martedì 2 giugno 2020

Al tempo del Covid

Il coronavirus ridisegnerà il nostro modo di stare al mondo? All'inizio della pandemia il nostro Paese si è trovato di fronte alla scelta se rendere immediatamente zona rossa il territorio dei primi focolai, ovvero se chiudere o meno il polmone economico del Paese. Si è scelto 'ni'. Quando i casi sono aumentati al punto da mettere in ginocchio il sistema sanitario nazionale, qualcuno ha fatto trapelare la notizia che negli ospedali si era già in guerra, nella necessità cogente di scegliere a chi prestare le cure e chi sacrificare. Da qui, forse, la ferma decisione di chiudere il Paese. Non giudichiamo ferocemente chi, nell'assoluta incertezza, a causa di provvedimenti annunciati e solo poi resi effettivi, ha silenziato l'angoscia provocata dall’incertezza della situazione, con il precipitarsi a far ritorno a casa, barattando così ragionevolezza con tranquillità.
Già Gramsci diceva che i rapporti tra singolo e singolo, così come i rapporti tra singolo e collettività, in Italia erano caratterizzati dalla sfiducia. E dunque evitiamo di fare i moralisti dal divano di casa. Certo, è evidente che questa generazione non è pronta alla guerra, non è pronta al sacrificio personale. Resta inciso in loro il paradigma della modernità: il successo a tutti i costi, ovvero la 'tua supremazia' sugli altri, che nel contesto virus diventa 'la tua sopravvivenza prima di tutto'. Ciò su cui dobbiamo porre l'attenzione è questo, che la parola 'noi' non si slancia più in verticale, abbracciando generazioni differenti, ma si estende invece in senso orizzontale, abbracciando tutt’al più 'quelli che sono nella mia rete'.  

Che ci fosse stata una frattura tra le generazioni se ne accorse Aldo Moro, dandone contezza in un discorso durante un congresso della DC. Disse di guardare in profondità cosa stesse accadendo in quegli anni ('70, ndr), di non fermarsi alla superficie e di impegnarsi affinché si trovasse il modo di dare risposte a quella parte di società che aveva smesso ogni relazione con l'altra. Erano gli anni in cui tra figli e genitori non v'era nessun tipo di comunicazione. Erano gli anni in cui Pasolini denunciava il fascismo della società di massa, il fascismo della televisione che stava apportando un genocidio culturale irreparabile. Erano gli anni in cui lo stesso Aldo Moro, da prigioniero delle Brigate Rosse, scriveva lettere al segretario del suo partito Zaccagnini ripetendo tra le righe quella massima che egli soleva ripetere ai suoi studenti universitari: “la persona viene prima di tutto”. Una massima che viene dal mondo cristiano, ovviamente. Con il collega, Giorgio La Pira, nei lavori per la Costituente spiega che la persona ha diritti a prescindere dallo Stato, il quale non li deve concedere, bensì riconoscere. Soprattutto lo Stato italiano democratico, in netta antitesi a quello fascista.  

Ritorniamo ora al punto di sopra e chiediamoci se la quarantena forzata non abbia portato allo scoperto la cruda realtà, che è l'economia ad orientare l'agenda politica e non certo gli ideali di destra o sinistra. Continuiamo poi col chiederci se ha ancora senso parlare di politica o se invece tutto si riduca alla politica economica. Perché noi, più di altri, abbiamo scritto nella Costituzione che il lavoro ha un valore sociale ancorché di realizzazione personale. Infine, parliamo della nostra Pen-isola sorrentina. Chiediamoci come si sta affrontando la costruzione del dopo, e se si stanno tenendo insieme ‘persona’ e ‘lavoro’. Perché se la vostra risposta è uguale alla mia, allora la sfiducia (di cui sopra) questa volta affosserà le radici delle Istituzioni.   


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