Si è chiuso con uno
straordinario successo BookSophia - Festival della Classicità. Tre
giorni che hanno visto arrivare a Massa Lubrense persone incredibili:
da Sandro Ruotolo a Marzaioli (per conto di Borsellino), da
Capecelatro a Cimmino; e poi professori dalla Sorbona, dalla Federico
II, dal Politecnico di Milano, dall’Università di Torino, dalla
Luiss. Infine professionisti che sono nati in Penisola e che oggi
sono diventati qualcuno, ragazzi che ce l’hanno fatta, ma fuori dal
nostro Paese. L’occasione mi ha imposto di rispondere più volte a
questa domanda: ha ancora senso studiare latino e greco se il mondo
parla solo inglese? Procediamo con ordine, tenendo in mente che chi
scrive è tra gli organizzatori di BookSophia ed è vice presidente
dell’Archeoclub di Massa Lubrense, promotore dello stesso col
sostegno del Comune di Massa Lubrense. L’anima dell’Archeoclub è
rivolta al passato, guarda al mondo che fu per aiutare tutti a
trasmetterlo, come eredità, ai posteri. Come ‘eredità’ anziché
come ‘patrimonio’, parola questa che sa troppo di ragioneria e
che tempo fa usò un curioso ministro della Repubblica quando propose
di bandire la storia dai programmi scolastici: ‘a che serve?’ si
chiedeva. Rispondo: la storia è lo specchietto retrovisore della tua
macchina, senza di esso non puoi guidare e andare avanti sicuro.
Passiamo ora al latino e al greco e chiediamoci se vale lo stesso.
Partiamo col dire che la separazione tra i liceali e gli alunni delle
scuole tecniche rispecchiava la rispettiva separazione tra classi
sociali: i primi erano per lo più provenienti dalle famiglie
borghesi che potevano permettersi di guardare lontano verso
l’Università, i secondi avevano invece bisogno di accorciare i
tempi ed entrare presto nel mondo del lavoro. Il risultato fu
diffondere l’idea che esisteva una scuola di serie A e una di serie
B, dove quella di serie A ti dava un metodo capace di affrontare
l’Università, mentre quella di serie B ti dava conoscenze
pratiche. Se la prima riforma della scuola, quella di Gentile, vedeva
la preminenza delle materie umanistiche su quelle scientifiche, dalla
fine del XX secolo tutto si ribalta, la cultura scientifica si è
sempre più imposta su quella umanistica diventando fondamentale nel
mondo moderno. Questo ha generato una massiccia richiesta di
manodopera altamente qualificata: non a caso la Germania, che da anni
investe sulle scuole tecniche, riesce oggi ad offrire lo scenario
lavorativo più stimolante. La domanda di prima diventa dunque
pertinente: a che serve studiare latino e greco, se un certificato di
lingua è più spendibile di una laurea in lingue, o un diploma
all’alberghiero è più spendibile di una laurea in scienze
politiche? All’idea di utilità abituiamo gli studenti fin dal
primo giorno: sentono parlare di debiti e di crediti; il preside
viene chiamato ‘dirigente scolastico’, il professore redige
‘progetti didattici’. Dunque, se la scuola ha già cominciato ad
usare una terminologia economica, se l’utile condiziona gli stessi
programmi scolastici, perché imporre agli studenti il supplizio
della traduzione quando con un click possono trovare in Internet i
brani già tradotti? A questo punto la domanda si fa più generale e
riguarda anche la storia, l’arte e la filosofia: perché non
studiarle solo come hobby? Chi risponde che tradurre il latino è una
palestra per la mente, sta usando il medesimo concetto di ‘utile’.
Dobbiamo invece ritornare alle origini della scuola, quando la
‘skolè’ era il luogo dove ci si attrezzava liberamente a vivere
contro 'il momento': a vivere sì il tempo contemporaneo, ma non come
‘servi’ di esso. Perché i libri della 'classe' si distendono
lungo il tempo, travalicano il momento presente: che cosa sono
infatti i ‘classici’ se non dei sopravvissuti, opere
sopravvissute al tempo, al momento, all’oggi? Studiare i classici
deve voler dire questa cosa qui: risolvere problemi cercando tra le
fonti. In più: bisogna smetterla di distinguere tra sapere
‘umanistico’ e ‘sapere scientifico’ perché al livello più
alto della ricerca, in entrambe le discipline, la loro unità è cosa
evidentissima. Se un professore sapesse insegnare ai suoi ragazzi
come impostare i problemi, quali vale la pena risolvere, come
risolverli, allora il sapere smette di essere legato al titolo di
studio e diventa ‘sophia’, alla maniera greca, cioè ‘saper
fare’. Sapete infatti qual è la domanda che ogni azienda nel mondo
chiede ai nostri ragazzi? Questa: ‘che sai fare’? E sapete cosa
intendono dire? Questo: ‘che problemi sai risolvere? Mostrami come
lo fai’
Ps: ‘sophia’ è una delle parole-chiave di
BookSophia.