Dicitencello vuje
C'è chi scrive un libro perché ha una storia da raccontare, reale o inventata che sia, una storia che vale la pena dire agli altri; c'è chi scrive perché sente che è un bisogno, qualcosa di incontrollabile che si manifesta con tutta la sua forza, come fosse 'lo starnutire dell'anima'. C'è chi scrive per passare il tempo, chi perché vede cose che gli altri non vedono, chi perché si è tolto uno sfizio. Eppure, qualsiasi sia il motivo per cui lo si è fatto, per tutti gli scrittori il libro resta un figlio a cui si è dato un paio di gambe. Già, ogni scrittore è Geppetto, ogni affondo dello scalpello, ogni piallatura è un'invocazione, un grido di meraviglia che conosce pure Dio quando "vide che era cosa buona". Gli antichi usavano una sola parola, "fare": ma per alcuni 'chi fa' è 'poeta' perché 'in ascolto'; per altri 'chi fa' è 'scriptor' perché lascia un segno sulla carta. Non so dirvi se i Nostri si definiscano poeti o scrittori né perché abbiano scritto. Mi auguro che glielo chiediate voi, quando li incontrate per strada, e che li invitiate a parlare del loro libro. Fatto sta che per la prima volta la Lumaca viene meno alla sua consueta forma di contrappunto su un'unica parola. Occhi stranieri mi fanno notare però che non è mica vero, che la parola-chiave resta e che potrebbe essere 'storie' perché, si sa, ogni scrittore mette un sacco di sé nel proprio libro. Io però non so dirvi se è così e se valga per tutti, però è una domanda che farei ad ognuno dei Nostri, non per curiosità ma per pretesto, così mi farei raccontare come stanno vivendo, dove stanno andando.
Quasi sette anni fa ero profondamente arrabbiato contro il mio Paese che questo pretesto non lo sa usare più, non vuole ascoltare, si sta chiudendo sempre più e si lamenta. Oggi continuo ad essere arrabbiato perché ogni giorno ho a che fare con giovani di altri Paesi che hanno fame e fuoco dentro, giovani che tra pochi anni decideranno il futuro mentre parecchi dei nostri prenderanno il posto dei padri nell'intonar lamenti. Sogno che il mio Paese torni ad ascoltare storie, quelle del passato e quelle nuove dei giovani, storie scomode e storie brutte, storie di coraggio e di lieto fine. Storie in cui a parlare è pur sempre la vita. Mia nonna, che non sapeva leggere né scrivere, citava Eduardo e Murolo. Stasera avrebbe chiuso il discorso così, un po' da Pizia e un po' da Sherazade: "Te voglio pe' campá".
mi sento vivo solo se sfilo la stilo e scrivo.
(Caparezza)
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