mercoledì 27 gennaio 2021

N. 103 - CARTA

 CARTA-CORPO.

“Carta canta” si dice spesso, quando si hanno le prove di qualcosa, in una metafora in cui il libro ha corpo e le parole sono voce. ‘Mettere su carta’ ha lo stesso significato di ‘mettere nero su bianco’, vuol dire ‘stabilire’, ‘fermare le cose’, perché “verba volant, scripta manent”, “la parole volano, le cose scritte rimangono”. La carta ferma le cose. Lo sa bene chi ha scritto almeno una volta una lettera d’amore, lo sanno bene i Padri che scrissero la Carta, quella che con la C maiuscola indica la nostra Costituzione. ‘Mettere per iscritto’ le cose dà sicurezza, perché la carta costituisce una prova, vale più di qualsiasi parola; solo la parola giurata sulla prima opera messa su carta, la Bibbia, ha più valore. Hammurabi, il re dei Babilonesi comprese l’importanza di render chiara a tutti la legge, per cui  raccolse su pietra il Codice che è fra le più antiche raccolte di leggi del pianeta; secoli dopo l’imperatore Giustiniano prende spunto e su pergamena sistema l’intero Corpus del diritto romano. Pure la Chiesa dovette abituarsi e per non perdere terreno sistemò il diritto canonico, mettendolo nero su bianco. Chiose, glosse, commenti successivi sono possibili a partire dal dato stabile del testo scritto: l’ipertesto – come lo conosciamo noi con Internet – nasce negli scrittoi della Abbazie medievali. È questo il tempo in cui comincia a diffondersi la carta e dalla seconda metà del ‘200 la si comincia a produrre in Italia, probabilmente importata da Damasco attraverso Costantinopoli. L’imperatore Federico II la trovava di pessima qualità, tanto che nel Regno delle Due Sicilie gli atti pubblici continuavano ad essere redatti su pergamena. Fu con Gutenberg, il tipografo tedesco del ‘400 che la carta ebbe il suo ruolo da protagonista: con l’invenzione del torchio nacquero cartiere in mezza Europa e molte personalizzavano la miscela per ottenere prestazioni migliori. Al di là di questo dobbiamo dire che senza la carta non avremmo avuto quell’esplosione di libri stampati che si registrarono a cavallo tra la vecchia e la nuova era. La carta ha segnato la diffusione del libro che, infatti, con Aldo Manuzio divenne di piccolo formato, adatto ad esser portato con sé durante i lunghi viaggi in Europa. Il libro su carta era certamente spartano, le versioni stampate da Gutenberg avevano spazi vuoti che il cliente poteva far miniare a piacimento, certamente nulla di paragonabile ai grandi manoscritti medievali finemente lavorati, men che meno al capolavoro che era la Bibbia di Borso d’Este. Tuttavia quei libri su carta furono lo strumento che permise la diffusione della cultura.           
La carta comincia ad essere prodotta dagli alberi solo a partire dal 1800, il cui procedimento meccanizzato ne fece crollare il prezzo: per questo motivo nacquero i giornali, un altro straordinario veicolo per la diffusione delle notizie e per accendere il dibattito pubblico. Insomma, la nostra storia occidentale coincide strettamente con la storia della carta. Qualcuno si sta chiedendo se gli ebook soppianteranno definitivamente la carta: Umberto Eco non ci credeva, diceva che solo i libri ‘da consultare’ sono sostituibili elettronicamente perché effettivamente ingombranti; i libri ‘da leggere’ invece sono fatti per essere presi in mano, si adattano alla nostra anatomia, a come desideriamo sfogliarli per calmare la cervicale, sono pensati per poter essere sfogliati in qualsiasi posizione. La carta, lasciandosi accarezzare, rimanda al ‘libro-corpo’, ci dà l’impressione che le parole non siano ‘vento’ ma qualche altra cosa: Petrarca lo sapeva bene, ma pure chi ha letto Madame Bovary in un’edizione economica trovata a buon prezzo su una bancarella.
 

Non è niente Raquel, è carta. È carta, lo vedi? È carta.     
Professore, La casa di carta.


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.