giovedì 22 gennaio 2026

Hugo de S. Victore - De quinque septenis

 Dei cinque settenari

Cinque settenari, fratello, trovo nella Sacra Scrittura, che desidero — se posso, come chiedi — dapprima enumerare singolarmente e distinguere l’uno dall’altro; poi mostrare come essi abbiano tra loro una convenienza, confrontandoli reciprocamente uno per uno.

Nel primo luogo sono posti i sette vizi, cioè:
il primo la superbia, il secondo l’invidia, il terzo l’ira, il quarto la tristezza, il quinto l’avarizia, il sesto la gola, il settimo la lussuria.

Contro questi, nel secondo luogo, sono stabilite le sette petizioni, che sono contenute nell’orazione domenicale.
La prima è quella che si dice a Dio: Sia santificato il tuo nome.
La seconda: Venga il tuo regno.
La terza: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.
La quarta: Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
La quinta: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.
La sesta: Non ci indurre in tentazione.
La settima: Liberaci dal male.

Nel terzo luogo seguono i sette doni dello Spirito Santo:
il primo è lo spirito del timore del Signore;
il secondo lo spirito di pietà;
il terzo lo spirito di scienza;
il quarto lo spirito di fortezza;
il quinto lo spirito di consiglio;
il sesto lo spirito di intelletto;
il settimo lo spirito di sapienza.

Nel quarto luogo succedono le sette virtù:
la prima è la povertà di spirito, cioè l’umiltà;
la seconda la mansuetudine, ossia la benignità;
la terza la compunzione, cioè il dolore;
la quarta la fame della giustizia, ossia il buon desiderio;
la quinta la misericordia;
la sesta la purezza del cuore;
la settima la pace.

Infine, nel quinto luogo, sono disposte le sette beatitudini:
la prima il regno dei cieli;
la seconda il possesso della terra dei viventi;
la terza la consolazione;
la quarta la sazietà della giustizia;
la quinta la misericordia;
la sesta la visione di Dio;
la settima la filiazione divina.

Queste cose distinguile anzitutto così: affinché tu comprenda che i vizi sono come certe malattie dell’anima, o ferite dell’uomo interiore; l’uomo stesso come un malato; Dio come medico; i doni dello Spirito Santo come antidoto; le virtù come sanità; le beatitudini come la gioia della felicità.

Vi sono dunque sette vizi capitali o principali, e da essi hanno origine tutti i mali. Essi sono le fonti dell’abisso tenebroso, dai quali escono i fiumi di Babilonia e, diffusi su tutta la terra, spargono le stille dell’iniquità. Di questi fiumi il salmista, nella persona del popolo fedele, cantò dicendo:
Sui fiumi di Babilonia, là sedemmo e piangemmo, ricordandoci di Sion.
Ai salici in mezzo ad essa appendemmo le nostre cetre.

Di questi sette vizi devastatori, che corrompono tutta l’integrità della natura e producono insieme i germi di tutti i mali, quanto basta per l’impresa presente riteniamo di dover parlare.

Sono dunque sette:
i primi tre spogliano l’uomo;
il quarto flagella colui che è spogliato;
il quinto scaccia colui che è flagellato;
il sesto seduce colui che è scacciato;
il settimo sottomette alla servitù colui che è sedotto.

La superbia infatti sottrae all’uomo Dio;
l’invidia gli sottrae il prossimo;
l’ira gli sottrae se stesso.
La tristezza flagella colui che è spogliato;
l’avarizia scaccia colui che è flagellato;
la gola seduce colui che è scacciato;
la lussuria sottomette alla servitù colui che è sedotto.

Ora, tornando a ciascuno in ordine, spieghiamoli singolarmente.

Abbiamo detto che la superbia sottrae all’uomo Dio. La superbia infatti è l’amore della propria eccellenza, quando la mente ama in modo esclusivo il bene che possiede, cioè senza colui dal quale ha ricevuto il bene. O superbia pestifera, che cosa fai? Perché persuadi il ruscello a separarsi dalla fonte? Perché persuadi il raggio a distogliersi dal sole? Se non affinché quello, cessando di essere alimentato, inaridisca, e questo, distogliendosi da chi lo illumina, divenga tenebroso; e affinché entrambi, cessando di ricevere ciò che ancora non possiedono, perdano subito anche ciò che possiedono.

Questo appunto fai quando insegni ad amare il dono separato dal donatore: affinché chi perversamente rivendica per sé una parte del bene che gli è stato dato, perda tutto il bene che è in colui da cui lo ha ricevuto. Così accade che neppure ciò che possiede possa possederlo utilmente, poiché non lo ama in colui dal quale lo possiede. Come infatti ogni bene proviene veramente da Dio, così nessun bene può essere posseduto utilmente fuori di Dio. Anzi, per questo stesso fatto si perde ciò che si possiede, quando non lo si ama in colui e con colui dal quale lo si possiede.

Chi infatti non sa amare in se stesso se non il bene che possiede, è necessario che, quando scorge in un altro il bene che non ha, tanto più amaramente sia tormentato dalla propria imperfezione, quanto meno ama colui nel quale consiste ogni bene. E perciò all’orgoglio segue sempre l’invidia: poiché chi non fissa il proprio amore là dove è ogni bene, quanto più perversamente si innalza per il proprio, tanto più gravemente è tormentato dal bene altrui. Giustissima dunque è la pena assegnata alla sua esaltazione: la stessa invidia che genera da sé, la quale, poiché non ha voluto amare il bene comune di tutti, ora giustamente si consuma nel livore del bene altrui.

Il successo della felicità altrui non lo brucerebbe affatto, se possedesse per amore colui nel quale è ogni bene. Né giudicherebbe estraneo a sé il bene dell’altro, se amasse come suo ciò che è là dove possiede insieme il proprio bene e quello altrui. Ora dunque, quanto più per l’orgoglio si innalza contro il Creatore, tanto più per il livore cade sotto il prossimo; e quanto più là si erige fallacemente, tanto più qui precipita veramente. Ma la corruzione, una volta iniziata, non può fermarsi qui: subito infatti, nata dall’orgoglio l’invidia, essa genera da sé l’ira. Poiché l’anima infelice ormai si adira contro se stessa a causa della propria imperfezione, perché non gioisce del bene altrui per carità. E perciò comincia a dispiacerle anche ciò che possiede, poiché riconosce in un altro ciò che non può avere.

Colui dunque che avrebbe potuto avere tutto in Dio per mezzo della carità, perde anche ciò che tentava di avere fuori di Dio per mezzo dell’orgoglio, a causa dell’invidia e dell’ira. Infatti, dopo aver perso Dio per la superbia, perde il prossimo per l’invidia e se stesso per l’ira. E poiché, perduto tutto, non rimane nulla di cui la coscienza infelice possa gioire, essa si infrange in se stessa mediante la tristezza e, poiché non ha voluto gioire piamente del bene altrui, è giustamente tormentata dal proprio male.

Dopo la superbia, dunque, l’invidia e l’ira, che spogliano l’uomo, segue subito la tristezza che flagella colui che è nudo. Poi le succede l’avarizia, che scaccia colui che è flagellato, poiché, perduta la gioia interiore, lo costringe a cercare consolazione all’esterno. Dopo di ciò sopraggiunge la gola, che seduce colui che è scacciato, poiché questo vizio, tentando l’animo proteso alle cose esteriori come da vicino, lo spinge all’eccesso mediante lo stesso appetito naturale. Infine sopravviene la lussuria, che sottomette violentemente alla servitù colui che è sedotto: poiché, dopo che la carne è stata infiammata dalla crapula, l’anima, resa molle ed effeminata, non può vincere l’ardore della libidine che sopraggiunge.

Così la mente, turpemente soggiogata, serve una dominazione crudelissima; e, se non interviene implorata la pietà del Salvatore, non vi sarà più modo di restituire al servo prigioniero la libertà perduta.

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