domenica 5 aprile 2020

Tre sonetti di Raffaello

I

Un pensier dolce è rimembrare e godo
di quello asalto, ma più grave el danno
del partir, ch'io restai come quei c'ànno
in mar perso la stella, s'el ver odo.

O lingua, di parlar disciogli el nodo
a dir di questo inusitato inganno,
ch'amor mi fece per mio grave afanno;
ma lui più ne ringratio, e lei ne lodo.

L'ora sesta era, che l'ocaso un sole
aveva fatto, e l'altro surse in locho
atto più da far fatti, che parole.

Ma io restai pur vinto al mio gran focho
che mi tormenta; chè doce l'uom sole
desirar di parlar, più riman fiocho.


II

Come non poddè dir d'arcana Dei
Paul, come disceso fu dal cielo;
così el mio cor d'uno amoroso velo
à ricoperto tutti i pensier mei.

Però quanto ch'io viddi e quanto io fei,
pel gaudio taccio, che nel petto cielo;
e prima cangerò nel fronte el pelo
che mai l'obligo volger penser rei.

E se quello alter almo in basso cede,
vedrai, che non sia a me, ma al mio gran focho
qual più che gli altri in la ferventia esciede.

Ma pensa ch'el mio spirto a pocho a pocho,
el corpo lasarà, se tua mercede
socorso non li dia a tempo e locho.


III

Amor tu m'encavasti con doi lumi
degli occhi dov'io me strugo e face,
da bianca neve e da rose vivace
da un bel parlar e d'onesti costumi,

tal che tanto ardo, che nè mar nè fiume,
spegner potrian quel focho, ma piace
poi ch'el mio ardor tanto di ben mi face,
ch'ardendo, ognor più d'arder mi consumi.

Quanto fu dolce el giogo e la catena
de' suoi candidi braci al col mio volti
che sciogliendomi io sento mortal pena.

D'altre cose io non dicho, chè son molti:
che soperchia dolcezza a morte mena,
e però taccio, a te i pensier rivolti.