Il dibattito pubblico scaturito in molti Paesi a seguito del prolungato lockdown affronta un difficile compromesso tra salute ed economia. Come ha scritto Mario Draghi, se molti soffrono per la scomparsa dei loro cari (loss of life), molti di più soffriranno per la loro stessa possibilità di sopravvivere (loss of livelihood).
Mi hanno girato uno studio comparato condotto in Italia, Spagna e Regno Unito tra il 24 aprile e il 1° maggio, sulle conseguenze del lockdown. Sorprendentemente i cittadini di questi tre paesi che hanno affrontato la pandemia in modo abbastanza diverso tra loro, si aspettano la medesima cosa, che il loro governo comunichi meglio la strategia per uscire dalla crisi sanitaria ed economica. Che vuol dire? Che i cittadini sapevano perché il prezzo del caffè al bar sarebbe aumentato così tanto. I cittadini hanno paura: chi ha la partita iva sa già che perderà almeno un terzo del fatturato e chi ha un contratto da dipendente non è detto che avrà ancora il lavoro. In più, gli effetti economici del virus stanno creando ulteriori disuguaglianze e divisioni. Semplifichiamo: chi ha avuto la possibilità di fare il suo lavoro da remoto, pagato con lo stesso salario, vive una situazione ben diversa da quegli imprenditori che hanno dovuto sospendere la produzione o da quegli artigiani che non hanno potuto lavorare su internet. Amazon, Alibaba e altri colossi in questa crisi hanno conquistato altre fette di mercato. Che vuol dire? Che non solo le piccole e medie imprese, ma soprattutto i negozi potrebbero essere decimati. Oltre a questo, ci troviamo di fronte a un secondo ordine di problema. Da una parte c'è il bisogno dei lavoratori inattivi (stare a casa ma con la possibilità di poter pagare le bollette), dall'altra il bisogno delle aziende (aumento dei prezzi per la sopravvivenza, copertura dalla responsabilità se i loro dipendenti si ammalano). Entrambi gli interessi si compenetrano: cittadini e imprese devono essere 'solventi' rispetto ai loro debiti, pena il fallimento.
Ho chiamato allora alcuni colleghi economisti e storici d'Oltreoceano per discutere del mio crescente allarme per il futuro. Quasi tutti sono meno pessimisti di me facendomi notare che, nonostante solo il 20% dei lavoratori stia producendo prodotto, i mercati azionari stanno reggendo; il che li fa essere alquanto ottimisti reputando che i cambiamenti riguarderanno certe tipologie di lavoro e saranno drastici solo per quei lavoratori poco specializzati. Da parte mia continuo a vederla nera specie se guardo la penisola sorrentina, in cui il lavoro è già settoriale. Pur pensando ad una ripresa nella stagione prossima, il quadro peninsulare autunnale - invernale si preannuncia a tinte fosche: deficit di imprese, collasso delle attività imprenditoriali, decrescita economica, chiusura dell'offerta culturale. Poiché i Comuni sono in prima linea per il fatto che conoscono la realtà del territorio, se vogliamo mantenere il benessere della nostra Penisola, non ci resta che creare un guardrail fatto di forte collaborazione tra gli amministratori locali, di azioni congiunte e condivisioni di intenti e di controllo. C'è bisogno di far fronte unito contro i gravissimi problemi che si prefigurano all'orizzonte, problemi economici e dunque sociali, che richiedono la messa in discussione degli interessi individuali. Non si può tornare indietro, a questo punto non si tratta più di ideologia: o la giustizia sociale diventa una realtà, o anche la Penisola sorrentina di dopo sarà terribilmente individualista.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.