sabato 25 luglio 2020

N.91 - PORTA



Napoli, città porosa.

Ci hanno abituato al 'Porta a porta' di Vespa, espressione che fa il verso alle campagne di marketing degli anni '90, politiche, religiose o d'altro che siano. Il che ci ha fatto credere che ci siano porte e porte, che certe sono occasioni e certe altre no, che al di qua di ogni porta c'è una zona franca dove si può pure essere il padrone supremo. In realtà 'porta', 'pori' e 'porto' hanno in comune la stessa radice greca, 'pòros', che sta ad indicare sia la via che l'espediente, il passaggio come la via d'uscita. Per questo non tutte le porte si possono aprire. I sacerdoti dell'antico Egitto, per esempio, erano convinti che chiudere certi passaggi mettesse ordine nelle cose. Platone invece fa l'opposto e ci parla di Poros quale padre di Eros, il disordinatore per eccellenza. Forse è per questo che gli innamorati ancor oggi credono di essere l'un per l'altro l'unica e sola chiave che apre la specialissima serratura del loro cuore. Per raddrizzare le cose certi Padri cristiani dovettero essere più esplciti: la donna è la porta dell'Inferno. 'Donna e città' è una similitudine molto in voga nel Medioevo, ma nel Settecento diventa poesia. La Napoli di fine Settecento, la Napoli ai tempi del Grand Tour conserva nei resoconti dei suoi visitatori entrambi gli aspetti, di 'porosità' e di 'perdizione'. Walter Benjamin così scrive: “Da qui la sera filtrano verso l'alto una luce opaca e una musica tenue; L'architettura è porosa come questa roccia. Edifici e azioni si trasformano gli uni nelle altre in cortili, arcate, scalinate. A tutto si lascia lo spazio per divenire teatro di nuove costellazioni mai viste prima. Si evita il definitivo, il codificato. Nessuna situazione, così com'è, sembra pensata per sempre, nessuna forma impone: 'così e non altrimenti”. Porosità intesa come commistione, come intrecci: Napoli è vista come unità di uomini e pietre, dove nessuna forma (sia essa sociale o architettonica) era “pensata per sempre”. Napoli è soggetta a un continuo divenire, un transitare da uno stato all’altro che è proprio il contrario del “tutto concluso” di Berlino, la città-caserma. Da qui il suo fascino e la sua dannazione. Se Dickens parla di Napoli a tinte nere, Nietzsche scrive: "A tutti i luoghi preferirei Sorrento, dove tornerei a farvi della musica, e migliore di allora! O Amalfi, o Castellammare. La solitudine a tu per tu con la solitaria natura fu finora il mio balsamo e rimedio; le città con quel trambusto di oggi, alla lunga mi rendono irritabile, triste, malsicuro, impacciato, sterile, malato. Invece per quei silenti paesi del Sud sento una nostalgia e una sorta di superstiziosa fiducia, come se laggiù, sia pur solo per qualche momento, io abbia respirato liberamente, come non mai altrove in vita mia". A Napoli il Lotto e l'Accademia reale trovano spazio, il mare e la terra si compenetrano, così come il fuoco del Vesuvio e le profondità del Golfo, l'antica Partenope e la Nea- (nuova) polis (città). Napoli assomiglia ad una porta perché è un ossimoro, così come il Sud assomiglia al passato d'un tempo e alla California del futuro (così dicono in giro). Se la città è -come diceva Barthes- il nostro specchio, allora viene da chiedersi se oggi Napoli riflette ciò che siamo o invece ciò che vorremmo essere, o addirittura ciò che dovremmo ma non vorremmo (più) essere. Il mistero resta. In fondo l'antro della Sibilla Cumana era nelle parti del Golfo come le Sirene dall'altro. Forse è così, allora. Napoli più che una porta, è un passaggio. Porta sempre da qualche altra parte.  

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