Bernardo Tasso, il papà di Torquato, scrive in una lettera:
«Io anderò a stare a Sorrento come luogo più remoto e più comodo alla salute dell’animo
e del corpo». All’epoca Bernardo aveva già una figlioletta, Cornelia; nella
stessa lettera dice pure di aver perso un altro figlio, di nome Torquato, nato
a Salerno e morto poco dopo esser nato. Non è il nostro Torquato. Bernardo in
un’altra lettera ci dice che il Nostro è nato a Sorrento; e il poeta stesso ci
fornisce dettagli: «io nacqui del 1544, gli undici marzo, nel quale è la
vigilia di S.Gregorio». Il celebre Manfredi Fasulo trova tra le carte del notaio
G.B. di Maio di Sorrento (1535-1548) la nota datata 1543: «Il Magnifico Marino
Mastrogiudice affitta per tre anni continui al M.co Bernardo Tasso de Napoli,
certe sue case di più membri, con giardino, site dentro la Città nel loro detto
Prospetto. Fol. 29». La casa natia del Tasso sorgeva a picco sul mare in uno
dei corpi più interni che oggi compongono l’hotel Tramontano.
L’occasione di quest’articolo è dunque il compleanno del poeta sorrentino,
sempre più messo all’angolo nei programmi scolastici e purtroppo sempre meno
letto. Di Tasso non si ricorda più che egli è stato uno dei poeti italiani più
letti in Europa, né che abbia scritto anche dialoghi filosofici, trattati di
teoria poetica e un delizioso poema in endecasillabi ‘sulle sette giornate del mondo creato’ che non può non riportare
alla mente le riggiole di Chiajese in chi le ha ammirate a Capri o a Massa Lubrense.
Del poeta sorrentino si scherza sulla presunta pazzia, sul suo essere stato
internato, sul suo genuflettersi alla Chiesa della Controriforma. Insomma, vien
troppo facile contrapporre Tasso ad un Giordano Bruno, condannando il primo e
santificando il secondo, in nome della libertà. Torquato nasce nel 1544,
Giordano nel 1548: entrambi partono dal Sud, il primo gira l’Italia, il secondo
gira l’Europa. Il primo crede che la poesia (e il poeta) debba servire la
società (politica e chiesa), il secondo ce l’ha a morte con i pedanti di ogni
risma, religiosi o filosofi che siano. Il primo ha in testa un mondo ‘in-unum-versum’,
l’altro un mondo infinito e plurale. Il nostro tempo, così abituato ad usare la
parola ‘libertà’, si schiera facilmente. Eppure ‘la libertà di’ fare qualcosa
(Tasso) e ‘la libertà da’ concetti, sofismi, false credenze (Bruno) non possono
non dialogare. Ci sta pure la stroncatura del Tasso da parte di Galileo che gli
preferiva l’Ariosto. Ciò che ci sembra da stigmatizzare è il non interrogare più
la pagina tassiana. Da cosa partire allora? Dalla statua posta nell’angolo di piazza
Tasso? Io partirei dalla scritta che campeggia sul Teatro Massimo di Palermo: «L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita.
Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l'avvenire».