CARTA-CORPO.
“Carta
canta” si dice spesso, quando si hanno le prove di qualcosa, in una metafora in
cui il libro ha corpo e le parole sono voce. ‘Mettere su carta’ ha lo stesso
significato di ‘mettere nero su bianco’, vuol dire ‘stabilire’, ‘fermare le
cose’, perché “verba volant, scripta manent”, “la parole volano, le cose
scritte rimangono”. La carta ferma le cose. Lo sa bene chi ha scritto almeno
una volta una lettera d’amore, lo sanno bene i Padri che scrissero la Carta, quella
che con la C maiuscola indica la nostra Costituzione. ‘Mettere per iscritto’ le
cose dà sicurezza, perché la carta costituisce una prova, vale più di qualsiasi
parola; solo la parola giurata sulla prima opera messa su carta, la Bibbia, ha
più valore. Hammurabi, il re dei Babilonesi comprese l’importanza di render chiara
a tutti la legge, per cui raccolse su
pietra il Codice che è fra le più antiche raccolte di leggi del pianeta; secoli
dopo l’imperatore Giustiniano prende spunto e su pergamena sistema l’intero Corpus
del diritto romano. Pure la Chiesa dovette abituarsi e per non perdere terreno
sistemò il diritto canonico, mettendolo nero su bianco. Chiose, glosse,
commenti successivi sono possibili a partire dal dato stabile del testo
scritto: l’ipertesto – come lo conosciamo noi con Internet – nasce negli scrittoi
della Abbazie medievali. È questo il tempo in cui comincia a diffondersi la
carta e dalla seconda metà del ‘200 la si comincia a produrre in Italia,
probabilmente importata da Damasco attraverso Costantinopoli. L’imperatore Federico
II la trovava di pessima qualità, tanto che nel Regno delle Due Sicilie gli
atti pubblici continuavano ad essere redatti su pergamena. Fu con Gutenberg, il
tipografo tedesco del ‘400 che la carta ebbe il suo ruolo da protagonista: con
l’invenzione del torchio nacquero cartiere in mezza Europa e molte
personalizzavano la miscela per ottenere prestazioni migliori. Al di là di
questo dobbiamo dire che senza la carta non avremmo avuto quell’esplosione di
libri stampati che si registrarono a cavallo tra la vecchia e la nuova era. La
carta ha segnato la diffusione del libro che, infatti, con Aldo Manuzio divenne
di piccolo formato, adatto ad esser portato con sé durante i lunghi viaggi in
Europa. Il libro su carta era certamente spartano, le versioni stampate da
Gutenberg avevano spazi vuoti che il cliente poteva far miniare a piacimento,
certamente nulla di paragonabile ai grandi manoscritti medievali finemente
lavorati, men che meno al capolavoro che era la Bibbia di Borso d’Este.
Tuttavia quei libri su carta furono lo strumento che permise la diffusione
della cultura.
La carta comincia ad essere prodotta dagli alberi solo a partire dal 1800, il
cui procedimento meccanizzato ne fece crollare il prezzo: per questo motivo
nacquero i giornali, un altro straordinario veicolo per la diffusione delle
notizie e per accendere il dibattito pubblico. Insomma, la nostra storia
occidentale coincide strettamente con la storia della carta. Qualcuno si sta
chiedendo se gli ebook soppianteranno definitivamente la carta: Umberto Eco non
ci credeva, diceva che solo i libri ‘da consultare’ sono sostituibili
elettronicamente perché effettivamente ingombranti; i libri ‘da leggere’ invece
sono fatti per essere presi in mano, si adattano alla nostra anatomia, a come
desideriamo sfogliarli per calmare la cervicale, sono pensati per poter essere
sfogliati in qualsiasi posizione. La carta, lasciandosi accarezzare, rimanda al
‘libro-corpo’, ci dà l’impressione che le parole non siano ‘vento’ ma qualche
altra cosa: Petrarca lo sapeva bene, ma pure chi ha letto Madame Bovary in un’edizione
economica trovata a buon prezzo su una bancarella.
Professore, La casa di carta.
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