TOLLERANZA ZERO
Sopportare qualcosa di spiacevole senza essere danneggiati, questo vuol dire la parola ‘tolleranza’. Si è tolleranti verso qualcuno le cui azioni non sarebbero state per noi accettabili. Si è tolleranti verso chi sbaglia, insomma. Perché lo si fa? Per guadagnarsi un posto in Paradiso, per quieto vivere o forse anche perché non si ha altra scelta. Il paradosso è che se si è tolleranti sempre e comunque, con l’andare del tempo gli intolleranti spazzeranno via i tolleranti. Ripetiamo il concetto con un altro esempio. La Costituzione stabilisce la libertà del cittadino ma nel contempo stabilisce anche tutti i diritti/doveri che funzionano da ostacoli all’esercizio assoluto della libertà, frenando in primis quelle espressioni della libertà che, per esempio, vorrebbero distruggere lo Stato (anarchia). Per dirla ancora più chiaramente, aveva ragione Cesare: se vuoi la pace, prepara la guerra. Non si può essere pacifisti ad oltranza, sempre e comunque, così come non si può essere liberali in tutto e per tutto, così come non si può essere tolleranti a prescindere. Si può essere liberali, pacifisti e tolleranti fin quando chi ho di fronte non attenti alla mia libertà in nome della sua, fin quando non minacci la mia pace e la mia serenità usando contro di me il mio pacifismo e la mia tolleranza. Insomma, tollerare gli intolleranti è un pericolo. Pur essendo un paradosso da cui partire per fare buona filosofia, i fatti di cronaca ci danno una testimonianza che le cose si complicano quando riguardano la religione e la politica. Di Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Gerusalemme, si ricorda la tolleranza: parlava sei lingue (tra cui l'ebraico e l'arabo) teneva regolarmente a corte incontri tra saggi cristiani, ebrei e arabi; la sua guardia personale era composta da soldati saraceni; proteggeva Lucera, la città saracena in Puglia; quando a Gerusalemme, in onore del re cristiano lì in visita impedirono al muezzin di richiamare i fedeli alla preghiera col solito canto, protestò e ordinò che si lasciasse la libertà agli infedeli di esercitare il loro culto. Questi esempi di tolleranza furono usati dagli intolleranti per accusare di infedeltà l'imperatore in persona, primo fra tutti il Papa che infatti lo scomunicò a stretto giro. Se nel Medioevo bastava che chi deteneva il potere fosse tollerante (vedi re Ferdinando III di Castiglia o il Saladino) il problema della tolleranza tenne banco nell'Illuminismo. E si capisce pure il perché, dal momento che quello fu il periodo nel quale ci si industriava a trovare un principio pratico poggiato sulla sola ragione. Provo a spiegarmi meglio: se si toglie l'idea di un Aldilà nel quale si riceveranno tutte le ricompense per le sofferenze patite in questo mondo, se si decide insomma che la giustizia debba essere solo terrena e che la libertà una cosa concreta e non un ideale astratto, allora 'essere tolleranti' è la premessa perché ci sia reale possibilità di convivenza tra popoli che parlano lingue diverse, hanno culture diverse e nel proprio animo professano culti diversi. Per questo il filosofo Spinoza (1670) teorizza 'il principio di tolleranza' alla base della libertà di pensiero e il filosofo Locke (1689) ribadisce che i credi religiosi vanno bene fin quando sono privi di ogni potere politico. Voltaire (1763) conclude: "a fondamento di tutti i diritti umani c'è la prima legge naturale, la tolleranza". Pochi anni dopo iniziano le rivoluzioni americane e nella Costituzione degli Stati Uniti, complice anche il carteggio tra uno dei Padri americani, Benjamin Franklin, e il napoletano illuminista Gaetano Filangieri, la tolleranza è pensata come fondamento della libertà del singolo cittadino e del rispetto reciproco. Nel mondo complesso di oggi abbiamo imparato che la tolleranza è l'accettazione della coesistenza di persone diverse ma questo non vuol dire che si incontri veramente chi è diverso, né che si entri veramente in dialogo con chi è diverso o che si impari a conoscerlo. Dalle scuole elementari si comincia a far capire ai bambini la tolleranza, spiegando loro quello che già hanno imparato giocando, che una volta accordatisi sulle regole del gioco non conta null'altro, né il colore della pelle né il credo religioso, né il nome né lo status sociale. Questa cosa l'avevano capita già i Romani che infatti hanno inventato il diritto come espressione universale massima sotto la quale coesistevano popoli diversi: essere cittadino romano valeva più del dirsi celtico, gallico o egiziano. Era il tempo in cui la politica disegnava il mondo e aveva la Storia come orizzonte, non le vesti e le sottovesti delle parlamentari né i rigurgiti delle parate o i tweet imbarazzanti di qualche Senatore.
“Siamo tolleranti e civili, noi italiani, nei confronti di tutti i diversi. Neri, rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi.” Indro Montanelli.
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