domenica 29 novembre 2020

N. 99 - TRAGEDIA

LO SFONDO FA LA TRAGEDIA.

Dante scrive la Commedia e spiega egli stesso la scelta del titolo, per il fatto che vi è una progressione "dal male al bene": l'opera inizia in un contesto segnato da negatività, con linguaggio e contenuti "bassi" (l'Inferno) ma termina con linguaggio e contenuti "alti", nonché con la soluzione del dramma iniziale dell'autore (nel Paradiso). Non ha niente a che vedere con il 'tragicomico', che è un avvenimento o una situazione che ha aspetti comici e drammatici. Esempio di questo: Italo Svevo, lo scrittore triestino, al secolo Aron Hector Schmitz, la cui vita passa dall’insuccesso dei primi romanzi alla disistima familiare nei confronti del suo lavoro letterario, fino all'entrata di diritto tra i grandi della letteratura italiana. Sembra il copione di tutte le storie portate poi sul grande schermo hollywoodiano o nei testi delle canzoni di Achille Lauro e Fedez, storie di insuccesso e di riscatto; a cui seguono poi le storie di laiche beatificazioni posteriori, come nel caso del matematico norvegese Abel che, morto per povertà, se ne osanna la memoria postuma con uno dei premi più prestigiosi del settore, riservato ai matematici non norvegesi. Quand'anche suoi giornali si legge di 'tragedie' ci si riferisce ad altro, si vuol dire che è successo qualcosa di negativo, di doloroso, di criminale da qualche parte. Facciamo invece a fare un excursus, partendo da Shakespeare, le cui opere più famose sono proprio tragedie. La tragedia shakespeariana presenta una sequenza narrativa costante, il cui punto d’approdo è invariabilmente costituito dalla morte dell’eroe, la quale poi conclude l’azione. Per Shakespeare, affinché si possa parlare di ‘tragedia’, non solo è necessario che sia il protagonista a morire, ma è anche necessario che la sua morte ‘chiuda’, per così dire, l’azione. Oltre a una valenza poetica, assume anche un preciso senso filosofico: la scelta di chiudere l’azione con la morte dell’eroe rimanda lo spettatore alla sua propria morte. Perché l'eroe muore? Perché incapace di leggere il mondo e i suoi segni. È certamente vero che Otello non sa leggere le parole di Iago; tuttavia, la sua caduta non sembra imputabile solo al suo errore ma anche a una serie di circostanze contingenti, quali il famoso smarrimento del fazzoletto da parte di Desdemona o, più in generale, la condizione di bisogno nella quale viene a trovarsi Cassio dopo la sua destituzione. Circostanze e contingenze talmente vaste, intricate, imprevedibili da sfuggire al dominio anche dei più virtuosi. Così come in Romeo and Juliet, errori e colpe varie, pur rilevanti, non sono gli unici responsabili della tragica fine dei due giovani sposi: contro gli innamorati “avversati dalle stelle” giocano anche una serie di equivoci e, soprattutto, una tempistica estremamente sfavorevole: dalla lettera non recapitata di Frate Lorenzo all’arrivo a sua volta intempestivo di Romeo nella cripta − poco prima, cioè, che Giulietta si risvegli. La lezione shakesperiana potrebbe essere sintetizzata così: l’uomo sbaglia, tuttavia esser buoni o virtuosi non basta per aver buona fortuna. Una cosa che ci spiegherà terra terra Lucia, nei Promessi Sposi: esser buoni non scongiura la possibilità di subire il male. Diversa idea del tragico nel mondo greco, dove libertà e destino sono lo sfondo della tragedia. I greci videro "la crudeltà della natura", videro che la natura genera e distrugge, lo stesso che ripeterà Leopardi quando chiamerà la natura "madre e matrigna". Volendo riassumere, dovremmo dire che il cuore della tragedia greca è la contraddizione tra 'vita e morte'. Mentre in Omero la dimensione crudele dell'esistenza è raccontata come in un film, nella tragedia questa dimensione non è osservata ma diventa un'esperienza del soggetto: lo spettatore che guardava si rispecchiava nel protagonista perché lui già conosceva il mito che andava a vedere. Per questo il tragediografo lavorava sulle metafore, sull'ambiguità, sul dilemma, facendo così del doppio il linguaggio intimo della tragedia. Esempio: quando Agamennone torna dalla guerra di Troia accolto dalla moglie Clitennestra, ella lo invita ad attraversare la porta, ma la porta a cui si riferisce non è letteralmente quella della casa, bensì quella dell'Ade, del regno dei morti. Ancora: per propiziarsi la dea Artemide ed avere vento favorevole per le navi nel ritorno da Troia deve sacrificare la figlia Ifigenia; ora lui è 'padre' e 're'; in quanto re deve essere all'altezza dell'onore pubblico e dunque sacrificare la figlia, in quanto padre, vive l'ansia, il dolore e l'angoscia che lo rendono pazzo. Questa dimensione della doppiezza dà l'idea che il singolo è posto tra potenze che lo costringono: vivere vuol dire sapersi districare tra queste potenze, in questo sta tutta la grandezza dell'uomo. Il quale è chiamato a trovare la misura, a trovare il giusto mezzo, assumendosene poi la responsabilità. Basta questo per rendersi conto di come è diverso il mondo di oggi, votato al carnevale perenne.        

Il mondo ha sempre riso delle proprie tragedie
- Oscar Wilde -  



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