato con lui: “Sei italico o
provinciale?” Quindi aveva capito che romano non era, e l’aveva capito dalla
pronuncia. E anche Quintiliano ci attesta che il latino veniva pronunciato in
modi diversi. E, quindi, Plinio dice: “Io sono una persona abbastanza nota sul
piano delle lettere”. E dice [il cavaliere]: “Allora o sei Plinio o sei
Tacito”. Cosa che riempie di orgoglio Plinio [?]… dice: “Plinio o Tacito… siamo
due grandi. Tacito più grande; longo sed
proximo intervallo, vengo io”
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