HO UCCISO ANCH'IO
"Accidere è 'na strunzata!" si ripete nella serie di Gomorra, dove 'uccidere' vuol dire aver superato una prova. La morte, che è il tabù per eccellenza, il limite invalicabile dell'umano, è qui esorcizzata attraverso la violenza: "meglio un giorno da leoni" si ripetono spavaldamente i protagonisti, tutti giovani, tutti con l'ossessivo desiderio di potenza. Se fosse ancora in vita, Freud avrebbe certamente scritto sulla serie e si sarebbe chiesto come è rappresentata la morte in Gomorra. Rispondiamo: come punizione e come ordalia. Si uccide per trarre profitto o per punire uno sgarro. Ma quando la morte è la conclusione di un sillogismo del genere, o si arriva alla contraddizione (Beccaria lo spiega, parlando della pena di morte negli Stati) o al lager, come ci spiega Primo Levi in quelle pagine di 'Se questo è un uomo' che non si leggono mai perché costituiscono la prefazione al libro. Individuato il nemico, il lager non è altro che lo strumento tecnicamente più efficiente ed organizzato per raggiungere nel più breve tempo possibile il risultato voluto, la soppressione del nemico. Nel Medioevo la morte sanciva la fine del tempo a disposizione (dunque la fine della possibilità per pentirsi) un assaggio di ciò che compirà Dio, il quale nel 'dies irae', attraverso la morte definitiva dell'anima dei peccatori, premierà i giusti. Arriviamo all'ordalia, una pratica giudiziaria secondo la quale l'innocenza o la colpevolezza dell'accusato venivano determinate sottoponendolo ad una prova rischiosa: l'esito era infatti considerato la diretta manifestazione della volontà divina. L'idea resta ed arriva ad Hollywood: si sottopongono ad ordalia Indiana Jones, quando deve superare le prove per arrivare al Graal; e anche James Dean, quando si lancia in macchina a tutta velocità in 'Gioventù bruciata'. Non accettare la sfida sancisce la morte sociale: il gruppo uccide il vigliacco, togliendogli il rispetto e ostracizzandolo. Così oggi diciamo che si può uccidere fisicamente o moralmente: il tradimento è un'uccisione allegorica della coppia, al quale segue infatti o il lutto della separazione o la rinascita del perdono. Carlo Levi va più in profondità: le parole sono pietre; e Giampaolo Pansa continua: le pietre sono poi pallottole. E si riferisce agli attacchi ai magistrati Falcone e Borsellino, allo stesso modo in cui Selvaggia Lucarelli denuncia i tanti episodi di bullismo sui social o di revenge porn dei "leoni da tastiera". Le parole feriscono e uccidono. Ce lo aveva spiegato pure Gesù nel 'Vangelo di Matteo' che l'insulto, il disprezzo, l'odio sono omicidi, perché non amare è il primo passo per uccidere. Dorian Grey non uccide forse Sybil Vane ripudiandola, prima di uccidere fisicamente l'amico pittore Basil Hallward? La Bibbia ci dice come Caino risponde alla domanda di Dio: "Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?". Così parlano gli assassini: “non mi riguarda” e “non sono fatti tuoi”. E allora ha ragione Liliana Segre: l'indifferenza è la cosa più pericolosa.
Il vero potere non è poter uccidere, ma avere tutti i diritti di farlo, e trattenersi.
Schindler's List