giovedì 1 agosto 2019

Intervista a Renato Laffranchi (gennaio 2007)


Don Renato Laffranchi, ospite del caro amico Aldo de Simone, qui a S. Maria Annunziata, un borgo nei pressi di Massalubrense, a pochi chilometri da Sorrento, gentilmente ci ha concesso un’intervista: la mostra da lui curata e allestita è il pretesto per capire non solo la sua pittura ma anche la sua storia e il suo percorso di uomo.

-          Come nasce in lei la chiamata all’Arte e quella a votarsi a Dio?
-          Innanzitutto preferisco chiarire che dedicarsi a Dio è una cosa molto più seria che fare Arte. Io ho frequentato il Liceo Classico, a Pisogne, lassù in Lombardia, ed è tra il secondo e terzo liceo che comincio ad avvertire un certo interesse per l’ambiente religioso, nato inizialmente, forse, per una certa reazione all’ambiente anticlericale che vigeva nella mia famiglia; e anche come reazione alla stupidità e alla vuotezza di quelle liturgie e pagliacciate messe su nelle adunate fasciste. C’era un contenuto nella religione che mi affascinava e mi interessava. Per quanto riguarda invece il mio primo incontro con l’Arte, vi posso dire che inizia sui banchi di scuola, facendo caricature. Ma questo interesse per l’Arte, negli anni del seminario, è messo da parte, anche perché tutto il periodo dell’arte classica, con tutti quei nudi, era messo al bando. Però, dopo 4 anni, la pittura mi si presentò come un istinto. Vedi la pittura è un istinto. Spontaneità della pittura, ed è una spontaneità tale che io quando dipingevo facevo delle opere come Picasso o Mirò e tutti credevano che io avessi copiato: ho smesso di fare quel tipo di pittura, proprio perché so che nessuno mi crederebbe; però io avevo la certezza che quelle opere mi erano nate dentro, spontaneamente e in maniera del tutto personale. Nel 1955 ho fatto la mia prima mostra, con problemi: quello era il tempo in cui Picasso non era ben visto, giudicato di sinistra e per questo snobbato. E c’era chi vedendo nella prima pittura gli influssi del cubismo, mi legava a quell’orientamento, andando poi oltre nelle considerazioni perché io ero anche un ecclesistico! Ma il vescovo mi venne in soccorso. Era un uomo straordinario. Non conoscendo la pittura, e non imponendomi per questo di smetterla, volle un incontro con Carlo Carrà, allora uno dei più quotati. E ci andò veramente e gli disse: “Guardi, io non capisco niente di pittura. Ma se voi mi dite che questo qui è un pittore, io non posso e non voglio impedirlo”!
-          Cos’è per lei l’Arte e quale il suo compito?
-          L’Arte e la musica per me sono una forma di rivelazione del divino. In concreto è un mestiere, ha a che fare col sudore, con la fatica.
-          Quando nasce in lei il bisogno di dipingere?
-          È un bisogno perché l’Arte a volte si adatta pure al bisogno di predicare. Ma è anche un istinto, perché se vedo qualcosa di bello, istintivamente ne cerco una rappresentazione; è un bisogno per me comunicare; una cosa bella lo è dieci volte di più se la comunico agli amici, agli altri.
-          Quali valori vuole esprimere attraverso le sue opere?
-          Cerco di esprimere tutti i valori, il coraggio, la bellezza. Completo con la pittura ciò che non riesco a dire in predica: il tema si impone nella mia pittura.
-          Come sceglie un tema per un quadro?
-          È il tema che si impone. Tante cose, tanti spunti vengono dalla realtà: dal contatto diretto delle cose, dal tentativo di conoscere la realtà che ci sta intorno, pur sapendo che la rappresentazione che ne potrei fare non esaurirà mai completamente l’oggetto, non me lo farà conoscere appieno. È sempre un cammino, come suggerisce per esempio il tema del labirinto, del perdersi e del cercare, del muoversi in contatto con la realtà e tuttavia del tendere all’uscita, di andare fuori da esso. Le tavole dell’Imago Mundi sono tavole dipinte “ad occhi chiusi” evocando le montagne di Rio, le distese della mia terra, i mari, i fiumi. Ed è uno sguardo della memoria al paradiso perduto da dove l’uomo cominciò il suo cammino nel mondo, e da cui si porta addosso la nostalgia e la speranza della Città Celeste.
-          Ci può sintetizzare il messaggio che ha voluto marcare con la mostra “Dal giardino perduto alla Città sul Monte” e quello tenuta nei giorni scorsi che veramente potremmo intitolare “Dalla città sul Mare al giardino perduto”?
-          Abbiamo deciso con gli amici e ci siamo riferiti al messaggio cristiano, appunto dalla cacciata dal giardino, passando attraverso il mondo, con tutto ciò che esso implica, finanche la città. E la città è bella perché la facciamo noi. E da credenti andiamo in una città. In quest’altra mostra tutto parte dalla meraviglia di cui sono preda quando sono in questi luoghi, in questa città e su questo mare.
-          Qual è il mistero dell’uomo che non è ancora riuscito a rappresentare?
-          Forse ancora tanti. Per certo non riesco mai a dipingere il male o il cattivo. Per esempio dovevo dipingere un quadro con S. Michele e il drago: quando l’ebbi finito, un mio amico dice: ‘guarda che si vede bene da che parte stai, di chi sei alleato!” proprio perché non sono riuscito a rappresentare il drago dandogli caratteristiche del tutto cattive.
-          Lei ha parlato di ‘Vangelo tradito’: ci può spiegare cosa intendeva con quest’espressione?
-          Mi riferivo ai cristiani che non hanno capito il Vangelo. Beati i poveri di spirito non vuol dire beati chi non ha i soldi per mangiare. O come chi indica il cielo col dito, ma agli altri e non a se stesso. Le Beatitudini raffigurate non sono quelle del Signore, ma i loro rovesciamenti, i loro opposti: ecco per esempio che l’invito del Signore al distacco della ricchezza è raffigurato come un sontuoso prelato, simbolo di una chiesa che cede all’opulenza, e che indica agli altri, solo con gesto, la strada da seguire.
-          Cosa vede e cosa cerca nella Realtà?
-          La Realtà tutta. Ma la realtà è complessa. Io cerco di leggerla.
-          Lei ha dipinto anche un ‘Cristo negro’, nel 1961: ci parla della sua genesi?
-          In quegli anni c’era stata l’uccisione di Lumumba, e mi ispirai alla sua vicenda. Pensai che Cristo era così povero e fuori da ogni ordine, che lo si poteva anche rappresentare negro. C’è un dipinto del Cristo col corpo che cade e sembra essere anatomicamente sbagliato: io lo vidi in una fotografia, sulla rivista Life, e quello mi fece veramente impressione.
-          Di cosa ha bisogno l’uomo di oggi?
-          La poesia. L’uomo di oggi è troppo opaco, è troppo schiavo.
-          Ha dipinto il ciclo dei 7 re e dei 6 generi di diavoli rappresentando il grottesco e la deformità, quasi fosse la Follia descritta da Erasmo: è simile anche il suo intento, di liberare l’uomo di oggi?
-          Condanna sì. Ma è più una ‘sprezzatura’, quella forza vincente che noi abbiamo e che ci permette di deridere il male. Perché una delle forza del male sta nella timidezza che ci coglie nell’affrontarlo. La meraviglia della favola di san Lorenzo sta in questo, nel fatto che quando è sulla graticola dice: ‘giratemi che qui son cotto!’ Sei tu che soffri, sì, ma tu hai vinto il male, lo hai ridicolizzato. Così ‘i sette re’ sono i Vizi Capitali della tradizione cristiana; sono incoronati come re ma sono anche pietosi e risibili: ecco che per esempio, il superbo pennuto e stolido sta malsicuro e appagato sul suo trespolo. Vedi, il fatto è che io mi ispiro inconsciamente all’uomo, agli uomini che ho conosciuto, che ho incontrato: ma la cosa strana è che i diretti interessati non si riconoscono, sono ciechi. E faccio sfilare nel mio circo i sette Signori del mondo e le Beatitudini capovolte perché il mio pubblico, come un bambino, ne rida e impari a non temerli.
-          Perché è caro per lei l’Elogio della Follia?
-          Questo quadro è appeso su una riva del Mississipi, in una sala dell’Università di St. Louis. L’avevo chiamato “Elogio della follia” e in ossequio al celebre testo di Erasmo da Rotterdam, un po’ per una divertita diffidenza verso i rigori ultimativi della ragione, quando la Ragione si incorona autocrate del conoscibile e un po’ quindi per assecondare una certa mia propensione per tutto ciò che va verso l’improbabile, va cioè oltre la ragione. Quando dipingevo quel quadro ospitavo nel mio studio un ragazzo che sebbene ricco, brillante, bello era preda di una forte depressione, così dura da fargli perfino sfiorare il pensiero del suicidio. Ebbene quel ragazzo mi aiutava un po’ nel lavoro, e un giorno, vedendo quel quadro disse: “è il ritratto di Dio”? In un primo momento pensai tra me ‘beh, che c’entra con Dio!’ ma ben presto mi sovvenne quel passo biblico in cui si dice di Dio ’ludens’, che gioca. Nella Genesi, alla fine di ogni giorno di lavoro, il Signore è contento. E se pensi che a giocare sono sempre i bambini, e che ad essi è rivelata la verità, come dice il Signore quando si rivolge a Dio Padre: “Ti benedico, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai presuntuosi e le hai rivelate ai piccoli”, e che i piccoli sono tutti i semplici, e forse per questo tutti loro sono un po’ folli, pieni però di quella follia buona di cui parlano tutti i Padri della Chiesa, in accordo con le parole di S. Paolo che nella ‘Prima Lettera ai Corinzi’ dice che “la sapienza di questo mondo è stoltezza agli occhi di Dio”,  ecco allora che davvero Dio poteva essere raffigurato con il volto di un bambino. E se teniamo conto anche delle fattezze con cui ritraggo questo bambino, come un clown in bilico su un equilibrio impossibile, precario, appoggiato con il piccolo dito su una sfera in bilico su un piano inclinato, si capisce come il dipinto si presta a suggerire la figura di Dio come Colui al quale tutto è possibile; ma nello stesso tempo è anche una figura dell’uomo di fede, che è chiamato a credere e che proprio in virtù della fede “tutto è possibile”.
-          La Follia in quel quadro ha il viso rivolto verso il basso, così come lei usa dipingere gli angeli: allora la Follia è una cosa terrena o divina?
-          La Follia è una cosa divina e allo stesso tempo diventa umana. Io faccio planare gli angeli, e in questo implico l’accondiscendenza: quando ‘io accondiscendo’, discendo per stare con te. E così rappresento la Follia, come un bambino che gioca, che è in bilico, ma che trova un suo equilibrio.
-          Un equilibrio che diventa nel quadro di Achille e Patroclo, lo sfondo comune per le figure: cosa che sottende una comunanza, una identità, una congruenza, una forma comune, una osmosi tra i soggetti stessi. È un invito e un elogio dell’amicizia?
-          Sì, è un elogio dell’amicizia. E l’episodio celebre dell’Iliade è un esempio stupendo di amicizia: Patroclo, che erroneamente è rappresentato più giovane di Achille, è talmente legato all’amico che si veste, con coraggio, delle sue armi, perché vuole salvargli la faccia; e poi è Achille che entra in scena per vendicare l’amico: e tutto avviene dando dimostrazioni di valori eterni e sinceri, come appunto l’amicizia.
-          Che significato ha il labirinto nella sua pittura?
-          La vita. Eraclito dice: “La via dei pittori è diritta e sinuosa”. Ed  è questo procedere tortuoso che mi ha fatto pensare al labirinto, come vita. La vita è l’avventura e il compito di andare negli inganni, di attraversarli per guadagnare l’uscita; ma ci si può perdere tra essi. Ed ecco che il labirinto pur essendo un’immagine del mito classico, rievoca i labirinti che i costruttori delle cattedrali disegnavano sulle pietre del pavimento affinchè i fedeli, come in un piccolo pellegrinaggio, in preghiera, giungessero, a Gerusalemme, Centro Celeste del mondo.
-          Qual è il mito del mondo classico che ama di più?
-          Diversi miti, ma soprattutto quelli di Apollo, di Dioniso, di Ermes; tra le loro righe c’è molto di più di un semplice racconto, parlano una lingua universale.
-          Cos’è per lei il mito?
-          Il mito è un modo diverso di raccontare la verità.
-          Chi è, per lei, Ulisse? Lei lo ha rappresentato legato, tra le Sirene, di cui ascolta il canto, per curiosità, per amore della conoscenza. Ma è allo stesso tempo un Ulisse estraniato, come se pensasse ad altro.
-          Sono affascinato dalla figura di Ulisse. Omero ce lo consegna come l’uomo che vuole tornare a casa, che soffre –preda della nostalgia, come ‘nostos’ cioè ‘ritorno’ e ‘algos’, ‘dolore’- e che è triste per l’assenza dalla sua Itaca; in Dante invece Ulisse è il simbolo della conoscenza, del “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Come si può restare indifferenti alle peripezie di Ulisse? Egli da una parte è il collante dei compagni, facendo un gruppo unito, dall’altra invece si distingue sempre da essi e sopra essi: è il caso del celebre episodio delle Sirene.
-          Quale forma di comunicazione predilige, la predica o l’Arte?
-          Sia la predica che l’arte sono una forma di comunicazione, e una non esclude l’altra, come accade nei miei quadri. Nel caso dell’arte preferisco parlare di ‘comunicazione silenziosa’: questo apparente paradosso può essere compreso meglio pensando a ciò che accade quando si guarda il quadro di un grande artista. In tal caso, infatti, accade che non è affatto lo spettatore a giudicare il quadro, quanto invece il quadro stesso, e in particolar modo il tema di fondo di esso, che guarda e condiziona lo spettatore. Ricordo infatti un episodio curioso: in una chiesa avevamo allestito l’esposizione di ‘icone sacre’, e accadde che un gruppo di Alpini, mentre in pubblico, di giorno, si mostravano diffidenti, lasciandosi andare ad esagerazioni, quando fu notte, ed erano rimasti soli nella chiesa, chiesero di confessarsi. Sì, dissero che ne avevano bisogno perché si sentivano osservati e giudicati da tutti quegli occhi!
-          Cosa risponde all’interrogativo di S. Agostino, bisogna ‘prima amare Dio’ o ‘prima conoscerlo’?
-          Dio si può solo amare: chi conosce sa, non è che crede. Dio si conosce attraverso un’esperienza, perché Egli è un’esperienza, egli è Amore. Dio non può essere raggiunto solo dalla fede o solo dalla conoscenza: è un’esperienza che ti impegna globalmente.
-          Cosa vorrebbe scrivere, se fosse stato lei ad essere chiamato a trovare una massima, sul tempio di Apollo?
-          Probabilmente “Conosci te stesso”.
-          Cosa ha chiesto a Dio e cosa chiede all’uomo?
-          A Dio (silenzio); all’uomo invece chiedo di accettare il dono che gli posso portare.
-          Qual è il suo ricordo più caro? Ci racconta, come un nonno, una favoletta, un racconto, un episodio della sua vita?
-          La prima passione che io ricordi e che ancora mi affascina è il circo, di quelli alla vecchia maniera: e sempre più mi accorgo che per me i clowns sono sempre bambini, forse perché solo un bambino si cimenta alla ricerca di equilibri impossibili, si lancia nella spericolatezza dei giochi avventatamente. E forse perché conservo quella meraviglia di cui ero preda da ragazzo: e se pensi a queste coste, a questa terra, della cui bellezza ogni volta sono estasiato, allora capisci lo stato della mia meraviglia: mi sento come Ulisse, e non voglio affatto tapparmi le orecchie! Per quanto riguarda un racconto della mia vita, beh, ce ne sono talmente tanti che non saprei quale scegliere!
-          In una battuta, chi è per lei l’artista?
-          Un bambino che per sua fortuna non è mai diventato adulto.
-          Quanto silenzio e quanta gioia c’è nella sua pittura?
-          C’è molto silenzio, ma anche movimento, azione; e c’è meraviglia, quella stessa meraviglia che sento in me. La stessa gioia di cui  parla Matisse quando dice che talvolta qualcuno attraverso le sue mani, compie delle cose che lo riempiono di meraviglia.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.