domenica 17 novembre 2019

A che serve la Classicità nel mondo moderno?


Si è chiuso con uno straordinario successo BookSophia - Festival della Classicità. Tre giorni che hanno visto arrivare a Massa Lubrense persone incredibili: da Sandro Ruotolo a Marzaioli (per conto di Borsellino), da Capecelatro a Cimmino; e poi professori dalla Sorbona, dalla Federico II, dal Politecnico di Milano, dall’Università di Torino, dalla Luiss. Infine professionisti che sono nati in Penisola e che oggi sono diventati qualcuno, ragazzi che ce l’hanno fatta, ma fuori dal nostro Paese. L’occasione mi ha imposto di rispondere più volte a questa domanda: ha ancora senso studiare latino e greco se il mondo parla solo inglese? Procediamo con ordine, tenendo in mente che chi scrive è tra gli organizzatori di BookSophia ed è vice presidente dell’Archeoclub di Massa Lubrense, promotore dello stesso col sostegno del Comune di Massa Lubrense. L’anima dell’Archeoclub è rivolta al passato, guarda al mondo che fu per aiutare tutti a trasmetterlo, come eredità, ai posteri. Come ‘eredità’ anziché come ‘patrimonio’, parola questa che sa troppo di ragioneria e che tempo fa usò un curioso ministro della Repubblica quando propose di bandire la storia dai programmi scolastici: ‘a che serve?’ si chiedeva. Rispondo: la storia è lo specchietto retrovisore della tua macchina, senza di esso non puoi guidare e andare avanti sicuro. Passiamo ora al latino e al greco e chiediamoci se vale lo stesso. Partiamo col dire che la separazione tra i liceali e gli alunni delle scuole tecniche rispecchiava la rispettiva separazione tra classi sociali: i primi erano per lo più provenienti dalle famiglie borghesi che potevano permettersi di guardare lontano verso l’Università, i secondi avevano invece bisogno di accorciare i tempi ed entrare presto nel mondo del lavoro. Il risultato fu diffondere l’idea che esisteva una scuola di serie A e una di serie B, dove quella di serie A ti dava un metodo capace di affrontare l’Università, mentre quella di serie B ti dava conoscenze pratiche. Se la prima riforma della scuola, quella di Gentile, vedeva la preminenza delle materie umanistiche su quelle scientifiche, dalla fine del XX secolo tutto si ribalta, la cultura scientifica si è sempre più imposta su quella umanistica diventando fondamentale nel mondo moderno. Questo ha generato una massiccia richiesta di manodopera altamente qualificata: non a caso la Germania, che da anni investe sulle scuole tecniche, riesce oggi ad offrire lo scenario lavorativo più stimolante. La domanda di prima diventa dunque pertinente: a che serve studiare latino e greco, se un certificato di lingua è più spendibile di una laurea in lingue, o un diploma all’alberghiero è più spendibile di una laurea in scienze politiche? All’idea di utilità abituiamo gli studenti fin dal primo giorno: sentono parlare di debiti e di crediti; il preside viene chiamato ‘dirigente scolastico’, il professore redige ‘progetti didattici’. Dunque, se la scuola ha già cominciato ad usare una terminologia economica, se l’utile condiziona gli stessi programmi scolastici, perché imporre agli studenti il supplizio della traduzione quando con un click possono trovare in Internet i brani già tradotti? A questo punto la domanda si fa più generale e riguarda anche la storia, l’arte e la filosofia: perché non studiarle solo come hobby? Chi risponde che tradurre il latino è una palestra per la mente, sta usando il medesimo concetto di ‘utile’. Dobbiamo invece ritornare alle origini della scuola, quando la ‘skolè’ era il luogo dove ci si attrezzava liberamente a vivere contro 'il momento': a vivere sì il tempo contemporaneo, ma non come ‘servi’ di esso. Perché i libri della 'classe' si distendono lungo il tempo, travalicano il momento presente: che cosa sono infatti i ‘classici’ se non dei sopravvissuti, opere sopravvissute al tempo, al momento, all’oggi? Studiare i classici deve voler dire questa cosa qui: risolvere problemi cercando tra le fonti. In più: bisogna smetterla di distinguere tra sapere ‘umanistico’ e ‘sapere scientifico’ perché al livello più alto della ricerca, in entrambe le discipline, la loro unità è cosa evidentissima. Se un professore sapesse insegnare ai suoi ragazzi come impostare i problemi, quali vale la pena risolvere, come risolverli, allora il sapere smette di essere legato al titolo di studio e diventa ‘sophia’, alla maniera greca, cioè ‘saper fare’. Sapete infatti qual è la domanda che ogni azienda nel mondo chiede ai nostri ragazzi? Questa: ‘che sai fare’? E sapete cosa intendono dire? Questo: ‘che problemi sai risolvere? Mostrami come lo fai’ 
Ps: ‘sophia’ è una delle parole-chiave di BookSophia.