Dizionario corografico del Reame di Napoli.
[...] Il suo primo nome fu Massa, ma i Cristiani vi aggiunsero la parola 'Lubrense', proveniente dalla voce 'Delubrum', perché eravi il tempio di Minerva. Di poi la Santissima Vergine che in Massa si adora, fu detta della Lobra, cioè la Vergine di Massa Lubrense.
[...] In questa regione, alla punta della Campanella, vennero a stabilirsi i Fenicj ed il nome le diedero di promontorio di Minerva, detto né tempo di mezzo Monte Canutario, ed ora nominato Monte di S. Costanzo: il sito che ora sembra un dirupo era in que' tempi remoti piano ed agevole. A grande rinomanza il tempio salì ed in somma venerazione tenuto fu dagli antichi. Quando i Greci passavano lo stretto di Capri, alla vista del tempio facevano le libazioni col vino puro.
Quando vi giunsero, i Greci fabbricarono sopra Massa il magnifico tempio di Apollo.
Ambe le marine, ai lati del tempio di Minerva, avevano comodi porti, ma quando crollarono nelle sottoposte caverne immensi macigni per la forza del tempo, la mentovata isola rimase staccata, ed i porti Crapolla e Recommone rimasero distrutti.
Grandi avanzi di antichità si sono sempre trovati per queste contrade. Sulle vicende massesi molti secoli passarono, ma sono ignorate.
Dopo che in Napoli fu predicato il cristianesimo, alcuni napolitani sparsero la fede di Gesù Cristo sopra queste regioni. I tempi mentovati, al terzo secolo erano in decadenza, e poi quello di Minerva fu distrutto da' fedeli e sull'altro di Apollo edificarono la chiesa di S. Pietro: altra ne fecero alla marina, nel luogo ov'era il tempio di Ecate, dedicandola alla Santissima Vergine, detta della Lobra o l'Incoronata, della quale la Immagine è dipinta a fresco sul muro.
[...] Fin quasi al principio del secolo XIII tutta quella penisola sorrentina fu sottoposta alla giurisdizione spirituale del vescovo di Sorrento; ma nel 1220 Onorio fu il primo vescovo di Massa. Fino ad Angelo Vassallo, morto nel 1797, trentesimo vescovo di Massa, la diocesi era rimasta separata, ed allora fu riunita a quella arcivescovile di Sorrento.
La Chiesa della Madonna della Lobra, che minacciava rovina fu riedificata nel luogo detto Capitello, ove trovasi il magnifico tempio de' Francescani: qui la santa immagine della Vergine Santissima fu trasportata ed allogata nel muro posteriore dell'altar maggiore.
[...] Quando Carlo V e Francesco I combattevano, l'imperatore che avea bisogno di uomini e di denaro, ordinò a Raimondo Cardona, vicerè di Napoli, di vendere la città di Massa con tutti i casali, prescrivendo di non badare alle ragioni ed ai privilegj che dai cittadini fossero esposti e presentati, e tosto un Giovanni Carafa, conte di Policastro, offerì al governo ducati 15.000. Ma i cittadini reclamarono il regio Demanio, ch'era stato accordato da Ladislao e Giovanna II, ed implorarono, poiché doveasi vender la città, di comprarla essi stessi, avendo il diritto, secondo i tempi, di esser essi preferiti: esauditi, contrassero debito, pagarono la somma ed il titolo di contea, ch'era stato affisso al paese, diedero alla famiglia più povera.
Quando principiarono le piraterie de' barbari nel Mediterraneo, decadde il commercio di questo paese, ed i Massesi furono costretti di fabbricarsi le torri che ora si vedono ancora in ogni casale; [...]
Ma per fatale disgrazia di questa città, si risvegliò una guerra tra Ferdinando I d'Aragona e Giovanni d'Angiò nell'anno 1459: allora Castellammare, Vico e Massa si ribellarono contro il loro legittimo sovrano e si diedero in mano dei Francesi. Questa guerra durò quasi due anni; ma nella fine il re di Napoli cominciò a ricuperare le città e le terre del Regno ribellate, di cui aveano preso possesso gli Angioini.
Ma la città di Massa non volle sottomettersi, fidandosi al suo castello, che era molto forte e difficile ad espugnarsi per la sua altezza; difatti sostenne l'assedio per lo spazio di due anni, e si arrese solo perché gli mancò l'acqua e le provvisioni da bocca terminarono.
Pontano dice che il re Ferrante nella fine dell'anno 1464 aveva già ricuperato tutto il Regno; e nello spazio di circa 5 anni, mentre girava per le province onde riordinarle, lasciò la regina Isabella sua moglie alla testa del governo, perché era una donna molto savia, prudente, benigna e liberale; questa regina ai 20 di settembre del 1465 emanò un indulto generale a tutti i cittadini di Massa, e concesse loro ancora alcune grazie. Ma poi essendo ritornato il re vittorioso, per tema che la piccola e forte città di Massa Lubrense in altra circostanza non si fosse di nuovo ribellata, fece intimare a tutti i cittadini di sortire dalla città con tutti i loro effetti e senza replica; né valsero sottomissioni e preghiere, tutti indistintamente furono costretti di abbandonare piangendo i patrj lari e cercare ricovero altrove.
Il vescovo trasportò gli arredi sacri nella chiesa della Lobra, ove fissò la sua dimora: il governatore occupò l'antico palazzo della regina Giovanna a Quarazzano; ed il resto de' cittadini si disperse per i casali: ma i più ricchi abbandonarono per sempre la loro infelice patria, e questa fu rovina incalcolabile per Massa, mentre perdè in un punto i proprietarj delle terre ed il commercio, e si vide sempre più esposta ad invasione dalla parte del mare.
Abbandonata la città di Santa Maria, questa fu intieramente demolita, e ciò avvenne non senza pianto di tutta questa costiera: i casali allora si ingrandirono dippiù.
Ma non fu contento il re Ferrante di demolire la città; per castigare i Vicajuoli e Massesi, per tenerli anche più in freno, donò questi due paesi a Giovanni Sanchez consigliere regno, col titolo di barone; e come si dovevano fissare i nuovi confini di questo feudo tra Massa e Sorrento, fu ordinato a Raniero d'Apuzzo di Castellammare di condursi in Massa Lubrense e dividere i confini, secondo il piano ricevuto: ciò fu eseguito, ed è questa l'introduzione dell'atto Invenimus primo Civitatem Massae dirutam, et ad terram prostratam cum fortilitiis, seu castello ad terram prostrato, etc.
Ma questo barone non ne prese mai possesso, né mai Massa Lubrense è stata soggetta a barone.
Nell'anno poi 1518, avendo il generale Lautrech prese molte città del Regno, in cui mandava de' governatori, i Massesi prevedendo ciò che poteva avvenire, fecero sapere al governo, per mezzo del sindaco, che Massa non avendo più una città fortificata era obbligata a ricevere chiunque, il quale con forza si presentasse.
Questa protesta si conserva nei protocolli del notaro Antonio de Turri: ed a questa antica famiglia siamo ancora tenuti di averci conservato una storia dettagliata della terribile invasione de' Tuchi, come anderemo a dire.
L'uomo spesso è presago di quello che deve avvenire: difatti i Massesi da tanti anni temevano di essere invasi da' Turchi; il che finalmente poi sotto al governo vicereale si verificò, e noi non possiamo meglio descriverlo che non rapportare quello che ne lasciò notato il notaro Cesare de Turri, il quale fu testimonio oculare.
Egli dice che nel giugno dell'anno 1558 nel far del giorno venne l'armata turca contro le città di Massa e Sorrento con cento e più galere, e saccheggiò questa città al segno che non vi lasciarono cosa alcuna: si presero l'oro, l'argento, le gioje e le stoffe ricche; sturarono le botti del vino, ruppero i vasi dell'olio e fecero tutto il male che era in loro potere.
Furono prese le torri ancora, a riserbo di tre, dentro delle quali si salvarono moltissimi individui.
Scrive lo stesso notaro che come tutti gli altri fu saccheggiato e gli fu levato tutto, gli fu presa la moglie con tre figli maschi e tre femmine e solo esso si salvò con un piccolo figlio. Fu grandissima strage e crudeltà che i Turchi usarono con questi disgraziati Massesi e Sorrentini giacché oltre degli schiavi che fecero in numero di 4000 tra Massa e Sorrento, uccisero ancora molti uomini e donne, e segnatamente i vecchi, ed a questo notaro uccisero la madre ed il suocero: né solo usarono crudeltà contro gli uomini, ma contro ancora degli animali, mentre ammazzarono tutte le vacche che incontrarono, i cani, i muli, i majali, ecc., e da questo terribile eccidio si contaminò l'atmosfera purissima di Massa in modo che per molto tempo non si poteva respirare; dice ancora de Tutti che le case non si potevano più abitare, perché i barbari ruppero e fracassarono tutte le porte e finestre.
Cesare Molignano, ragionando di Sorrento, dice che giunto Pialì pascià con 120 galere, a' 15 di giugno, avanti alla capitale, saccheggiò Massa e Sorrento, e ne portò via in Costantinopoli duemila Sorrentini: né in Sorrento rimase casa che non fosse spogliata e distrutta.
Lo stesso asserisce Cornelio Vitigliano nella Cronica del Regno di Napoli nel capo V, ed aggiunge, che fra i presi in Sorrento vi fu gran numero di monache.
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