lunedì 14 settembre 2020

N.94 Virtù

Qual è il tuo talento?


Quindici anni fa, preda di quell'entusiasmo giovanile misto ad arroganza che ti fa credere di poter cambiare il mondo, mi misi a buttar giù uno dei miei primi libri, collaborando con un amico. Poiché il tema era ostico, pensavo che un libro a quattro mani potesse essere un surrogato di quello che Socrate raccomandava, cioè di dialogare con altri per trovare la verità: fresco di laurea, mi pareva il modo più intelligente per occuparmi di un tema veramente ostico, quello della virtù. A distanza di 3 lustri sto rivedendo molte di quelle posizioni, ma la domanda di partenza mi risuona ancora dentro: che virtù e che valori, per l'uomo di domani? Si capisce che io, giovane, mi rivolgevo a giovani, criticando tutto quello che all'epoca ci veniva offerto come "valore": essere efficienti, sapersi adattare, saper vincere, saper trasformare le sconfitte in opportunità, tutte cose che ti insegnano al corso di marketing e che la società tenta di applicare a tutti gli altri aspetti della vita. Deciso ad accantonare la parola 'valore' perché sa troppo di economia, visto che pure i 'valori' non se la passano bene, infarciti come sono della retorica da oratorio buona per i temi da quinta elementare, provammo a riprendere il concetto di virtù. Concetto che viene direttamente dalla cultura greca per la quale 'virtù' e 'valore' sono sinonimi, come lo sono 'bello e buono', cosa che sanno tutte le ragazzine che ancora oggi sognano il principe azzurro bello e buono. I greci dicevano che 'aretè' è la capacità (di qualsiasi cosa, animale o persona) di assolvere bene il proprio compito. Non c'entra niente la morale: l'aretè della vacca è fare il latte, quella dell'eroe è uccidere e far stragi. Insomma la virtù coincide con la realizzazione dell'essenza innata di quella cosa o di quella persona, niente a che vedere con la morale. Sono i cristiani ad averci insegnato che 'vizi' e 'virtù' sono opposti, perché pur rileggendo Platone (e le sue 4 virtù che in seguito verranno chiamate 'cardinali') e Aristotele (che distingueva le virtù morali da quelle intellettuali) per il cristiano la vera virtù sta nel farsi 'simile a Cristo'. Poiché alcuni hanno finito per confondere "il ben di Dio" con altro, tutto il discorso è degenerato e la virtù di cui parla don Chisciotte è ormai una parola vuota, che fa ridere, qualcosa di superato. Tanto la virtù si stacca da chi è 'aristos (migliore) che a fine Ottocento, quando sul palco c'è la borghesia, 'virtuoso' diventa sinonimo di 'eccellente': ancora oggi sentite che Ronaldo è un virtuoso del pallone come il Maestro Bosso lo era del pianoforte. Roba da primato, insomma. Eppure, se volessimo adattare la lezione greca al mondo di oggi, la questione sulla virtù diventerebbe una domanda sul talento: ognuno di noi ha un talento, ognuno di noi è fatto per fare bene una cosa, dall'impastare dolci a dirigere un Paese. Trovare il proprio talento resta quel passo fondamentale che già Socrate ammoniva di compiere, quando ricordava il famoso 'Conosci te stesso' scolpito sul tempio a Delfi. Sembra di esser ritornati alla religione, ma non è così: in fondo, per il discorso fatto, che cosa vuol dire 'conoscere se stessi' se non 'salvare la propria vita' e renderla effettivamente quella che è, cioè unica e irripetibile?

Se vuoi assaporare la virtù, pecca qualche volta.
Ugo Ojetti

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