domenica 27 dicembre 2020

N.101 - POPOLO


VIVA IL POPOLO, ABBASSO IL POPULISMO!

Ero all’Ambasciata italiana a Washington ad ascoltare Philippe Daverio, antropologo e storico dell’arte morto quest’anno. A cena condivisi con lui lo stesso tavolo, il che ci permise di scambiare qualche battuta: parlammo del suo intervento e ci soffermammo su Marx, l’Expo cinese e i populisti nostrani. Ricordo che mi raccontò un aneddoto particolare, suggerendomi di utilizzarlo come prova di una qualche forma di provvidenza che gli permetteva di trovare ciò che altri non erano riusciti a trovare mai. Un esempio? Come avesse arricchito la nota a pie’ pagina dello studio di Panofsky sulla Rinascenza, trovando per caso, in Maremma, il libro ‘La mare au diable’ di George Sand, l’amante di Chopin, nel quale compare per la prima volta il termine ‘Rinascita’; parola che in quegli anni (1857) si combina col ‘Risorgimento’ italiano e dà vita al ‘Rinascimento italiano’.
Finii col rivelarmi un’altra chicca a proposito del suo intervento su Marx. Mi disse che a causa della forte presenza canina che affligge la sua casa milanese, aveva separato il suo studio dal resto della casa, scegliendo una stanza a cui si accedeva attraverso un terrazzo. Sul balcone la moglie stava facendo crescere il bambù che i cani presero a mangiucchiare come fossero asparagi; fu la stessa moglie a spingere contro i bambù superstiti una grossa panchina di ghisa sulla quale poggiò dei libri, presi alla rinfusa. Temendo la pioggia, Daverio prese il primo libro che era finito in cima, ‘il Popolo’ di Jules Michelet (1846). Se lo porta dentro e per il suo essere un po’ vecchiotto comincia a leggerlo, scoprendo che l’autore ipotizza una divisione della società in classi secondo l’opposizione ‘città’ e ‘campagna’. Il ‘Capitale’ di Marx, uscito nel 1867, propone la divisione della società tra ‘forze di produzione’ e ‘classi sociali’. Daverio aveva trovato che negli stessi anni c’erano due modi opposti di intendere la società. Così concluse: “due sono le possibilità, o ho un culo così, oppure c’è la provvidenza”. Passammo a parlare di ‘popolo’. Era d’accordo con Cacciari, il popolo non esiste, il popolo si divide in ‘parti’ ognuna delle quali ha un suo interesse, per questo nascono ‘i partiti’, il cui rappresentante è chiamato a collaborare con gli altri rappresentanti per trovare, tramite compromessi accettabili, il migliore interesse possibile. Stava parlando di politica, quella alta, quella che non aveva niente a che fare con i populisti di cui si leggevano gli sproloqui su internet e sui giornali. Poiché il popolo non esiste come entità a sé, non è capace di operare distinzioni (cioè pensare ‘le parti’) e per dimostrarmelo mi invitò a ricordare il
‘Popolo’, il giornale fondato da don Luigi Sturzo, che era vicino al Partito Popolare Italiano e che, sciolto dal fascismo, divenne poi organo della Democrazia Cristiana. Nel primo numero, datato 11 settembre, in prima pagina si leggeva il manifesto ideale del giornale, quello che oggi si tradurrebbe con la ‘Mission’: “propugnare le cause, difendere gli interessi, e proclamare i diritti dei Comuni  sarà nostro compito speciale”. Il giornale voleva creare una rete tra le istanze dei Comuni e il governo centrale. Per farlo “ci studieremo di esser semplici e chiari come si conviene ad un giornale del popolo”. “Ecco – proruppe Daverio, che citava a memoria – la semplificazione delle cose porta solo alla demagogia e al trash, specie in politica: per questo a Montecitorio abbiamo pagliacci vestiti in abito scuro che al massimo sanno ruttare!”    

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