VIVA IL
POPOLO,
ABBASSO IL POPULISMO!
Ero all’Ambasciata italiana a Washington ad ascoltare Philippe Daverio,
antropologo e storico dell’arte morto quest’anno. A cena condivisi con lui lo
stesso tavolo, il che ci permise di scambiare qualche battuta: parlammo del suo
intervento e ci soffermammo su Marx, l’Expo cinese e i populisti nostrani.
Ricordo che mi raccontò un aneddoto particolare, suggerendomi di utilizzarlo
come prova di una qualche forma di provvidenza che gli permetteva di trovare
ciò che altri non erano riusciti a trovare mai. Un esempio? Come avesse
arricchito la nota a pie’ pagina dello studio di Panofsky sulla Rinascenza, trovando per caso, in Maremma, il libro ‘La mare au
diable’ di George Sand, l’amante di Chopin, nel quale compare
per la prima volta il termine ‘Rinascita’; parola che in quegli anni (1857) si
combina col ‘Risorgimento’ italiano e dà vita al ‘Rinascimento italiano’.
Finii col rivelarmi un’altra chicca a proposito del suo intervento su Marx. Mi
disse che a causa della forte presenza canina che affligge la sua casa
milanese, aveva separato il suo studio dal resto della casa, scegliendo una
stanza a cui si accedeva attraverso un terrazzo. Sul balcone la moglie stava
facendo crescere il bambù che i cani presero a mangiucchiare come fossero
asparagi; fu la stessa moglie a spingere contro i bambù superstiti una grossa
panchina di ghisa sulla quale poggiò dei libri, presi alla rinfusa. Temendo la
pioggia, Daverio prese il primo libro che era finito in cima, ‘il Popolo’ di
Jules Michelet (1846). Se lo porta dentro e per il suo essere un po’ vecchiotto
comincia a leggerlo, scoprendo che l’autore ipotizza una divisione della
società in classi secondo l’opposizione ‘città’ e ‘campagna’. Il ‘Capitale’ di
Marx, uscito nel 1867, propone la divisione della società tra ‘forze di
produzione’ e ‘classi sociali’. Daverio aveva trovato che negli stessi anni
c’erano due modi opposti di intendere la società. Così concluse: “due sono le
possibilità, o ho un culo così, oppure c’è la provvidenza”. Passammo a parlare
di ‘popolo’. Era d’accordo con Cacciari, il popolo non esiste, il popolo si
divide in ‘parti’ ognuna delle quali ha un suo interesse, per questo nascono ‘i
partiti’, il cui rappresentante è chiamato a collaborare con gli altri
rappresentanti per trovare, tramite compromessi accettabili, il migliore
interesse possibile. Stava parlando di politica, quella alta, quella che non
aveva niente a che fare con i populisti di cui si leggevano gli sproloqui su
internet e sui giornali. Poiché il popolo non esiste come entità a sé, non è
capace di operare distinzioni (cioè pensare ‘le parti’) e per dimostrarmelo mi
invitò a ricordare il ‘Popolo’, il giornale
fondato da don Luigi Sturzo, che era vicino al Partito Popolare Italiano e che,
sciolto dal fascismo, divenne poi organo della Democrazia Cristiana. Nel primo
numero, datato 11 settembre, in prima pagina si leggeva il manifesto ideale del
giornale, quello che oggi si tradurrebbe con la ‘Mission’: “propugnare le
cause, difendere gli interessi, e proclamare i diritti dei Comuni sarà nostro compito speciale”. Il giornale voleva
creare una rete tra le istanze dei Comuni e il governo centrale. Per farlo “ci
studieremo di esser semplici e chiari come si conviene ad un giornale del
popolo”. “Ecco – proruppe Daverio, che citava a memoria – la semplificazione
delle cose porta solo alla demagogia e al trash, specie in politica: per questo
a Montecitorio abbiamo pagliacci vestiti in abito scuro che al massimo sanno
ruttare!”
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.