Don Renato
Laffranchi, ospite del caro amico Aldo de Simone, qui a S. Maria Annunziata, un
borgo nei pressi di Massalubrense, a pochi chilometri da Sorrento, gentilmente
ci ha concesso un’intervista: la mostra da lui curata e allestita è il pretesto
per capire non solo la sua pittura ma anche la sua storia e il suo percorso di
uomo.
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Come nasce in lei la chiamata all’Arte e
quella a votarsi a Dio?
-
Innanzitutto
preferisco chiarire che dedicarsi a Dio è una cosa molto più seria che fare
Arte. Io ho frequentato il Liceo Classico, a Pisogne, lassù in Lombardia, ed è
tra il secondo e terzo liceo che comincio ad avvertire un certo interesse per
l’ambiente religioso, nato inizialmente, forse, per una certa reazione
all’ambiente anticlericale che vigeva nella mia famiglia; e anche come reazione
alla stupidità e alla vuotezza di quelle liturgie e pagliacciate messe su nelle
adunate fasciste. C’era un contenuto nella religione che mi affascinava e mi
interessava. Per quanto riguarda invece il mio primo incontro con l’Arte, vi
posso dire che inizia sui banchi di scuola, facendo caricature. Ma questo
interesse per l’Arte, negli anni del seminario, è messo da parte, anche perché
tutto il periodo dell’arte classica, con tutti quei nudi, era messo al bando.
Però, dopo 4 anni, la pittura mi si presentò come un istinto. Vedi la pittura è
un istinto. Spontaneità della pittura, ed è una spontaneità tale che io quando
dipingevo facevo delle opere come Picasso o Mirò e tutti credevano che io
avessi copiato: ho smesso di fare quel tipo di pittura, proprio perché so che
nessuno mi crederebbe; però io avevo la certezza che quelle opere mi erano nate
dentro, spontaneamente e in maniera del tutto personale. Nel 1955 ho fatto la
mia prima mostra, con problemi: quello era il tempo in cui Picasso non era ben
visto, giudicato di sinistra e per questo snobbato. E c’era chi vedendo nella
prima pittura gli influssi del cubismo, mi legava a quell’orientamento, andando
poi oltre nelle considerazioni perché io ero anche un ecclesistico! Ma il vescovo
mi venne in soccorso. Era un uomo straordinario. Non conoscendo la pittura, e
non imponendomi per questo di smetterla, volle un incontro con Carlo Carrà,
allora uno dei più quotati. E ci andò veramente e gli disse: “Guardi, io non
capisco niente di pittura. Ma se voi mi dite che questo qui è un pittore, io
non posso e non voglio impedirlo”!
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Cos’è per lei l’Arte e quale il suo
compito?
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L’Arte e la
musica per me sono una forma di rivelazione del divino. In concreto è un
mestiere, ha a che fare col sudore, con la fatica.
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Quando nasce in lei il bisogno di
dipingere?
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È un bisogno
perché l’Arte a volte si adatta pure al bisogno di predicare. Ma è anche un
istinto, perché se vedo qualcosa di bello, istintivamente ne cerco una
rappresentazione; è un bisogno per me comunicare; una cosa bella lo è dieci
volte di più se la comunico agli amici, agli altri.
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Quali valori vuole esprimere attraverso le
sue opere?
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Cerco di
esprimere tutti i valori, il coraggio, la bellezza. Completo con la pittura ciò
che non riesco a dire in predica: il tema si impone nella mia pittura.
-
Come sceglie un tema per un quadro?
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È il tema
che si impone. Tante cose, tanti spunti vengono dalla realtà: dal contatto
diretto delle cose, dal tentativo di conoscere la realtà che ci sta intorno,
pur sapendo che la rappresentazione che ne potrei fare non esaurirà mai
completamente l’oggetto, non me lo farà conoscere appieno. È sempre un cammino,
come suggerisce per esempio il tema del labirinto, del perdersi e del cercare,
del muoversi in contatto con la realtà e tuttavia del tendere all’uscita, di
andare fuori da esso. Le tavole dell’Imago Mundi sono tavole dipinte “ad occhi
chiusi” evocando le montagne di Rio, le distese della mia terra, i mari, i
fiumi. Ed è uno sguardo della memoria al paradiso perduto da dove l’uomo
cominciò il suo cammino nel mondo, e da cui si porta addosso la nostalgia e la
speranza della Città Celeste.
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Ci può sintetizzare il messaggio che ha
voluto marcare con la mostra “Dal giardino perduto alla Città sul Monte” e
quello tenuta nei giorni scorsi che veramente potremmo intitolare “Dalla città
sul Mare al giardino perduto”?
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Abbiamo
deciso con gli amici e ci siamo riferiti al messaggio cristiano, appunto dalla
cacciata dal giardino, passando attraverso il mondo, con tutto ciò che esso
implica, finanche la città. E la città è bella perché la facciamo noi. E da
credenti andiamo in una città. In quest’altra mostra tutto parte dalla
meraviglia di cui sono preda quando sono in questi luoghi, in questa città e su
questo mare.
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Qual è il mistero dell’uomo che non è
ancora riuscito a rappresentare?
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Forse ancora
tanti. Per certo non riesco mai a dipingere il male o il cattivo. Per esempio
dovevo dipingere un quadro con S. Michele e il drago: quando l’ebbi finito, un
mio amico dice: ‘guarda che si vede bene da che parte stai, di chi sei
alleato!” proprio perché non sono riuscito a rappresentare il drago dandogli
caratteristiche del tutto cattive.
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Lei ha parlato di ‘Vangelo tradito’: ci
può spiegare cosa intendeva con quest’espressione?
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Mi riferivo ai
cristiani che non hanno capito il Vangelo. Beati i poveri di spirito non vuol
dire beati chi non ha i soldi per mangiare. O come chi indica il cielo col
dito, ma agli altri e non a se stesso. Le Beatitudini raffigurate non sono quelle
del Signore, ma i loro rovesciamenti, i loro opposti: ecco per esempio che
l’invito del Signore al distacco della ricchezza è raffigurato come un sontuoso
prelato, simbolo di una chiesa che cede all’opulenza, e che indica agli altri,
solo con gesto, la strada da seguire.
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Cosa vede e cosa cerca nella Realtà?
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La Realtà
tutta. Ma la realtà è complessa. Io cerco di leggerla.
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Lei ha dipinto anche un ‘Cristo negro’,
nel 1961: ci parla della sua genesi?
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In quegli
anni c’era stata l’uccisione di Lumumba,
e mi ispirai alla sua vicenda. Pensai che Cristo era così povero e fuori da
ogni ordine, che lo si poteva anche rappresentare negro. C’è un dipinto del
Cristo col corpo che cade e sembra essere anatomicamente sbagliato: io lo vidi
in una fotografia, sulla rivista Life, e quello mi fece veramente impressione.
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Di cosa ha bisogno l’uomo di oggi?
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La poesia.
L’uomo di oggi è troppo opaco, è troppo schiavo.
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Ha dipinto il ciclo dei 7 re e dei 6
generi di diavoli rappresentando il grottesco e la deformità, quasi fosse la
Follia descritta da Erasmo: è simile anche il suo intento, di liberare l’uomo
di oggi?
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Condanna
sì. Ma è più una ‘sprezzatura’, quella forza vincente che noi abbiamo e che ci
permette di deridere il male. Perché una delle forza del male sta nella
timidezza che ci coglie nell’affrontarlo. La meraviglia della favola di san
Lorenzo sta in questo, nel fatto che quando è sulla graticola dice: ‘giratemi
che qui son cotto!’ Sei tu che soffri, sì, ma tu hai vinto il male, lo hai
ridicolizzato. Così ‘i sette re’ sono i Vizi Capitali della tradizione
cristiana; sono incoronati come re ma sono anche pietosi e risibili: ecco che
per esempio, il superbo pennuto e stolido sta malsicuro e appagato sul suo
trespolo. Vedi, il fatto è
che io mi ispiro inconsciamente all’uomo, agli uomini che ho conosciuto, che ho
incontrato: ma la cosa strana è che i diretti interessati non si riconoscono,
sono ciechi. E faccio
sfilare nel mio circo i sette Signori del mondo e le Beatitudini capovolte
perché il mio pubblico, come un bambino, ne rida e impari a non temerli.
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Perché è caro per lei l’Elogio della
Follia?
-
Questo
quadro è appeso su una riva del Mississipi, in una sala dell’Università di St.
Louis. L’avevo
chiamato “Elogio della follia” e in ossequio al celebre testo di Erasmo da
Rotterdam, un po’ per una
divertita diffidenza verso i rigori ultimativi della ragione, quando la Ragione
si incorona autocrate del conoscibile e un po’ quindi per assecondare una certa
mia propensione per tutto ciò che va verso l’improbabile, va cioè oltre la
ragione. Quando dipingevo quel quadro ospitavo nel mio studio un ragazzo che
sebbene ricco, brillante,
bello era preda di una forte depressione, così dura da fargli perfino sfiorare il
pensiero del suicidio. Ebbene quel ragazzo mi aiutava un po’ nel lavoro, e un
giorno, vedendo quel quadro disse: “è il ritratto di Dio”? In un primo momento
pensai tra me ‘beh, che c’entra con Dio!’ ma ben presto mi sovvenne quel passo
biblico in cui si dice di Dio ’ludens’, che gioca. Nella Genesi, alla fine di ogni giorno di
lavoro, il Signore è contento. E se pensi che a giocare sono sempre i bambini, e
che ad essi è rivelata la verità, come dice il Signore quando si rivolge a Dio
Padre: “Ti benedico, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai
presuntuosi e le hai rivelate ai piccoli”, e che i piccoli sono tutti i
semplici, e forse per questo tutti loro sono un po’ folli, pieni però di quella
follia buona di cui parlano tutti i Padri della Chiesa, in accordo con le
parole di S. Paolo che nella ‘Prima Lettera ai Corinzi’ dice che “la sapienza
di questo mondo è stoltezza agli occhi di Dio”,
ecco allora che davvero Dio poteva essere raffigurato con il volto di un
bambino. E se teniamo conto anche delle fattezze con cui ritraggo questo
bambino, come un clown in bilico su un equilibrio impossibile, precario,
appoggiato con il piccolo dito su una sfera in bilico su un piano inclinato, si
capisce come il dipinto si presta a suggerire la figura di Dio come Colui al
quale tutto è possibile; ma nello stesso tempo è anche una figura dell’uomo di fede,
che è chiamato a credere e che proprio in virtù della fede “tutto è possibile”.
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La Follia in quel quadro ha il viso
rivolto verso il basso, così come lei usa dipingere gli angeli: allora la
Follia è una cosa terrena o divina?
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La Follia è
una cosa divina e allo stesso tempo diventa umana. Io faccio planare gli
angeli, e in questo implico l’accondiscendenza: quando ‘io accondiscendo’,
discendo per stare con te. E così rappresento la Follia, come un bambino che
gioca, che è in bilico, ma che trova un suo equilibrio.
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Un equilibrio che diventa nel quadro di
Achille e Patroclo, lo sfondo comune per le figure: cosa che sottende una
comunanza, una identità, una congruenza, una forma comune, una osmosi tra i
soggetti stessi. È un invito e un elogio dell’amicizia?
-
Sì, è un
elogio dell’amicizia. E l’episodio celebre dell’Iliade è un esempio stupendo di
amicizia: Patroclo, che erroneamente è rappresentato più giovane di Achille, è
talmente legato all’amico che si veste, con coraggio, delle sue armi, perché
vuole salvargli la faccia; e poi è Achille che entra in scena per vendicare
l’amico: e tutto avviene dando dimostrazioni di valori eterni e sinceri, come
appunto l’amicizia.
-
Che significato ha il labirinto nella sua
pittura?
-
La
vita. Eraclito dice: “La via dei pittori è diritta e sinuosa”. Ed è questo procedere tortuoso che mi ha fatto
pensare al labirinto, come vita. La vita è l’avventura e il compito di andare
negli inganni, di attraversarli per guadagnare l’uscita; ma ci si può perdere
tra essi. Ed ecco che il labirinto pur essendo un’immagine del mito classico,
rievoca i labirinti che i costruttori delle cattedrali disegnavano sulle pietre
del pavimento affinchè i fedeli, come in un piccolo pellegrinaggio, in
preghiera, giungessero, a Gerusalemme, Centro Celeste del mondo.
-
Qual è il mito del mondo classico che ama
di più?
-
Diversi
miti, ma soprattutto quelli di Apollo, di Dioniso, di Ermes; tra le loro righe
c’è molto di più di un semplice racconto, parlano una lingua universale.
-
Cos’è per lei il mito?
-
Il mito è un
modo diverso di raccontare la verità.
-
Chi è, per lei, Ulisse? Lei lo ha rappresentato legato, tra le Sirene, di cui
ascolta il canto, per curiosità, per amore della conoscenza. Ma è allo stesso
tempo un Ulisse estraniato, come se pensasse ad altro.
-
Sono
affascinato dalla figura di Ulisse. Omero ce lo consegna come l’uomo che vuole
tornare a casa, che soffre –preda della nostalgia, come ‘nostos’ cioè ‘ritorno’
e ‘algos’, ‘dolore’- e che è triste per l’assenza dalla sua Itaca; in Dante
invece Ulisse è il simbolo della conoscenza, del “fatti non foste a
viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Come si può restare
indifferenti alle peripezie di Ulisse? Egli da una parte è il collante dei
compagni, facendo un gruppo unito, dall’altra invece si distingue sempre da
essi e sopra essi: è il caso del celebre episodio delle Sirene.
-
Quale forma di comunicazione predilige, la
predica o l’Arte?
-
Sia la
predica che l’arte sono una forma di comunicazione, e una non esclude l’altra,
come accade nei miei quadri. Nel caso dell’arte preferisco parlare di
‘comunicazione silenziosa’: questo apparente paradosso può essere compreso
meglio pensando a ciò che accade quando si guarda il quadro di un grande
artista. In tal caso, infatti, accade che non è affatto lo spettatore a
giudicare il quadro, quanto invece il quadro stesso, e in particolar modo il
tema di fondo di esso, che guarda e condiziona lo spettatore. Ricordo infatti
un episodio curioso: in una chiesa avevamo allestito l’esposizione di ‘icone
sacre’, e accadde che un gruppo di Alpini, mentre in pubblico, di giorno, si
mostravano diffidenti, lasciandosi andare ad esagerazioni, quando fu notte, ed
erano rimasti soli nella chiesa, chiesero di confessarsi. Sì, dissero che ne
avevano bisogno perché si sentivano osservati e giudicati da tutti quegli
occhi!
-
Cosa risponde all’interrogativo di S.
Agostino, bisogna ‘prima amare Dio’ o ‘prima conoscerlo’?
-
Dio si può
solo amare: chi conosce sa, non è che crede. Dio si conosce attraverso
un’esperienza, perché Egli è un’esperienza, egli è Amore. Dio non può essere
raggiunto solo dalla fede o solo dalla conoscenza: è un’esperienza che ti
impegna globalmente.
-
Cosa vorrebbe scrivere, se fosse stato lei
ad essere chiamato a trovare una massima, sul tempio di Apollo?
-
Probabilmente
“Conosci te stesso”.
-
Cosa ha chiesto a Dio e cosa chiede
all’uomo?
-
A Dio (silenzio); all’uomo invece chiedo di
accettare il dono che gli posso portare.
-
Qual è il suo ricordo più caro? Ci
racconta, come un nonno, una favoletta, un racconto, un episodio della sua
vita?
-
La prima passione che io ricordi e che ancora mi
affascina è il circo, di quelli alla vecchia maniera: e sempre più mi accorgo
che per me i clowns sono sempre bambini, forse perché solo un bambino si
cimenta alla ricerca di equilibri impossibili, si lancia nella spericolatezza
dei giochi avventatamente. E forse perché conservo quella meraviglia di cui ero
preda da ragazzo: e se pensi a queste coste, a questa terra, della cui bellezza
ogni volta sono estasiato, allora capisci lo stato della mia meraviglia: mi
sento come Ulisse, e non voglio affatto tapparmi le orecchie! Per quanto
riguarda un racconto della mia vita, beh, ce ne sono talmente tanti che non
saprei quale scegliere!
-
In una battuta,
chi è per lei l’artista?
-
Un bambino che per sua fortuna non è mai
diventato adulto.
-
Quanto silenzio
e quanta gioia c’è nella sua pittura?
-
C’è molto silenzio, ma anche movimento, azione; e c’è
meraviglia, quella stessa meraviglia che sento in me. La stessa gioia
di cui parla Matisse quando dice che
talvolta qualcuno attraverso le sue mani, compie delle cose che lo riempiono di
meraviglia.
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