sabato 1 maggio 2021

N. 109 - UTOPIA

LEGGI!

Il significato lo inventa Platone (IV secolo a.C.), la parola la inventa Tommaso Moro (1500 d.C.). Nei suoi ‘dialoghi’ Platone usa la parola ‘atopon’ tutte le volte che il discorso ‘va fuori strada’: letteralmente il termine vuol dire ‘fuori luogo’. Il Simposio, il dialogo sull’amore, ne è l’emblema: Socrate, sotto l’attacco di ‘atopia’, se ne sta immobile sotto un portico, fisso come un palo. Questo perché la ragione - si sa!- quando parla di cose come l’amore, va fuori strada (atopon). Tommaso Moro invece inventa la parola ‘utopia’, giocando con la grammatica greca. Scrive un libro in cui descrive un mondo ideale (‘topon’) che non c’è (‘ou’) ma che bisogna realizzare. È questo il senso di quella negazione ‘ou’ che in greco è usata vicino ai verbi e non vicino ai nomi. L’utopia è insomma qualcosa che non c’è ancora ma che si può realizzare, qualcosa di ‘irrealizzato’ che si può però realizzare. Due secoli prima S.Francesco aveva addirittura parlato di come realizzare l’impossibile, a piccoli passi, giorno per giorno: lui credeva che non fosse impossibile seguire prima fra tutte la strada indicata da Cristo, quella di farsi ultimi tra gli ultimi. Ma nel Rinascimento la questione riguarda la collegialità, il mito della grande Roma è qualcosa da resuscitare letteralmente ed è per questo che Piero della Francesca dipinge ‘la città ideale’ come una piazza, con le colonne che ricordano Roma e i palazzi che hanno per la prima volta il balcone, anticipando un certo gusto settecentesco. ‘Ideale’ e ‘utopico’ diventano sinonimo di ‘cose campate in aria’: l’urbanistica delle città è quella che è, il gusto si adegua alle tasche e i sogni di architettura rimangono tali, appunto sogni, almeno fino ai tempi nostri quando la speculazione edilizia giustificata da un ipocrita ‘ai miei figli che lascio?’, permette finalmente ad ogni italiano di realizzare la fantasia che ha sempre cullato, quella di essere un principe rinascimentale, di avere la propria villetta contornata da un piccolo giardino e lì di comandare indisturbato. Quando anche in Italia arriva il vento delle ideologie, poiché esse parlano di cose che una ‘massa’ deve realizzare e che non esistono ancora, si finisce col fare confusione e si confonde l’ ‘ideologia’ con l’‘utopia’: utopico diventa tutto ciò che sta fuori dalla portata del singolo. Pasolini ce la mette tutta a spiegare che ci hanno venduto a tutti lo stesso sogno, quello americano, quello di poter essere qualcuno e contare qualcosa. Non più in massa, non più come membro di una società, ma in quanto singolo, come ‘uno che si è fatto da sé’. Per essere un uomo di successo bisogna essere fattivi, pragmatici, a tratti cinici, conta il risultato, conta il tempo, conta quello che sai fare: l’utopia non ha più spazio, diventa la cifra per dire l’essere inadattati, per dire che si ha la testa altrove, per dire che non si è sul pezzo. Non importa che ‘utopico’ era immaginare lo smartphone, internet o l’atterraggio in verticale di un razzo spaziale; né che l’utopia sia intesa oggi da milioni di giovanissimi come ‘eu-topia’, cioè come ‘luogo bello’ e per questo protestano e si danno da fare per il nostro Pianeta. A noi altri, a cui hanno dato qualche sogno come surrogato, ci hanno fatto credere che pure parlare di utopia è inutile: al pari della letteratura.

Noi abbiamo bisogno di uomini capaci di immaginare ciò che non è mai esistito.
(John Fitzgerald Kennedy)

   

 

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