Senz'altro questo periodo di forzata chiusura causa Covid ha avuto il vantaggio di riportare il problema 'scuola' al centro del dibattito della società civile. È bastata la prospettiva concreta dell'assenza della scuola in presenza per far prendere coscienza a tutti gli attori (studenti, docenti, genitori, meno alla politica) che la scuola è una delle colonne fondanti della società. Dovrebbe esserlo pure del futuro, ma nessuno ne parla se non con la solita retorica da oratorio. Il Ministro dell'Università, Gaetano Manfredi, l'aveva annunciato e i dati dell'ultimo sondaggio Svimez (giugno 2020) gli danno ragione: si prevedono meno 10.000 iscritti all'università, due terzi dei quali riguarderanno ragazzi del Sud Italia (-6.300 al Sud, -3.200 al Nord). Questo vuol dire che il divario tra il Nord e il Sud è destinato ad aumentare, con conseguente aumento delle disuguaglianze tra le due grandi macro aree del Paese. Del resto la didattica a distanza per le scuole d'obbligo (Dad) ha già mostrato questo divario: laddove si è fatta, se non fosse stato per l'intraprendenza di certi docenti e la risposta cooperativa di certi genitori, sarebbe stato un flop clamoroso. La mancanza di supporti tecnologici degli studenti più vulnerabili, la mancata preparazione di molti docenti (il 60% degli insegnanti delle scuole superiori in Italia ha più di 50 anni, in Francia solo il 31%), la mancata preparazione digitale degli adulti italiani dovrebbe indurre la politica a fare mea culpa, aggiustando tutto quello che nell'ultimo trentennio è stato fatto per smantellare la scuola e i programmi scolastici.
L'esperimento di didattica a distanza ha avuto una risposta dal basso. Studenti, insegnanti, genitori si sono fatti attori di quell'adozione del digitale che avrebbe dovuto esser già stimolata dalla politica. Le verifiche e i test interattivi, l'utilizzo di contenuti e libri digitali, l'utilizzo di un ambiente di apprendimento personalizzabile da parte dello studente, sono solo alcune delle tipologie che, per la loro efficacia, troveranno sempre più spazio nella didattica sul campo. È ovvio che la presenza in classe costituisce la base imprescindibile di ogni discorso serio sulla didattica: si impara stando insieme agli altri, perché l'educazione è una faccenda più complessa del mero saper ripetere nozioni. Un collega di New York mi ha detto: “sai, i nostri studenti americani hanno perso un’occasione umana, quella di vivere, anche se per un po', un altro Paese (Sorrento, ndr)”. Ha ragione, perché la scuola funziona solo se apre 'finestre' nello studente. Perciò, per evitare la strada che può portare a una situazione socialmente ed economicamente disastrosa, è necessario - ora! - pensare la strategia giusta che, partendo dalla scuola, sappia guardare più avanti e più lontano di come lo si sarebbe fatto nel periodo pre-Covid. In caso contrario, vedo solo il suicidio di un Paese che amava definirsi moderno.
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