giovedì 22 gennaio 2026

Hugo de S. Victore - De V septenis

 Hugo de S. Victore

De V septenis


CAP. I – Quali siano i cinque gruppi di sette contenuti nella Sacra Scrittura

Ho trovato nella Sacra Scrittura, fratello, cinque gruppi di sette, che voglio, se posso, come chiedi, dapprima distinguere tra loro elencandoli singolarmente; poi mostrare quale concordanza abbiano tra loro, mettendoli a confronto uno per uno.
Al primo posto sono posti i sette vizi, cioè: primo la superbia, secondo l’invidia, terzo l’ira, quarto la tristezza, quinto l’avarizia, sesto la gola, settimo la lussuria.
Contro questi, al secondo posto, sono stabilite le sette petizioni che sono contenute nell’orazione del Signore: la prima, con cui si dice a Dio: «Sia santificato il tuo nome»; la seconda, con cui si dice: «Venga il tuo regno»; la terza, con cui si dice: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra»; la quarta, con cui si dice: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»; la quinta, con cui si dice: «E rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori»; la sesta, con cui si dice: «E non ci indurre in tentazione»; la settima, con cui si dice: «Ma liberaci dal male».
Poi, al terzo posto, seguono i sette doni dello Spirito Santo: il primo, lo spirito del timore del Signore; il secondo, lo spirito di pietà; il terzo, lo spirito di scienza; il quarto, lo spirito di fortezza; il quinto, lo spirito di consiglio; il sesto, lo spirito di intelletto; il settimo, lo spirito di sapienza.
Infine, al quarto posto, subentrano le sette virtù: la prima, la povertà di spirito, cioè l’umiltà; la seconda, la mansuetudine o benevolenza; la terza, la compunzione o dolore; la quarta, la fame della giustizia, cioè il buon desiderio; la quinta, la misericordia; la sesta, la purezza del cuore; la settima, la pace.
Per ultimo, al quinto posto, sono disposte le sette beatitudini: la prima, il regno dei cieli; la seconda, il possesso della terra dei viventi; la terza, la consolazione; la quarta, la sazietà della giustizia; la quinta, la misericordia; la sesta, la visione di Dio; la settima, la filiazione divina.
Distingui queste cose anzitutto così, da comprendere i vizi stessi come certi languori dell’anima, o ferite dell’uomo interiore; l’uomo stesso come un malato; il medico come Dio; i doni dello Spirito Santo come l’antidoto; le virtù come la guarigione; le beatitudini come la gioia della felicità.

CAP. II – Quanta rovina arrechino all’uomo i sette vizi mortali

Vi sono dunque sette vizi capitali, o principali, e da essi hanno origine tutti i mali. Essi sono fonti e abissi tenebrosi, dai quali escono i fiumi di Babilonia, e, condotti su tutta la terra, diffondono stillazioni di iniquità. Di questi fiumi il Salmista cantò nella persona del popolo fedele, dicendo: «Sui fiumi di Babilonia, là sedemmo e piangemmo, ricordandoci di Sion. Ai salici in mezzo ad essa appendemmo i nostri strumenti».
Di questi sette vizi devastatori e corruttori di tutta l’integrità della natura, e insieme produttori dei germi di tutti i mali, parleremo quanto riteniamo sufficiente per spiegare l’argomento presente.
Sono dunque sette, e di essi tre spogliano l’uomo; il quarto flagella colui che è stato spogliato; il quinto scaccia colui che è stato flagellato; il sesto seduce colui che è stato scacciato; il settimo sottomette alla schiavitù colui che è stato sedotto.
La superbia infatti toglie all’uomo Dio; l’invidia gli toglie il prossimo; l’ira gli toglie se stesso; la tristezza flagella colui che è stato spogliato; l’avarizia scaccia colui che è stato flagellato; la gola seduce colui che è stato scacciato; la lussuria sottomette alla schiavitù colui che è stato sedotto.
Ritornando ora indietro, spieghiamo singolarmente ogni cosa secondo l’ordine.
Abbiamo detto che la superbia toglie all’uomo Dio: la superbia infatti è l’amore della propria eccellenza, quando la mente ama in modo esclusivo il bene che possiede, cioè senza colui dal quale riceve il bene.
O superbia pestifera, che cosa fai? Perché persuadi il ruscello a separarsi dalla fonte? Perché persuadi il raggio a distogliersi dal sole? Se non perché, mentre quello smette di essere alimentato, si secchi, e questo, mentre si distoglie da chi lo illumina, diventi tenebroso; e l’uno e l’altro, mentre cessano di ricevere, perdano subito anche ciò che hanno.
Questo certamente fai quando insegni ad amare i doni separatamente dal donatore, affinché chi perversamente rivendica a sé una parte del bene che è stato dato da lui, perda tutto il bene che è in lui; e così accada che non possa nemmeno possedere utilmente ciò che ha, mentre non ama in colui dal quale lo ha.
Infatti, come ogni bene è veramente da Dio, così nessun bene può essere posseduto utilmente fuori di Dio. Anzi, proprio per questo si perde ciò che si possiede, se non è amato in colui e con colui dal quale è posseduto.
Poiché se qualcuno sa amare in se stesso solo il bene che ha, è necessario che, quando vedrà in un altro il bene che non ha, tanto più amaramente la propria imperfezione lo tormenti, quanto meno ama colui nel quale consiste ogni bene.
E perciò all’orgoglio segue sempre l’invidia; perché chi non fissa l’amore là dove è ogni bene, quanto più perversamente si innalza per ciò che è suo, tanto più gravemente è tormentato dal bene altrui.
Alla sua elevazione è dunque giustissimamente assegnata una pena: l’invidia stessa che genera da sé; la quale, poiché non ha voluto amare il bene comune di tutti, ora giustamente si consuma nel livore del bene altrui. Infatti il successo della felicità altrui non la brucerebbe, se possedesse per amore colui nel quale è ogni bene. Né giudicherebbe estraneo a sé il bene dell’altro, se amasse come suo là dove possederebbe insieme il proprio bene e quello altrui.
Ora dunque, quanto per l’elevazione si innalza contro il Creatore, tanto per il livore cade sotto il prossimo; e quanto là si erige falsamente, tanto qui precipita veramente.
Ma la corruzione una volta iniziata non può fermarsi qui: non appena dall’orgoglio è nata l’invidia, questa genera da sé l’ira; perché l’anima infelice perciò ormai si adira con se stessa per la propria imperfezione, perché non gioisce con carità del bene altrui. E così anche ciò che possiede comincia a dispiacerle, poiché riconosce in un altro ciò che non può possedere.
Colui dunque che avrebbe potuto possedere tutto in Dio mediante la carità, perde anche ciò che per l’elevazione tentava di possedere fuori di Dio, per mezzo dell’invidia e dell’ira; poiché, dopo aver perso Dio per la superbia, perde il prossimo per l’invidia e se stesso per l’ira.
Poiché dunque, perduto tutto, non rimane nulla di cui la coscienza infelice possa gioire, per mezzo della tristezza si infrange in se stessa; e colei che non ha voluto gioire piamente del bene altrui, è giustamente tormentata dal proprio male.
Dopo la superbia, dunque, l’invidia e l’ira, che spogliano l’uomo, segue immediatamente la tristezza, che flagella colui che è stato spogliato. A essa succede poi l’avarizia, che scaccia colui che è stato flagellato; poiché, perduta la gioia interiore, è costretto a cercare all’esterno la consolazione.
In seguito sopraggiunge la gola, che seduce colui che è stato scacciato, poiché questo vizio, tentando l’anima che anela alle cose esteriori quasi da vicino, la trascina all’eccesso attraverso l’appetito naturale stesso.
Da ultimo sopravviene la lussuria, che sottomette con violenza alla schiavitù colui che è stato sedotto; poiché, dopo che la carne è stata infiammata dall’ingordigia, l’anima, resa molle e indebolita, non può vincere l’ardore della libidine che sopraggiunge.
Così la mente, turpemente assoggettata, serve con estrema durezza al dominio; e, se non interviene la pietà del Salvatore invocata, non vi sarà ormai alcun modo per restituire la libertà perduta a chi serve in cattività.

CAP. III – A quali doni dello Spirito Santo corrispondano le prime tre petizioni dell’orazione domenicale, e quali vizi curino

Seguono dunque le sette petizioni contro i sette vizi: con esse si prega colui che ci ha insegnato a pregare e che ha promesso che avrebbe dato a coloro che pregano lo Spirito buono per sanare le nostre ferite e sciogliere il giogo della nostra schiavitù.
Ma prima di giungere alla spiegazione di queste cose, vogliamo prima mostrare ancora con un’altra similitudine quanta corruzione producano in noi i vizi sopra detti, affinché, quanto più pericolosa si mostra la malattia, tanto più necessaria sia riconosciuta la medicina.
Per la superbia dunque il cuore si gonfia; per l’invidia si inaridisce; per l’ira si spacca; per la tristezza viene frantumato e quasi ridotto in polvere; per l’avarizia viene disperso; per la gola viene contaminato e come inumidito; per la lussuria viene calpestato e ridotto a fango: così che ormai il misero può dire: «Sono conficcato nel fango profondo e non c’è consistenza; sono giunto alla profondità del mare e la tempesta mi ha sommerso».
E quando l’anima è rimasta conficcata in questo fango profondo, e avvolta nel limo della contaminazione e dell’impurità, in nessun modo può essere strappata via, se non grida a colui e chiede il suo aiuto; di cui il Salmista parla dicendo: «Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli si è chinato verso di me; ha esaudito la mia preghiera e mi ha tratto dal lago della miseria e dal fango della feccia».
Per questo dunque egli stesso ci ha insegnato a pregare, affinché tutto il nostro bene venga da lui, e comprendiamo che ciò che chiediamo e ciò che, chiedendo, riceviamo, è dono suo, non merito nostro.
La prima petizione dunque è contro la superbia, quando diciamo a Dio: «Sia santificato il tuo nome». Con ciò infatti chiediamo che ci conceda di temere e venerare il suo nome, affinché siamo sottomessi a lui per l’umiltà, noi che per la superbia siamo stati ribelli e insolenti.
A questa petizione è dato il dono dello spirito del timore del Signore, affinché, venendo al cuore, crei in esso la virtù dell’umiltà che guarisca la malattia della superbia; cosicché l’uomo umile possa giungere al regno dei cieli che l’angelo superbo ha perduto per la sua scelta.
La seconda petizione è contro l’invidia, quando si dice: «Venga il tuo regno». Il regno di Dio infatti è la salvezza degli uomini; poiché allora si dice che Dio regna negli uomini, quando gli uomini stessi sono sottomessi a Dio, ora aderendo a lui mediante la fede, e poi aderendo mediante la visione.
Chi dunque chiede che venga il regno di Dio, certamente cerca la salvezza degli uomini; e perciò, mentre domanda per la salvezza comune di tutti, mostra di riprovare il vizio del livore.
A questa petizione è dato lo spirito di pietà, affinché, venendo al cuore, lo accenda alla benevolenza; cosicché l’uomo giunga egli stesso al possesso di quella stessa eredità eterna alla quale desidera che giungano gli altri.
La terza petizione è contro l’ira, quando si dice: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo e così in terra». Infatti non vuole contendere chi dice: «Sia fatta la tua volontà»; ma mostra di gradire qualunque cosa la volontà di Dio disponga, sia in lui stesso sia negli altri, secondo il giudizio della sua benevolenza.
A questa petizione dunque è dato lo spirito di scienza, affinché, venendo al cuore, lo istruisca e lo compunga salutarmente, affinché l’uomo sappia che il male che patisce proviene dalla propria colpa; se invece ha qualcosa di buono, che procede dalla misericordia di Dio; e così impari, sia nei mali che sopporta, sia nei beni che non possiede, a non adirarsi contro il Creatore, ma a esercitare la pazienza in ogni cosa.
Perciò, mediante la compunzione del cuore (che, operando lo spirito di scienza, nasce interiormente dall’umiltà), l’ira e l’indignazione dell’animo vengono ottimamente mitigate; poiché, al contrario, l’ira uccide lo stolto, quando, agitato e accecato dal vizio dell’impazienza nelle avversità, non riconosce né di aver meritato il male che patisce, né di aver ricevuto per grazia il bene che possiede.
A questa virtù, cioè alla compunzione o al dolore, segue come premio la consolazione, affinché colui che qui volontariamente si affligge davanti a Dio con i lamenti, là meriti di trovare la vera gioia e letizia.


CAP. IV – A quali doni si adattino anche le quattro ultime petizioni, e a quali mali rechino rimedio

La quarta petizione è contro la tristezza, quando si dice: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano».
La tristezza infatti è una noia dell’animo con afflizione, quando la mente, in qualche modo indebolita e resa amara dal proprio vizio, non desidera i beni interiori e, spento ogni vigore, non si rallegra di alcun desiderio di ristoro spirituale.
Perciò, per sanare questo vizio, dobbiamo implorare la misericordia del Signore, affinché egli, con la consueta pietà, offra all’anima languente per la propria noia il nutrimento del ristoro interiore, così che ciò che, essendo assente, non sa desiderare, ammonita dal gusto della presenza, cominci ad amare.
A questa petizione è dunque dato lo spirito di fortezza, affinché rialzi l’anima che viene meno; cosicché essa, riacquistata la virtù dell’antico vigore, possa risollevarsi dal difetto della propria noia al desiderio del sapore interiore.
Lo spirito di fortezza genera infatti nel cuore la fame della giustizia, affinché, mentre qui viene fortemente acceso dal desiderio della pietà, là consegua come premio la piena sazietà della beatitudine.
La quinta petizione è contro l’avarizia, quando si dice: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori».
È giusto infatti che non debba essere ansioso nel restituire il debito colui che non ha voluto essere avaro nell’esigerlo; e perciò, quando per la grazia di Dio viene tolto da noi il vizio dell’avarizia, dalla condizione stabilita per la salvezza siamo istruiti su come dobbiamo essere assolti dal nostro debito.
A questa petizione dunque è dato lo spirito di consiglio, che ci insegni in questo secolo a usare misericordia volentieri verso coloro che peccano contro di noi, affinché nel futuro, quando dovremo rendere conto dei nostri peccati, meritiamo di trovare misericordia.
La sesta petizione è contro la gola, quando si dice: «Non ci indurre, cioè non permettere che siamo indotti, in tentazione».
Questa è la tentazione con cui spesso l’attrattiva della carne cerca di trascinarci all’eccesso attraverso l’appetito naturale, e sottomette di nascosto il piacere, mentre apertamente ci blandisce con il pretesto della necessità.
In questa tentazione certamente non siamo indotti, se ci impegniamo a fornire il sostegno alla natura secondo la misura della necessità, in modo tale tuttavia da ricordarci sempre di frenare l’appetito dall’attrattiva del piacere.
Affinché possiamo adempiere questo, a noi che lo chiediamo è dato lo spirito di intelletto, perché il ristoro interiore della parola di Dio trattenga l’appetito esteriore, e la mente, rafforzata dal cibo spirituale, non possa essere né spezzata dalla mancanza corporale né vinta dal piacere della carne.
Per questo infatti lo stesso Signore rispose al suo tentatore, quando questi, mentre egli era affamato, gli suggeriva fraudolentemente il ristoro del pane esteriore, dicendo: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio».
Affinché mostrasse apertamente che, quando la mente è rifocillata interiormente da quel pane, non si cura molto se esteriormente deve patire per un tempo la fame della carne.
Dunque contro la gola è dato lo spirito di intelletto; ma questo, venendo al cuore, lo purifica e lo mondifica, e, sanando come con un collirio quell’occhio interiore mediante la conoscenza della parola di Dio, lo rende tanto luminoso e sereno da renderlo acuto persino per contemplare lo splendore stesso della divinità.
Contro il vizio della gola, dunque, viene applicato il rimedio dello spirito di intelletto; dallo spirito di intelletto nasce la purezza del cuore; e la purezza del cuore merita la visione di Dio, come è scritto: «Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio».
La settima petizione è contro la lussuria, quando si dice: «Liberaci dal male».
Convenientemente, certo, il servo chiede la libertà; e perciò a questa petizione è dato lo spirito di sapienza, che restituisca al prigioniero la libertà perduta e, aiutato dalla grazia, faccia sì che sfugga al giogo della dominazione iniqua, che con le proprie forze non era stato capace di spezzare.
La sapienza infatti prende il nome dal sapore: quando la mente, toccata dal gusto della dolcezza interiore, si raccoglie tutta dentro di sé mediante il desiderio, e non si dissolve più manifestamente all’esterno nel piacere della carne, poiché possiede tutto dentro di sé, in ciò di cui gode.
Convenientemente dunque alla voluttà esteriore si oppone la dolcezza interiore, affinché, quanto più questa comincia a sapere e a piacere, tanto più liberamente e volentieri quella venga disprezzata; e infine la mente, pacificata in se stessa, mentre non c’è nulla che desideri all’esterno, riposi tutta all’interno mediante l’amore.
Lo spirito di sapienza dunque, toccando il cuore con la propria dolcezza, modera all’esterno l’ardore della concupiscenza e, placata la concupiscenza, crea all’interno la pace; affinché, mentre la mente è tutta raccolta verso la gioia interiore, l’uomo sia pienamente e perfettamente riformato a immagine di Dio, come è scritto: «Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio».
Ecco, fratello, ho adempiuto la tua richiesta non come avrei dovuto, ma come per ora ho potuto.
Accogli questo piccolo scritto sui cinque settenari che hai richiesto; e quando lo rileggerai, ricordati di me.
La grazia di Dio sia con te. Amen.


CAP. V – Dei sette doni dello Spirito Santo, trattati separatamente

È scritto: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito buono a coloro che glielo chiedono?».
Dunque il Padre celeste darà lo Spirito a coloro che glielo chiedono.
Infatti, coloro che sono figli non cercano altro; coloro che cercano altro sono mercenari, servi, non figli: coloro che cercano l’argento, che cercano l’oro, che cercano le cose transitorie, che non cercano quelle eterne, cercano il servizio della schiavitù, non lo Spirito della libertà.
Ciò che si chiede, viene dato: se chiedi cose corporali, non ricevi più di ciò che chiedi.
Se chiedi cose spirituali, viene dato ciò che chiedi e viene aggiunto anche ciò che non chiedi: sono dati i beni spirituali, sono aggiunti quelli carnali.
«Cercate prima il regno di Dio, e tutte queste cose vi saranno aggiunte».
Dunque, se stai per pregare il Padre, e il Padre che è nei cieli, cerca doni celesti, non terreni: non una sostanza corporale, ma la grazia spirituale.
Egli infatti darà lo Spirito buono a coloro che glielo chiedono; darà il suo Spirito, affinché sani il tuo spirito; darà lo Spirito Santo e sanerà lo spirito dei peccatori.
Qui è il malato, là è la medicina.
Se dunque vuoi sanare questo, cerca quello.
Se chiedi per lo spirito, chiedi lo Spirito.
Non temere di applicare la medicina alla malattia: la malattia non corrompe la medicina, ma la medicina spezza la malattia.
Non infetta quella, ma viene meno da quella.
Dunque non temere di invitare lo Spirito Santo di Dio nel tuo spirito peccatore, perché sei peccatore e indegno della sua compagnia: ciò infatti non avviene perché tu sia degno, ma affinché tu lo diventi.
Egli viene a te per fare dimora in te.
Non troverà quando verrà, ma verrà per fare.
Prima edificherà, poi abiterà.
Prima sanerà, poi illuminerà.
Prima verso la sanità, poi verso la letizia.
Se dunque sei figlio e chiedi il Padre, confida, non temere.
Dio ascolta, il Padre esaudisce.
Come non può non ascoltare, perché è Dio, così non può non esaudire, perché è pio.
Ti darà dunque ciò che chiedi, se chiedi rettamente, e la tua preghiera non andrà a vuoto, se sarà degna di essere esaudita.
Hai chiesto per sanare la malattia: riceverai la medicina.
I tuoi vizi sono la tua malattia; lo Spirito di Dio è la tua sanità.
Contro la malattia della superbia ti sarà data la medicina dello spirito di timore, affinché sani la corruzione dell’elevazione e ristabilisca la sanità dell’umiltà.
I singoli vizi hanno le singole medicine: sette vizi, sette spiriti; quanti sono i mali, tante sono le medicine.
Che cosa sono i sette spiriti?
Sono sette i doni dello Spirito, e i doni sono lo Spirito, e lo Spirito è i doni: il dono dello Spirito è lo Spirito; lo Spirito dona se stesso.
Uno Spirito si distribuisce in modo settemplice.
Perciò uno Spirito, sette spiriti: perché dato in modo settemplice e spirato in modo settemplice.
Sette ispirazioni e uno Spirito: una medicina cura sette malattie.
Perciò una è la natura, sette sono le operazioni; una la sostanza, settemplice l’effetto.
Il primo Spirito è lo Spirito di timore; il secondo è lo Spirito di pietà; il terzo è lo Spirito di scienza; il quarto Spirito è lo Spirito di fortezza; il quinto Spirito è lo Spirito di consiglio; il sesto Spirito è lo Spirito di intelletto; il settimo Spirito è lo Spirito di sapienza.
Tutte queste cose opera uno e il medesimo Spirito: egli è timore, egli è pietà, egli è scienza, egli è fortezza, egli è consiglio, egli è intelletto, egli è sapienza.
Tutto questo diventa per te colui che in se stesso è uno: ricevendo lui, che non è diverso, tu vieni formato alle cose diverse.
Perciò si moltiplica in te colui che in se stesso è sempre uno e identico.
Colui infatti che è il tuo amore, è anche il tuo timore.
Giacobbe giurò a Labano per il timore di suo padre Isacco.
Colui che porta a compimento è lo stesso che inizia.
Prima viene a te per renderti timoroso; infine per renderti amante.
È la stessa luce che punge gli occhi malati e accarezza quelli sani: produce effetti diversi perché trova cose diverse; tuttavia in se stessa è una sola.
E anche in te sarebbe una sola, se trovasse te uno.
Se hai l’occhio sano, percepisci la luce senza pena; se invece l’occhio è malato, il suo arrivo diventa molesto.
Tuttavia è utile che venga anche così: perché se non soffri, non sei illuminato.
Combattono due contrari: la medicina e la malattia.
La medicina è per te, la malattia contro di te.
Se non si resistesse alla malattia, non seguirebbe la sanità; se non si resistesse alla medicina, non si sentirebbe la pena.
La lotta dei contrari è la tua pena; tuttavia non accusare la medicina, ma la malattia.
Il dolore che entrambi producono, imputalo a uno solo: la medicina vuole giovare, la malattia intende nuocere.
Perciò solo la malattia ha pace, ma non salvezza; solo la medicina ha salvezza, ma non pena.
Quando invece sono insieme, la pena è il conflitto dei contrari: dell’uno che vuole venire per giovare, dell’altro che non vuole andarsene per nuocere.
In questa pena deve essere accusata la malattia, non la medicina; perché ciò che tormenta viene dalla malattia: se essa non ci fosse, ci sarebbe la salvezza e nessuna pena.
Così dunque viene lo Spirito e, spirando, si infonde in te; tu, poiché porti in te ciò che gli è contrario, non subito ti acquieti in lui, ma gli opponi resistenza, affinché non entri in te pacificamente.
Tuttavia egli viene e ti illumina, affinché tu veda in te ciò che prima avevi ma non vedevi; e non vedevi perché non vi badavi.
Con il suo arrivo sei illuminato e vivificato: sei illuminato per vedere, sei vivificato per sentire.
Senti infatti il presente, vedi anche il futuro.
Una cosa vedi, un’altra prevedi; una cosa senti, un’altra patisci.
Vedi il male e prevedi il male: vedi il male presente, prevedi quello futuro.
Senti la colpa, patisci la pena.
Prima che lo Spirito Santo venisse a te, né vedevi perché cieco, né sentivi perché morto; e perciò non vedevi perché non guardavi, né sentivi perché non prestavi attenzione.
Dopo invece che il bene è tornato, risvegliato e illuminato dal suo gusto, riconosci il male.
Prima il male che pativi, cioè la colpa; poi anche il male che da essa e per essa meritavi, cioè la pena.
Entrambi li ha insegnati il bene che è sopraggiunto: affinché il male presente fosse sentito e il male futuro fosse previsto.
Da qui nasce quella pena medicinale: quando, reso sensibile al male che patisci, cominci a dolerti per correggerti; e illuminato sul male che meriti, cominci a temere per evitarlo.
Se infatti non ti dolevi, non correggevi; e se non temevi, non evitavi.
Dapprima dunque sei illuminato riguardo alla colpa, affinché tu la veda; poi riguardo alla pena, affinché tu la tema.
Infine, reso sensibile dal timore, ti dolga della colpa e la corregga; poiché forse non ti dorresti se non temessi.
Se infatti non fosse mostrata la pena da temere, nessuno si dorrebbe della colpa che piace.
Perciò ti viene mostrata la pena che segue la colpa, affinché la colpa stessa, che nell’esperienza piace, almeno nella tribolazione dispiaccia; affinché tu cominci a considerare che è male anche ciò che in essa appare dolce, dal momento che è tanto male ciò che da essa e dopo di essa è percepito come amaro.
Sei dunque illuminato e afflitto: perché vedi ciò che spaventa e hai ciò che duole.
Se non fossi illuminato, non saresti tormentato, perché non vedresti ciò che temere.
D’altra parte, se non ci fosse in te ciò che merita il fuoco, il fuoco apparirebbe senza pena, e riceveresti l’illuminazione senza sentire l’afflizione.
La pena spaventa, la colpa teme: tutto ciò avviene per la luce che sopraggiunge, mediante la quale la pena è mostrata perché sia vista e la colpa è resa sensibile perché sia riconosciuta.
Tuttavia una cosa è ciò mediante cui vedi, un’altra ciò che vedi; una cosa è ciò mediante cui sei illuminato, un’altra ciò verso cui sei illuminato.
Ciò mediante cui sei illuminato riscalda; ciò verso cui sei illuminato spaventa.
Eppure il terrore sembra essere imputato alla luce, perché prima di essere illuminato non temevi; tuttavia è utile che venga il terrore, perché se la pena non spaventa, la colpa non viene corretta.
Perciò la luce ti giova mostrando ciò che tormenta, perché mediante essa corregge ciò che cattivamente diletta.
Così dunque sei illuminato per essere spaventato.
All’inizio la luce è terribile; anzi, sono terribili le tenebre che si vedono per mezzo della luce, perché non possono essere viste senza terrore, né sentite senza dolore, soprattutto da colui che riconosce di aver meritato di sentire ciò che vede incombere e non può evitare.
Da qui nasce dunque il timore, quando il pericolo è previsto, che ha pena in quel male che tormenta, non in quel male che libera: male, dico, ma non male.
Infatti ogni pena è un male, ma non ogni pena è cattiva.
Ciò che infatti giova e serve a qualcosa è buono, anche se in se stesso non è buono.
Perciò viene una pena minore affinché sia evitata una pena maggiore, e questo è un bene, sebbene derivi da ciò che non è un bene.
Mediante la pena infatti siamo liberati dalla pena, ed è utile sentire per un tempo ciò che è molesto, per non dover sentire sempre ciò che è intollerabile.
Questo bene tuo però è operato da colui che non è ancora il tuo vero bene, che è il vero bene; il quale in seguito opererà un altro bene tuo, che non solo sarà per mezzo suo, ma da lui stesso.
Prima infatti, dalla tua pena, opera la tua liberazione; poi, dalla sua dolcezza, opera la tua gioia.
Tuttavia in entrambi i casi è uno e lo stesso colui che opera: da una parte colui che opera, dall’altra colui che opera e da cui si opera.

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